Più che sulla politica internazionale, la tradizionale comunicazione di Giorgia Meloni alle Camere di due giorni fa in vista del prossimo consiglio europeo è stata interessante perché ha squadernato, in maniera plastica, il futuro della politica interna. Giorgia Meloni per la prima volta ha attaccato frontalmente il Generale Vannacci, accusandolo di non essere veramente di destra visto che con il suo movimento, Futuro Nazionale, sta facendo il gioco della sinistra. Chiaro il riferimento all’intervista rilasciata dallo stesso generale alla Gruber su La7. Al di là delle definizioni sui gay che sembravano citazioni dal film di Checco Zalone (ma questo fa il comico, non il politico), Vannacci aveva detto di non essere di estrema destra, ma di vera destra. Il non detto è che la versione della Meloni era quella di una destra annacquata, sbiadita, che aveva perso la sua forza propulsiva. Una situazione che potrebbe innescare una spirale pericolosa a chi fa più il fascista fra i due. D’altronde altre opzioni la Meloni sembra non averne.

Come accade sempre più spesso, però, il dibattito parlamentare si è incendiato in Senato. A farla da padrone Matteo Renzi e non tanto per aver definito la Meloni “Lady Tax”, ma perché si è abilmente infilato nelle difficoltà della maggioranza di Governo. Con la Lega alle prese con una crisi prima di identità e poi di consensi, il centrodestra potrebbe vedersi costretto ad allearsi con i vannacciani. Il problema è che Vannacci non ha alcun vantaggio da questa alleanza. Se lo farà permetterebbe alla Meloni di riconfermarsi premier in cambio di un Ministero e qualche poltrona nelle grandi aziende di Stato. Ma corre il rischio di essere fagocitato poi dal centrodestra tradizionale.

Se non lo fa, come non lo farà, può continuare a crescere a dismisura. Interessante sul punto è l’intervista che Gianni Alemanno ha rilasciato al Foglio. L’ex sindaco di Roma dice che Vannacci da qui a dieci anni potrebbe diventare Presidente del consiglio perché su tutta Europa spirano venti di sovranismo mentre la Meloni è ferma su posizioni liberal-conservatrici. D'altronde, è il suo ragionamento, anche Fratelli d'Italia è partita da un risicato 4% ed è poi arrivata al Governo. Alemanno certamente ci mette troppo ottimismo, ma la prospettiva è chiara. Vannacci non ha alcun interesse ad allearsi con questo centrodestra. Anzi, rimanendo nella posizione di underdog, per dirla alla Meloni, può giocarsi tutte le carte che vuole.

In tutto questo il centrosinistra la fa da spettatore. Anzi, come al solito fa harakiri con il deputato del M5s, Francesco Silvestri, che parla, inopinatamente e volgarmente, di ginocchiere e offre un assist inaspettato alla Meloni per uscire dall’angolo. Una conferma che i pericoli al percorso del Governo, per quanto accidentato da una classe dirigente che non si è mostrata all’altezza, arrivano da destra più che dall’opposizione parlamentare.

Facile allora fare un paragone con la Calabria, dove la Lega è ormai un pulviscolo anarchico senza direzione sul territorio e Occhiuto dal centrosinistra non ha alcun motivo di preoccupazione. Qualcuno allora inizia a pensare che anche in Calabria ci vorrebbero dei vannacciani, per svegliare il governo regionale dal torpore nel quale sembra essere caduto dall’inizio di questa seconda legislatura. Una legislatura in cui non si registra nessuna riforma degna di questo nome e nessun provvedimento incisivo per far uscire famiglie e imprese calabresi dalla difficile situazione economica nella quale si trovano. Il centrosinistra fa melina e parla di cose generiche, senza mai affondare il colpo. Nemmeno quando viene annientato alle amministrative.

Forse davvero servirebbe un Vannacci per distogliere Occhiuto, che ha persino quasi smesso di fare reel, dalle sirene romane e riportarlo ad impegnarsi ad amministrare  con incisività la Calabria.