La rete di un pescatore che conosce cosa il mare può portare e nelle sue maglie i nomi di chi a quel mare non è sopravvissuto. In fondo ecco il mare con le sue onde. Onde che cullano ma che capovolgono anche in un’alternanza che salva e sacrifica vite umane. Le vite dei migranti che attraversano il Mediterraneo, dopo avere già sfidato il deserto e subito violenze e torture. Persone la cui scelta di lasciare la terra di origine è stata in realtà una misura di sopravvivenza. Su quel mare fluttuano barche che trasportano la luce della speranza di un futuro migliore.

Davanti a una barca più grande ecco il corpo di Cristo al quale affidare i corpi esanimi e quelli sofferenti e sotto adagiata una corona di fiori che possa addolcire un distacco inesorabile. Luogo di offerta di questo dolore diviene l’altare mentre la navata della chiesa di San Giorgio extra di Reggio Calabria si tramuta in punto di approdo per ricordare le 45 salme arrivate al porto di Reggio 10 anni fa e seppellite nel cimitero di Armo.

Dopo la messa officiata da don Michele D’Agostino, anche lui volontario al porto, la Caritas ha commemorato con esse anche tutte le altre persone migranti nel Mediterraneo hanno perso e continuano a perdere la vita con una veglia di preghiera promossa dalla parrocchia e condivisa dalla comunità. Ognuna e ognuno al termine della veglia si è fatto prossimo offrendo la propria luce su quell’altare.

A pregare anche l’attivista tedesco Martin Kolek anche quest’anno venuto a rendere un fiore sulla tomba dei piccoli Mohamed e Maryam.

Una veglia che si è conclusa con una testimonianza riportata dalla volontaria della Caritas Bruna Mangiola.