Tra ritmo televisivo appesantito e alchimie non sempre riuscite, il Festival ritrova la propria centralità culturale nel ricordo dello storico conduttore e nelle performance di chi ha saputo trasformare la canzone in gesto artistico compiuto
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La prima serata del Festival di Sanremo si è aperta sotto il segno di una conduzione eccessivamente lenta, quasi impaniata in una solennità che ha finito per appesantire il ritmo drammaturgico dello spettacolo. La scelta di Laura Pausini, artista di indiscussa caratura vocale e di statura internazionale, si è rivelata tuttavia problematica nella dimensione della conduzione seriale: sarebbe stata adatta magari per un'unica serata, ma per tutte le serate no. Risulta inadatta e inadeguata alla condizione. La gestione dei tempi televisivi, l’interazione con orchestra e platea, l’equilibrio tra leggerezza e tensione agonistica: tutti elementi che richiedono una naturalezza teatrale che qui è parsa forzata.
Opportuno e straordinario, invece, il ricordo di Pippo Baudo: un omaggio sentito, necessario, quasi pedagogico. Baudo è stato l’architrave della storia sanremese, conducendo il Festival in ben tredici edizioni (dal 1968 al 2008), attraversandone le stagioni più diverse, dalle contestazioni ideologiche agli anni del riflusso, fino alla rinascita spettacolare degli anni Novanta. Fu lui a intuire e valorizzare talenti destinati a segnare la canzone italiana; fu lui a trasformare il palco dell’Ariston in un teatro nazionale permanente. Il tributo, sobrio e intenso, ha restituito per un momento quella centralità culturale che oggi pare talvolta smarrita. Quanto a Can Yaman, nonostante si sia difeso con professionalità e presenza scenica, non è stato una buona spalla per la co-conduzione: l’interazione è apparsa poco fluida, talora meccanica, priva di quella complicità brillante che il Festival richiede per alleggerire i tempi televisivi. Passiamo alle esibizioni.
Patty Pravo – 10
La vera divina. Abito meraviglioso, elegante, chic, ma soprattutto la canzone straordinaria. La sua emissione, pur segnata dal tempo, conserva un fraseggio aristocratico e una gestione del vibrato che diviene cifra espressiva. L’interpretazione è stata un esempio di controllo dinamico e di consapevolezza scenica: ogni pausa era pensiero, ogni attacco una dichiarazione di poetica.
Arisa – 10
Sembrava di essere avvolti in una magia. Avvolta in un abito bianco, intonazione perfetta. È impossibile sentire Arisa sbagliare una nota. Tecnicamente ineccepibile: sostegno diaframmatico saldo, filati luminosi, pianissimi sospesi. La sua performance ha incarnato la purezza dell’intonazione come valore etico oltre che musicale.
Tommaso Paradiso – 7
Compito svolto bene, ma viste le premesse ci aspettavamo di più. La scrittura resta riconoscibile, con quell’andamento nostalgico e radiofonico che lo contraddistingue, ma l’armonia non sorprende e la linea melodica procede senza reali scarti modulanti.
Michele Bravi – 9
Il testo è straordinario. Molto bravo. Bravi si conferma tra i più raffinati cesellatori della parola nel panorama contemporaneo: la sua scrittura coniuga introspezione e limpidezza semantica. L’interpretazione è stata sorvegliata, intensa, capace di restituire ogni sfumatura emotiva senza cadere nell’enfasi. Un artista che cresce di festival in festival, dimostrando maturità e profondità non comuni.
Fulminacci – 7 Buono. Una proposta coerente con il suo percorso: leggerezza apparente, costruzione armonica intelligente, un certo minimalismo che funziona, pur senza toccare vertici memorabili.
Raf – 6 Solite canzoni sue. Tipiche. Nulla di eclatante. La comfort zone melodica è evidente; il mestiere salva il brano, ma non lo eleva.
Luchè – 8 Nel suo stile. Molto bella la canzone. Produzione curata, beat calibrato, flow consapevole. Una proposta che tiene insieme urban e cantabilità con equilibrio.
Levante – 6 Discreta. Buona scrittura, ma manca l’acuto emotivo; l’arrangiamento resta prevedibile. Sayf – 7 Candidata come molte altre ad essere radiofonica. Struttura strofa-ritornello efficace, hook immediato, produzione levigata.
Mara Sattei – 8
Canzone molto bella, interpretata molto bene. Testo bello. Mediamente alto ma è qualcosa di già sentito. Però merita un 8 perché è molto bella. La sua vocalità eterea si posa su una tessitura armonica rassicurante ma funzionale.
Ditonellapiaga – 4
Non incontra i miei gusti musicali e mi sembra stridente. L’estetica volutamente spigolosa e l’uso marcato di timbri sintetici producono un effetto divisivo.
Dargen D'Amico – 6
Ci si aspettava di più. La scrittura resta brillante, ma il brano non possiede l’immediatezza delle sue prove migliori.
Samurai Jay – 5
(Commento in base al voto insufficiente) La performance appare acerba: emissione non sempre controllata, presenza scenica ancora da consolidare. L’idea di base non è priva di interesse, ma l’esecuzione non convince.
Elettra Lamborghini – 5
Hit estiva sicuramente. Ritmo trascinante, ma struttura armonica elementare; più prodotto che canzone.
J-Ax – 5 Radiofonica. Mestiere indiscutibile, ma creativamente prevedibile.
Marco Masini & Fedez – 5
Delusione totale, non mi capacito come i colleghi giornalisti li abbiano addirittura inseriti nella top five. Da Masini ci aspettavamo un capolavoro. L’alchimia tra i due non decolla; manca una vera fusione timbrica e concettuale.
Ermal Meta – 5
Ci aspettavamo molto di più da chi è capace di scrivere “Piccola anima”. Scimmiotta De André nel verso conclusivo. Il riferimento a Fabrizio De André appare più manieristico che interiorizzato.
Serena Brancale – 7
Discreta. Vocalità interessante, contaminazioni soul ben gestite.
Nayt – 5 Negativo. Scrittura poco incisiva, interpretazione monocorde.
Malika Ayane – 5 Che delusione. Lei che ha partecipato al festival con brani come “Come foglie”, “Ricomincio da qui”, “E se poi”, “Adesso e qui (Nostalgico presente)”. Da un’artista con tale curriculum ci si attende sempre una cifra poetica alta; qui invece la proposta appare opaca, priva di slancio melodico.
Eddie Brocke – 6 Nella strofa è stonato, nell'inciso si riprende più o meno. Il testo è molto bello, la musica bellina. Ci aspettavamo di più, tuttavia è carina. Evidente un problema di centratura tonale nella prima parte.
Sal Da Vinci – 6 (con riserva affettiva 8) Sembra una canzone da sagra. A Sanremo però bisogna tenere conto anche di questo. Quindi non posso dargli meno che 8. La dimensione popolare è parte integrante della storia del festival. Chiello – 6 Non c'è malissimo. Timbro interessante, ma struttura fragile.
Enrico Nigiotti – 8 Molto bella. Anche qui armonici e sonorità già sentite. Tuttavia l’interpretazione è sincera e musicalmente compiuta.
Bambole di Pezza – 8 Bella. Energia scenica, coerenza stilistica, impatto diretto. Maria Antonietta & Colombre – 7 Buono. Intreccio vocale delicato, scrittura intimista ben calibrata.
Tredici Pietro – 5 Non incontra assolutamente i miei gusti musicali, negativa anche l’interpretazione. Mancanza di controllo e incisività.
Leo Gassmann – 5 Con un timbro così caratteristico e potenzialmente drammatico ci si aspettava assolutamente di più. L’interpretazione resta in superficie.
Francesco Renga – 6 La solita canzone, tuttavia orecchiabile, carina. Professionalità indiscutibile, ma scarsa innovazione. LDA & Aka 7even – 6 Tormentone estivo. Si sente la patina di Gigi D'Alessio: melodia immediata, produzione levigata, forte vocazione commerciale.
In definitiva, una serata dai picchi altissimi – Patty Pravo e Arisa su tutti – ma anche costellata di delusioni inattese. Il Festival vive di contrasti: tra arte e mercato, tra sperimentazione e tradizione. E in questo equilibrio instabile si consuma, ancora una volta, il rito collettivo della canzone italiana.

