Crescita record delle iscrizioni online: tra opportunità e criticità, il confronto si concentra su qualità, controlli e rischio di svalutazione del titolo accademico
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Negli ultimi anni le università telematiche hanno conosciuto una crescita senza precedenti. Secondo i dati del Ministero dell’Università e della Ricerca, nel 2025 le iscrizioni sono aumentate del 51%, superando quota 300.000 studenti. Un’espansione trainata soprattutto dai corsi in ambito economico, ingegneristico e psicologico. Numeri che raccontano una trasformazione profonda del sistema universitario italiano, ma che allo stesso tempo alimentano un acceso confronto politico e culturale: si tratta di un’evoluzione fisiologica dell’istruzione o di una sua progressiva semplificazione?
Il tema è approdato anche in Parlamento. La deputata Elisabetta Piccolotti ha espresso forti perplessità, parlando di una crescita che rischia di sfuggire al controllo qualitativo. Al centro delle critiche vi sono le modalità di verifica e il sospetto che, in alcuni casi, gli esami possano essere di fatto svolti a distanza e solo formalmente ratificati in presenza. Secondo questa visione, il rischio è duplice: da un lato un indebolimento del sistema universitario pubblico, dall’altro una progressiva svalutazione del titolo accademico. Quando il numero degli iscritti cresce così rapidamente, ci si chiede se il sistema riesca a garantire davvero gli stessi standard formativi.
Di segno opposto è la posizione di chi difende la didattica digitale. Tra questi il docente Massimiliano Longo, che sottolinea come l’online possa addirittura migliorare il rapporto tra studenti e docenti. Le tecnologie, sostiene, permettono una maggiore frequenza di interazione e una disponibilità più costante rispetto alle tradizionali lezioni in aula spesso affollate. In questa prospettiva, il digitale non rappresenterebbe una riduzione della qualità, ma una sua possibile evoluzione, capace di rispondere in modo più efficace alle esigenze degli studenti contemporanei.
Il cuore del dibattito, tuttavia, va oltre la dimensione normativa e politica. Riguarda il significato stesso di due parole chiave: istruzione e merito. L’istruzione non è soltanto trasmissione di contenuti, ma un percorso fatto di tempo, confronto diretto, difficoltà e crescita personale. Il merito, a sua volta, implica un risultato conquistato attraverso impegno, sacrificio e verifica autentica delle competenze. Se questi concetti vengono progressivamente semplificati, il rischio è che anche il titolo di studio perda valore, trasformandosi da traguardo formativo a semplice certificazione formale.
Il successo delle università telematiche non può essere spiegato solo con la qualità dell’offerta o con l’innovazione tecnologica. Esistono ragioni più profonde, legate anche a esigenze concrete: lavoro, difficoltà personali, impossibilità di frequentare in presenza. In questi casi, la didattica a distanza rappresenta una risorsa importante e, in molti casi, necessaria.
Tuttavia, accanto a queste motivazioni, emerge anche una tendenza diversa, più problematica: la percezione diffusa di un percorso più accessibile, più rapido, in alcuni casi più “gestibile” rispetto a quello delle università tradizionali.
È proprio su questo punto che si concentra la riflessione più delicata. L’università non è soltanto un luogo di apprendimento, ma uno spazio di formazione complessiva della persona, fatto anche di presenza, confronto diretto, fatica quotidiana, capacità di misurarsi con i propri limiti. Il rischio, nel modello esclusivamente telematico, è che una parte di questa esperienza venga ridimensionata o semplificata. Non si tratta necessariamente di una minore serietà degli studi, ma di un diverso tipo di percorso, in cui alcune dinamiche — il contatto umano, l’esperienza condivisa, il confronto immediato delle proprie competenze — risultano inevitabilmente attenuate.
In questo scenario, la crescita esponenziale delle università telematiche solleva una domanda che riguarda l’intero sistema: cosa significa oggi meritare un titolo di studio? Se l’accesso diventa più semplice e il percorso più flessibile, come si ridefinisce il valore di quel titolo? Il rischio, evidenziato da alcune voci critiche, è quello di una progressiva “commercializzazione” dell’istruzione, in cui il titolo accademico tende a essere percepito sempre più come un prodotto, accessibile attraverso un investimento economico, piuttosto che come il risultato di un percorso formativo rigoroso.
Non si tratta di condannare in blocco le università telematiche, che rispondono a bisogni reali e offrono opportunità concrete. Ma di interrogarsi sul modello di istruzione che si sta costruendo e sul significato che attribuiamo, oggi, a parole come merito e formazione. Perché è proprio in questa ridefinizione che si gioca il futuro dell’università italiana.

