All’indomani della rottura con Salvini, il partito del generale entra nella rilevazione di YouTrend piazzandosi poco sopra la soglia di sbarramento nazionale e rubando elettori soprattutto a Fratelli d’Italia. Ecco tutti i numeri
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La destra si scopre improvvisamente vulnerabile allo stesso vizio che l’ha fatta crescere: l’idea che, quando c’è spazio, qualcuno possa sempre ritagliarsi una fetta urlando un po’ più forte degli altri. Il debutto della lista Futuro Nazionale, guidata da Roberto Vannacci e presentata all’indomani della rottura con la Lega, entra nei sondaggi come una lama dentro la competizione interna al centrodestra. Non è un terremoto che sposta l’asse del Paese, ma è una crepa che corre proprio nel punto più sensibile: i consensi “di appartenenza”, quelli che sembrano granitici finché non arriva qualcuno a metterli alla prova.
La fotografia arriva dal sondaggio realizzato da YouTrend per SkyTg24. Nella prima rilevazione Futuro Nazionale si collocherebbe al 4,2%. Un dato che, tradotto in politica vera, significa una cosa sola: la lista non nasce “testimoniale”. Si piazza poco sopra la soglia di sbarramento nazionale e resterebbe a galla anche se quella soglia salisse dal 3% al 4%. Per un progetto appena messo in vetrina, è già un avviso ai naviganti: esisto, pesco, e posso trasformare la somma in una sottrazione per tutti gli altri, dentro la stessa area.
L’effetto immediato è un’erosione di consensi soprattutto a destra. Fratelli d’Italia è il partito che paga di più, con un arretramento di 1,1 punti. La Lega segue con -0,9. Forza Italia registra un impatto più contenuto, -0,2. Sul resto dello scenario, invece, non si vedono scosse significative: campo progressista e forze centriste restano sostanzialmente stabili. E qui c’è la prima chiave di lettura: la novità Vannacci non pesca nel mare aperto, pesca nel laghetto già affollato, dove ogni punto vale doppio perché vale anche come segnale politico.
Il dettaglio che brucia, però, è un altro. Secondo l’analisi dei flussi, l’ex generale “toglie più a FdI (23%) che alla Lega (18%)”. È la frase che, nei partiti, diventa subito una domanda scomoda: che cosa sta dicendo a una parte di elettorato di Fratelli d’Italia che la principale forza di governo non sta più dicendo con la stessa efficacia? Se la risposta è “radicalità”, “coerenza”, o semplicemente “purezza” di tono, allora il rischio per FdI non è solo perdere un punto: è essere trascinata in una gara permanente di identità, dove il premio non è governare meglio ma risultare più “irriducibili” del vicino.
La composizione della nuova lista aiuta a capire che cosa si muove sotto la superficie. Poco meno della metà degli elettori di Futuro Nazionale proviene dall’area della destra parlamentare, cioè da Fratelli d’Italia e Lega. Ma una quota rilevante arriva da formazioni minori e dall’area sovranista extraparlamentare, citate nell’analisi tra cui Italia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo e Alternativa Popolare di Stefano Bandecchi. In altre parole, la lista si presenta come un magnete che raccoglie pezzi sparsi, intercetta periferie politiche e offre un indirizzo a un elettorato che non si sente più “ospite” dentro i partiti tradizionali della coalizione, né pienamente rappresentato dai loro compromessi.
C’è poi un dato che spiega perché, al di là delle percentuali, la mossa può diventare più insidiosa: il 13,5% degli elettori di Futuro Nazionale arriverebbe da persone che prima erano tra astenuti e indecisi. Questo non è solo un travaso. È una riattivazione. E la riattivazione, in politica, è il vero cambio di passo: non sposta soltanto seggi, sposta energie. Se un soggetto nuovo riesce a riportare alle urne chi era uscito dal gioco, allora costringe tutti gli altri a rispondere, perché la partita si allarga e diventa più imprevedibile. È anche il punto in cui la scissione smette di essere “una faccenda interna” e diventa un fattore che può cambiare i comportamenti elettorali.
Nel complesso, i dati suggeriscono che, in questa prima fase, Futuro Nazionale funzioni soprattutto come fattore di redistribuzione interna all’area di destra e come canale di mobilitazione di elettori periferici o disallineati. Non una forza che costruisce ponti, ma una forza che pianta paletti. È un modello già visto, ma qui arriva con un volto molto riconoscibile e con una narrazione che non cerca consenso trasversale: cerca fedeltà, cerca appartenenza, cerca un “noi” più stretto e più esigente.
Ed è proprio sul volto che il quadro si complica. Il profilo personale e politico di Vannacci appare fortemente polarizzante. Tra chi lo conosce, la non fiducia supera di gran lunga la fiducia: 53% contro 14%. I giudizi seguono la segmentazione politica: relativamente più positivi tra gli elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega; sfiducia quasi totale tra chi vota Partito democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Tradotto: Vannacci non nasce per piacere a tutti. Nasce per parlare a un perimetro preciso, sapendo che fuori da quel perimetro la sua figura attiva rigetto, diffidenza, opposizione.
Eppure, dentro il centrodestra, c’è un altro numero che racconta una storia a metà tra esitazione e nervosismo: la quota di elettori che sospendono il giudizio rifugiandosi nel “non so”. Tra gli elettori leghisti, addirittura, il 48% sceglie questa risposta. Quasi un leghista su due, davanti al tema, non si schiera. È un segnale di fluidità e, insieme, di disorientamento: la rottura con l’establishment salviniano apre una frattura emotiva prima ancora che politica, perché costringe a scegliere tra appartenenza e tentazione, tra fedeltà e curiosità, tra “casa” e “novità”.
Da qui in avanti, la domanda non è solo “quanto vale” Futuro Nazionale oggi, ma che cosa costringe a fare agli altri domani. Fratelli d’Italia rischia di doversi difendere sul terreno simbolico, dove si misura chi è più duro e più identitario, con l’effetto collaterale di spostare in avanti il baricentro del linguaggio pubblico. La Lega rischia di perdere pezzi e di perdere, insieme, un monopolio di vocabolario che per anni ha fatto da collante. Forza Italia, con un impatto più contenuto, potrebbe invece provare a restare fuori dalla mischia e presentarsi come l’ala che non partecipa alla gara di muscoli, ma è una scommessa che regge solo finché la partita resta “tra gli altri due”.
Un ultimo elemento, però, resta sospeso: la durata. Un 4,2% può essere un picco da lancio o l’inizio di una traiettoria, dipende dalla capacità di trasformare l’onda mediatica in struttura, candidati, radicamento e disciplina. Ma, nel frattempo, il danno politico per gli altri non ha bisogno di diventare permanente per essere reale: basta il sospetto che ci sia un concorrente “più vero”, e la coalizione è costretta a rincorrerlo, anche solo per non lasciargli l’etichetta in mano.
È l’inizio di una partita che, per ora, parla quasi solo al centrodestra. Ma proprio per questo può diventare corrosiva: quando un nuovo soggetto nasce dentro una coalizione, la prima cosa che fa è costringere gli alleati a guardarsi allo specchio. E lo specchio, in politica, raramente restituisce un’immagine rassicurante.




