Le stesse fonti citate dall’assessore Calabrese raccontano i tratti positivi e le fragilità del sistema: stagionalità, lavoro precario, bassa spesa e turismo concentrato sulla costa. La discussione parte da una base comune ma raccontare solo ciò che funziona non aiuta nessuno
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Abbiamo pubblicato integralmente l'intervento dell'assessore Calabrese, come abbiamo fatto e continueremo a fare con ogni contributo che arricchisca la discussione emersa negli ultimi giorni sul turismo nella nostra regione. E cominciamo dal punto che ci sembra più importante: le fonti sono comuni a tutti gli articoli e anche al testo dell’assessore.
I dati che l'assessore richiama: la crescita delle presenze e della componente straniera nel 2025, i quattro milioni di passeggeri negli aeroporti, l'andamento del primo semestre 2026 sono in larga parte gli stessi che questo network ha pubblicato per primo, quando il rapporto della Banca d'Italia è uscito lo scorso giugno.
Non li mettiamo in discussione: li abbiamo raccontati. Lo stesso vale per la permanenza media di 4,65 notti contro le 3,34 della media nazionale, che è stata citata proprio in queste pagine pochi giorni fa, in uno degli interventi più critici. Su una base comune si discute meglio, e la base è comune.
Le stesse fonti, però, contengono anche altro. Nello stesso rapporto si legge che l'85% del movimento turistico regionale si concentra in quattro mesi e che oltre il 90% delle presenze riguarda i comuni a vocazione marittima; che nel comparto il tempo parziale interessa il 70% dei lavoratori e i rapporti stagionali quasi un quarto, con retribuzioni giornaliere inferiori di oltre il 30% rispetto agli altri settori privati; che solo il 45% degli arrivi avviene in comuni con almeno un sito artistico-culturale. E le rilevazioni ISTAT sulla spesa mostrano che i visitatori del Centro-Nord, che nelle loro vacanze italiane spendono in media 57-59 euro al giorno, in Calabria si fermano a 34-36 euro/giorno.
Non sono numeri alternativi, sono l'altra faccia degli stessi numeri. I primi dicono quanti arrivano, gli altri quanto resta.
È esattamente per questo che in queste settimane abbiamo dato spazio a decine di imprenditori, ad associazioni di categoria, ad albergatori, ristoratori e gestori di strutture ricettive che ci hanno scritto spontaneamente. Non per descrivere una regione in cui nulla funziona, non lo pensiamo e non è nel DNA del nostro network raccontare ciò, ma perché a quelle migliaia di persone, che investono e rischiano in proprio, serve un turismo che cresca nei numeri e insieme nel valore che lascia sui territori, nella stabilità dei contratti, nella qualità dei servizi. Raccontare solo la parte che “funziona” non aiuterebbe nessuno di loro.
Del resto, sul merito la distanza è minore di quanto si lasci intendere. Quando l'assessore scrive che possedere un attrattore non significa avere un prodotto turistico, e che la sfida dei prossimi anni è portare chi arriva sul mare verso i borghi, i parchi e le aree interne, dice esattamente ciò che su queste pagine è stato scritto nei giorni scorsi, come proposta per avere altri numeri da studiare e valutare. Se il punto di arrivo è condiviso, la discussione può spostarsi su come arrivarci insieme agli imprenditori, le associazioni, i media e i tanti motori di sviluppo turistico-culturale che nella nostra regione non mancano.



