'Ndrangheta, l'ex boss di Reggio pentito: «Esponenti delle forze dell'ordine sotto l'ala delle cosche»

L'ex reggente della cosca Serraino Maurizio Cortese alla Dda: «Ogni famiglia prendeva carabinieri o poliziotti e li faceva crescere, ad esempio facendogli fare ritrovamenti». Il riferimento a Sebi Vecchio e i «depistaggi» sulle bombe alla Procura

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di Redazione
15 maggio 2021
15:29

Le famiglie mafiose «prendevano i carabinieri o i poliziotti e se li crescevano». Lo ha detto alla Dda di Reggio Calabria Maurizio Cortese, l'ex reggente della cosca Serraino che nei mesi scorsi ha scelto di collaborare con la giustizia.

Al sostituto procuratore Stefano Musolino, il pentito Cortese ha descritto la figura di Mimmo Morabito, uno degli imputati del processo "Pedigree". Parlando di lui, l'ex boss non ha dubbi e infatti, già nel verbale del 25 agosto scorso, al procuratore Giovanni Bombardieri e al pm Musolino ha detto: «È un massone Mimmo. Ho visto il libretto io, ho visto il libretto io, avete capito?». «In ogni famiglia avevano determinate persone - è quanto riporta l'interrogatorio del 28 settembre 2020 -, determinate persone come Morabito, anzi pure peggio, cioè che praticamente avevano questi rapporti con le forze dell'ordine. Praticamente prendevano i carabinieri o i poliziotti e se li crescevano. Li facevano crescere loro».


Il pentito Maurizio Cortese ha spiegato a verbale anche come: «Allora, prendevano un carabiniere così no e magari gli facevano fare dei ritrovamenti, gli facevano fare per dire cioè... a me avete visto chi mi ha preso Dottore? Dei carabinieri quei ragazzini là, quei dementi ragazzini. A me mi doveva prendere Maugeri, invece hanno fatto, la mia cattura gliel'hanno fare a questi... proprio ragazzini».

A dimostrazione dei rapporti con le forze dell'ordine, Cortese ha parlato di Sebi Vecchio, l'ex assessore comunale di Reggio Calabria e poliziotto, arrestato a ottobre e oggi collaboratore di giustizia: «Quando ero latitante, avevo degli accordi lavorativi con Sebi Vecchio. Io dovevo dormire con sette cuscini».

«Su bombe alla Procura ci fu depistaggio»

Sulle bombe del 2010 ai danni della Procura generale presso la Corte d'Appello e al magistrato Salvatore Di Landro, per il pentito Maurizio Cortese c'è stato un «depistaggio».

In un primo momento le indagini si erano indirizzate sulla cosca Serraino fino alla collaborazione di Nino Lo Giudice che si è autoaccusato degli attentati. «Mi avevano messo in mezzo a me per tutto il casino che ho fatto nel processo 'Epilogo' - ha raccontato Cortese - l'ho fatto perché volevo che uscivano fuori i nomi di queste persone perché io non ho mai capito per quale motivo hanno messo la bomba alla Corte d'Appello, poi gliel'hanno messa a casa di Di Landro. Ma perché Di Landro? La verità non la sa nessuno, avete capito? O forse la sa Nino Lo Giudice… però certe cose non ritornano».

Sempre nei verbali Cortese aggiunge anche che «non lo dicono le persone - dichiara Cortese - non lo dicono le carte… lo dicono le situazioni dottore. Io sapevo che Morabito era confidente». Il pentito si riferisce a Domenico Morabito, arrestato nell'operazione "Pedigree". Ai pm Stefano Musolino e Walter Ignazitto, il collaboratore fa i nomi anche degli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, principali imputati del processo "Gotha": «Non sono più a livello di 'ndrangheta. Loro - dice - non fanno parte, non hanno a che fare con me per dire o con… hanno a che fare solo con personaggi che io non posso avere capito, del terzo livello».

Al boss Pietro Labate, inoltre, Cortese aveva confidato il suo malessere nei confronti dei confidenti: «Perché non gli dobbiamo fare niente? Fino al 2016 dove sapevo che c'erano queste persone io volevo fare dei dispetti. Pietro Labate mi ha detto no. Dice non funziona più così Mauro, dice se tu vuoi stare fuori, se tu vuoi stare tranquillo cioè non è che devi andare tu a fare il confidente, però dice non ti puoi mettere nemmeno contro… perché funziona in questo modo».

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