Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte vittime innocenti di un sistema che aveva creato una guerra per mettere le mani su appalti contrassegnati da favoritismi dettati dalla politica e appetiti criminali. Le accuse pesantissime nella sentenza del 1993 che mandò assolto l’unico imputato
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È possibile venire a capo del brutale omicidio di Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte due netturbini di Lamezia Terme trucidati all’alba del 24 maggio 1991? Oggi ricorre il 35esimo anniversario di quell’eccidio compiuto a colpi di kalashnikov.
I familiari non hanno perso la speranza e dicono «sì, è possibile». Lo ha ribadito, in una recente intervista a LaC News24, anche Stefania Tramonte, figlia di Francesco: «Era molto facile sin dall'inizio, anche se io ero una bambina quando è accaduto. Ma bene o male poi negli anni ho capito molto di più».
Una cosa è certa: Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, morti rispettivamente a 28 e 40 anni, sono due vittime innocenti, schiacciate da una guerra di mafia per il controllo della raccolta dei rifiuti solidi urbani.
La gestione della raccolta rifiuti
Tutto inizia con l’affidamento a terzi, da parte del Comune, della gestione della raccolta dei rifiuti. Un affare col quale c’era solo da guadagnare come racconta la sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro che nel 1993 assolve l’unico imputato, Agostino Isabella, accusato del delitto ma punta il dito contro la gestione del servizio di nettezza urbana che aveva portato le cosche a ingolosirsi prima e ad accapigliarsi dopo.
«Il barbaro eccidio – scrive la Corte d’Assise – del 24 maggio fatto contro vittime innocenti, umili ma onesti lavoratori che nella loro modesta attività traevano gli unici mezzi di sostentamento delle proprie famiglie, volle essere un messaggio tanto più efficace quanto più permeato da bestiale efferatezza, rivolto a tutti, pubblici e privati operatori; un messaggio che preannunziava nuovi equilibri mafiosi e dei quali non poteva non tenersi conto nello spendere i miliardi della nettezza urbana».
Dalla Cise alla Sepi
Allora proviamo a mettere un po’ in ordine i fatti che stanno alla base di questa tragica storia che non ha mai visto colpevoli.
Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte nel 1991 erano due netturbini. Erano dipendenti del Comune di Lamezia Terme e il loro compito era quello di spazzare le strade e tenere pulita la città.
Da qualche tempo l’amministrazione comunale, quella in carica dal 1986 al 1990, aveva dato il via alla privatizzazione della raccolta dei rifiuti solidi urbani, affidandola alla riunione temporanea di imprese Cise sas, i cui titolari erano Serafino Piacente, Giovannino Iannazzo e Giovanni Rocca che dovevano eseguire i lavori rispettivamente a Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. Il 23 agosto 1988 la giunta municipale, con la delibera 1750, approvava il capitolato d’appalto per l’esecuzione dei lavori di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani: 220 milioni di lire per due mesi, dal primo novembre al 31 dicembre 1988. Il servizio veniva affidato a terzi – è la giustificazione formale – perché le strutture comunali erano state ritenute insufficienti e per i divieti legali di assunzione temporanea di manodopera. Eppure il Comune disponeva di 14 mezzi e di 49 operai, 39 dei quali risultati idonei a svolgere le mansioni di netturbino, mentre alla Cise furono sufficienti 15 operai per espletare il servizio. Tra l’altro i mezzi di trasporto, per il primo affidamento, vennero forniti totalmente dal Comune.
La gara d’appalto venne aggiudicata dalla Cise, dopo che gli altri aggiudicatari erano stati esclusi per vizi di forma. La ditta tenne i lavori fino al 31 marzo 1990. Per sei mesi, dal primo aprile al 30 settembre 1990, il Comune gestì in maniera diretta il servizio e poi, di nuovo, il servizio venne affidato, fino al 15 settembre 1991 alla ditta Sepi di Francesco Piacente&c sas, società derivata dalla trasformazione della Cise. Le condizioni di contratto rimasero invariate tranne, in questo secondo appalto, la messa a disposizione dei mezzi di trasporto che spettava non più totalmente al Comune ma anche all’impresa, mentre l’impiego di manodopera era costituita anche da operai comunali.
Una miniera d’oro
Per la ditta appaltatrice c’era solo da guadagnare. L’onere finanziario del Comune fu di 2.581.813.720 lire fino al 24 giugno 1991 e di 253.539.000 lire per i pochi mesi residui.
Contrariamente alle norme del capitolato, le spese per il carburante o la manutenzione dei mezzi (circa 700 milioni di lire) non vennero sostenute dall’impresa ma dal Comune che non si premunì mai di recuperare le somme.
Altri 558.856.000 di lire furono liquidati a ditte per lavori di risanamento igienico mai eseguiti, tra agosto1988 e marzo 1989, su disposizioni verbali dell’assessore competente. Insomma, l’affare dei rifiuti era diventato una miniera d’oro.
I giudici di Corte d’Assise non esitano a parlare di «macroscopici favoritismi effettuati mediante evidenti violazioni di legge» che hanno reso il settore della nettezza urbana «terreno di conquista di spregiudicati operatori mafiosi».
Tra l’altro, all’interno delle imprese, erano state individuate parentele con appartenenti alle cosche lametine.
Lo scioglimento per infiltrazione mafiosa
Dal 1986 al 1991 si erano susseguiti tre sindaci: Pasquale Materazzo, Giuseppe Paladino e Francesco Anastasio. L’amministrazione guidata da Anastasio venne sciolta per infiltrazione mafiosa. Secondo la relazione del ministro dell’Interno, il consiglio comunale presentava fenomeni di condizionamento e infiltrazioni di tipo mafioso. Sette le persone individuate con collegamenti con le famiglie Giampà e Torcasio. Ma anche la cosca Iannazzo avrebbe provveduto a piazzare i propri consiglieri.
Nella relazione che il ministro dell’Interno Scotti invia al presidente della Repubblica si legge: «Dell’attuale giunta risultano avere precedenti e pendenze penali quattro dei nove componenti». Al processo per l’omicidio si affiancò un processo per abuso d’ufficio, nei confronti di ex amministratori, in seguito a sospette irregolarità con le quali vennero affidati gli appalti della raccolta rifiuti. Processo che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati, così come il processo contro il presunto killer che venne assolto per non aver commesso il fatto. Nei sui confronti il pm Luciano D’Agostino, che nel corso della requisitoria aveva chiesto l’ergastolo, propose appello ma il ricorso venne ritenuto inammissibile perché presentato fuori tempo massimo.
Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte sono stati stritolati da un sistema sul quale la giustizia non ha mai messo un punto e che, proprio per questa ragione, rischia di riproporsi.


