Nell’ultima sortita politico-mediatica di Mario Adinolfi vi è qualcosa che non appartiene alla cronaca, ma sconfina deliberatamente nel dominio dell’allegoria grottesca, là dove il reale, stremato dall’obbligo di sembrare razionale, abdica a ogni pretesa di serietà e si offre come farsa a cielo aperto. L’annuncio della possibile fondazione di un partito composto da Adinolfi medesimo, dal generale Roberto Vannacci (reduce dell'esodo dalla Lega) e dall’ineffabile Fabrizio Corona, non si configura come proposta politica, bensì come evento coreutico. Un Ballo del Qua Qua che nemmeno Romina Power nei suoi anni d'oro, eseguito con gravità sacerdotale da tre figure convinte di officiare un rito fondativo civico-morale.

Adinolfi, sommo ierofante del cosiddetto Popolo della Famiglia, occupa il centro della scena come un capocomico convinto di recitare il ruolo del protagonista. Agita concetti come fossero dogmi, scandisce sillabe come fossero articoli di fede, e ogni suo passo laterale diventa un “qua-qua" solenne, caricato di una pomposità teologica che nemmeno il Ballo del Qua Qua, nella sua innocente e incolpevole leggerezza, aveva mai osato pretendere. Le braccia si alzano, si abbassano, si piegano secondo una liturgia ormai automatica: ala destra, ala fascista, saltello morale, saluto romano, ripetizione del ritornello. È la metafisica ridotta a coreografia.

È qui che la sua ossessione prende forma: l’omosessuale, figura evocata come un disturbo dell’ordine cosmico, come una nota stonata nel karaoke universale della famiglia tradizionale. Adinolfi lo guarda con l’espressione di chi ha appena scoperto che qualcuno balla il Qua Qua con più grazia del previsto e, scandalizzato, invoca il regolamento. Adinolfi, sconvolto più che invocare il "vade retro" invoca: «Dio, Patria e Famiglia». Non c’è odio esplicito, no, c’è qualcosa di peggio, una condiscendenza gravosa, un paternalismo sudaticcio che pretende di “correggere” l’amore altrui come si corregge un passo sbagliato durante il ballo di gruppo. L’intolleranza si traveste da premura. L’esclusione da difesa dei valori. E intanto la musica continua.

Vannacci, dal canto suo, affronta la questione con l’eleganza di un manuale militare applicato alla vita affettiva. Per lui l’omosessualità non è una realtà, ma una deviazione dalla coreografia prestabilita. Il Ballo del Qua Qua diventa addestramento: tutti uguali, stessi movimenti, stesso passo, stesso verso. Chi improvvisa, chi varia, chi ama fuori tempo viene guardato come un errore di formazione. La sua intolleranza è burocratica, senza passione ma inflessibile, come un modulo compilato male: non ti odio, ti correggo. E se non ti correggi, resti fuori dalla danza.

Corona osserva il tutto con il cinismo di chi ha capito che anche l’omofobia, se ben inquadrata, fa audience. Non ha una posizione: ha un’inquadratura. Se l’indignazione rende, la indossa. Se la provocazione funziona, la amplifica. Il Ballo del Qua Qua, per lui, è solo un format replicabile: oggi contro Mediaset, domani contro qualcos’altro, purché il pubblico riconosca la melodia e resti incollato allo schermo. Corona non segue la coreografia, lui la vampirizza. Entra in scena come un ritornello fuori tempo, convinto che ogni Ballo del Qua Qua sia, in fondo, una Vita spericolata in miniatura. Non cerca coerenza, cerca visibilità. Se Adinolfi crede di stare officiando un rito morale e Vannacci un addestramento civile, Corona ha già capito tutto: questa non è politica, è intrattenimento, e va ballato guardando in camera.

È a questo punto che la farsa si eleva, suo malgrado, a teatro pirandelliano. I tre, continuando a danzare, iniziano impercettibilmente a smarrirsi. Il Ballo del Qua Qua procede, ma nessuno ricorda più perché. I passi si ripetono anche quando la musica si affievolisce. Le ali si muovono nel vuoto, come se il movimento stesso fosse diventato l’unica ragione dell’esistere. Senza accorgersene, i tre si trasformano in personaggi in cerca d’autore. Adinolfi, più degli altri, appare come un personaggio che vuole correggere l'autore. Vuole una trama che lo consacri profeta. Una morale che lo assolva in anticipo. Un pubblico che applauda prima ancora della battuta finale.

Vannacci cerca un autore che scriva il mondo come un regolamento. Corona uno che non smetta mai di illuminarlo. Ma nessuno dei tre cerca davvero il senso. Vagano sulla scena pubblica come figure incompiute, convinte di rappresentare la realtà mentre stanno solo eseguendo una coreografia imparata male. Pirandello avrebbe sorriso amaramente: qui non c’è conflitto tra essere e apparire, perché l’apparire ha vinto per KO tecnico e culturale.

Il Ballo del Qua Qua continua, anche quando dovrebbe finire. Ala destra, ala fascista, salto morale, slogan. Il pubblico ride, si piega in due, riconosce la melodia. Perché in fondo è orecchiabile. Tragicamente o comicamente, questa non è una parodia della politica, è la politica che, convinta di fare la Storia, continua a ballare una canzoncina, aspettandosi applausi da un Paese che, tra una risata e l’altra, comincia finalmente a capire di trovarsi davanti a una recita senza autore, e senza musica degna di questo nome.

E così mentre perseverano nella loro oscillazione metastabile tra il ridicolo e l’autosacralizzazione, ciò che resta non è neppure l’eco di un’idea, ma una sorta di ruminazione gestuale del vuoto. Un continuo rifluire di segni che, avendo smarrito ogni referente, continuano, tuttavia, a pretendere senso per mera inerzia simbolica. In questo spasmo coreutico dell’intelletto, dove l’identità si coagula in postura e l’opinione si fossilizza in movimento, i personaggi si dissolvono in una grammatica dell’insignificanza così ipertrofica da risultare, nel suo stesso affastellarsi, perfettamente opaca. Parola che, priva di pensiero, si auto-perpetua, ruotando su se stessa come un ritornello eterno, incomprensibile persino a chi, con solenne convinzione, continua ostinatamente a ballarlo.