In concomitanza con lo sciopero generale, attivisti pro Palestina e sigle sindacali hanno manifestato per chiedere lo stop al transito di armamenti e in supporto ai lavoratori portuali. Marra (Usb Calabria): «Sicurezza sacrificata al Dio profitto»
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«Basta traffici di morte nei nostri porti. Basta insicurezza e sfruttamento sul lavoro».
In concomitanza con le proteste nazionali e a supporto dello sciopero generale di venerdì 29 maggio, si è tenuta una grande mobilitazione davanti all’ingresso del Porto di Gioia Tauro. L’iniziativa ha unito la protesta contro la guerra in Palestina, l'economia di guerra, la precarietà e l’insicurezza sui posti di lavoro. Aderendo all’appello dei Giovani palestinesi d’Italia, è stata indetta dalle organizzazioni pro Palestina calabresi insieme a realtà sindacali, sociali e politiche. Una doppia azione via terra e via mare, infatti, alcune barche di attivisti si trovavano in presidio e in azione di disturbo davanti allo scalo gioiese per evitare il transito di presunto materiale bellico verso Israele.
Global Intifada – Disarmare il Genocidio, Coordinamento Calabria con la Palestina, BDS Calabria, Global Sumud Calabria e Thousand Madleens to Gaza denunciano che da circa due mesi, 16 container con sospetto materiale militare sono sottoposti a ispezione presso il porto calabrese, e intendono interrompere la filiera bellica che, a loro dire, parte dal territorio. La legge 185 del 1990, in Italia, vieta l’esportazione e il transito di armi verso paesi in guerra. Anche in riferimento a ciò, oggi a Gioia Tauro si è ribadito con forza che «i porti non sono retrovie di guerra». Così come ha evidenziato Patrizio Maugliani, coordinatore regionale Bds, il movimento che promuove campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro le politiche israeliane verso i palestinesi: «Siamo qui in supporto ai lavoratori del Porto di Gioia Tauro e per chiedere il fermo, l’ispezione e i controlli sui container sospetti. Vogliamo lo stop totale del traffico di armi nei nostri porti».
Marra, USB Calabria: «No al profitto quando questo significa. Basta sfruttamento dei lavoratori»
Proprio di recente, inoltre, un lavoratore è rimasto ferito nel porto di Gioia Tauro, a causa del ribaltamento di una gru. Un altro tema centrale della mobilitazione si è fondato sulla sicurezza e i diritti dei lavoratori.
«Spesso quando si guardano le performance delle realtà industriali si parla di produzione e premialità - ha dichiarato Giuseppe Marra, responsabile USB Calabria -.Questo, spesso, è legato allo sfruttamento dei lavoratori, come qui a Gioia Tauro. Tutto quello che si nasconde dietro a ciò che solitamente vengono chiamati incidenti, è un sistema di sfruttamento in cui a pagare sono i lavoratori. Sono incidenti annunciati, perché attraverso la precarizzazione del lavoro, attraverso sempre più richieste di performance, i lavoratori sono costretti a ritmi molto pesanti, quindi è chiaro che prima o poi si parli di errori. Siamo qui per dire che questo porto e il lavoro deve essere dedicato alla vita dei lavoratori e delle persone e non al profitto quando questo significa anche morte. Dietro ogni incidente sul lavoro ci sono ritmi insostenibili, manutenzione carente, sicurezza sacrificata alla produttività.
In questo Paese c'è una guerra silenziosa che ammazza tre lavoratori al giorno, e centinaia e centinaia di feriti e mutilati. È figlia di quello stesso sistema che eleva a Dio il profitto e a niente la vita, che sia di un operaio o di un bimbo di Gaza. Lavoro insicuro e traffici di guerra sono facce di questo stesso sistema. Per questo siamo qui fuori dal porto, con le bandiere della Palestina, per dire basta morti per il profitto».



