Nel complesso mosaico investigativo che circonda la morte di David Rossi, il capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013, si allunga l'ombra di un fantasma. Un uomo che, nel 2016, si presentò nello studio dell'avvocato Luca Goracci — legale della famiglia Rossi — qualificandosi come «Antonio Muto, imprenditore di Mantova».

Quell'incontro – emerso prima dell’annuncio shock della Commissione parlamentare d’inchiesta che ritiene l’ex presidente Mps Giuseppe Mussari il mandante dell’omicidio – rivelò particolari agghiaccianti e incredibilmente precisi sulle fasi immediatamente successive alla caduta di Rossi: orari spaccati al minuto, la presenza di uomini a sbarrare il vicolo, l'uso di armi con silenziatore, la valigetta del manager e perfino un episodio privato legato al ricovero in ospedale del padre di Rossi. Dettagli all'epoca del tutto sconosciuti al pubblico e agli inquirenti, trovati poi riscontrati a distanza di anni dalle attività della Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta dall'onorevole Gianluca Vinci. Ma dopo aver fornito quelle indicazioni cruciali a sostegno della tesi omicidiaria, il testimone svanì nel nulla senza lasciare traccia.

Convocato in audizione a testimonianza, il reale Antonio Muto — imprenditore edile nato a Cutro il 10 giugno 1962 e residente nel Mantovano — ha negato categoricamente qualsiasi coinvolgimento.

«Mai visto l'avvocato Goracci in vita mia. Non ho mai conosciuto il signor Rossi e l'ho visto solo in televisione», ha scandito Muto davanti ai parlamentari.

Muto ha ricordato come già nel 2015, durante una trasmissione del programma televisivo Le Iene, lo stesso avvocato Goracci, messo di fronte alla sua fotografia, avesse escluso che si trattasse della stessa persona, descrivendo il sedicente informatore come un uomo più alto e con gli occhiali.

Il cantiere di Piazzale Mondadori e il rubinetto chiuso da Montepaschi

Se Antonio Muto non è l'uomo che parlò con Goracci, per quale motivo l'impostore decise di spendere proprio il suo nome e la sua qualifica d'imprenditore legato a MPS? La risposta della Commissione s'addentra nei rapporti finanziari che l'imprenditore mantovano ebbe con l'istituto di credito senese negli anni a ridosso della tragedia.

Muto ha ricostruito la sua operazione immobiliare a Mantova, denominata «Piazzale Mondadori». Attraverso le sue società (tra cui Le Costruzioni S.r.l., Edera S.r.l. e Lago Castello Immobiliare) e in collaborazione con la cooperativa La Leale, l'imprenditore rilevò due società che avevano già ottenuto una delibera di finanziamento da Monte dei Paschi di Siena.

A fronte di una linea di credito deliberata da MPS per circa 41-42 milioni di euro, la banca erogò soltanto 16 milioni di euro. Con il sopravvenire della crisi finanziaria del 2012, l'istituto senese bloccò improvvisamente l'erogazione dei fondi residui. Così, senza la liquidità deliberata, i cantieri si fermarono e le società di Muto andarono incontro al fallimento.

Muto ha riferito di essersi recato di persona a Siena, nella sede centrale di Rocca Salimbeni, due o tre volte per tentare di sbloccare la pratica finanziaria.

Le trasferte a Rocca Salimbeni e l'intercessione politica

Per ottenere i colloqui ai vertici di Montepaschi, Muto non agì in autonomia: «L'appuntamento non lo prendevamo noi, l'ha preso l'ex senatore Franco Bonferroni».

Nei corridoi di Rocca Salimbeni, Muto e Bonferroni incontrarono dapprima il dirigente Violi e successivamente un'alta funzionaria donna, descritta come una signora alta responsabile dei dossier creditizi di maggior rilievo. Nonostante le sollecitazioni, MPS rimase ferma nella decisione di non erogare i restanti 25 milioni di euro deliberati. Muto ha dichiarato di non aver mai incrociato David Rossi nei corridoi della banca, né di aver mai conosciuto l'allora presidente di MPS Giuseppe Mussari, confermando invece di aver avuto interazioni con l'allora sindaco di Mantova, Nicola Sodano, esclusivamente per questioni urbanistiche legate al cantiere cittadino tra il 2012 e il 2013.

L'incubo giudiziario: la svista nell'operazione antimafia "Pesci”

La figura di Antonio Muto s'intreccia anche con una complessa vicenda giudiziaria segnata da uno clamoroso scambio di persona. Il 28 gennaio 2015, l'imprenditore venne arrestato nell'ambito dell'operazione antimafia “Pesci”, una branca dell'inchiesta “Aemilia” contro le infiltrazioni della 'ndrangheta legate al clan Grande Aracri nel Nord Italia.

Muto trascorse 45 giorni di detenzione, prima che il Tribunale del Riesame ne ordinasse la scarcerazione per totale assenza di indizi. I magistrati accertarono che gli inquirenti avevano scambiato l'imprenditore di Cutro per un altro omonimo — un Antonio Muto residente a Brescello, successivamente condannato. La vicenda processuale si è conclusa con l'assoluzione piena in tutti e tre i gradi di giudizio (Tribunale, Corte d'Appello di Brescia e Corte di Cassazione), con la conferma della detenzione ingiustamente subita.

Tuttavia, il tracollo finanziario seguito al blocco dei crediti MPS ha strascinato Muto in un processo per bancarotta fraudolenta legato al fallimento delle sue aziende, per il quale ha scontato cinque anni di detenzione domiciliare dal 2015 al 2020, con autorizzazione a recarsi quotidianamente sul luogo di lavoro.

Gli interrogativi irrisolti di una testimonianza chiave

Nel corso dell'audizione, il presidente Gianluca Vinci ha mostrato a Muto anche alcune fotografie relative a figure emerse in altri filoni di d'inchiesta (tra cui Giandavide De Pau, Villanova Correa e Gabriele Ceccherelli), ma l'imprenditore ha dichiarato di non aver mai visto nessuno di loro.

Resta dunque aperto il quesito centrale che la Commissione d'Inchiesta sta cercando di decifrare: chi era l'uomo che nel 2016 si presentò dall'avvocato Goracci usando il nome di Antonio Muto?

Si trattava di un depistatore, di un insider di Montepaschi che cercava una copertura credibile sfruttando le traversie finanziarie di un imprenditore noto a Rocca Salimbeni, o di un informatore reale che voleva lanciare un segnale protetto dall'anonimato?

«Se dall'avvocato è andata una persona a parlare, penso che lo avrà identificato», ha osservato lo stesso Muto in chiusura di seduta. «Io sono l'avvocato, viene uno che dice di aver conosciuto il mio cliente e non prendo i suoi dati? È una roba molto strana».

Un enigma nel giallo di Siena che continua a interrogare gli inquirenti, tra verbali secretati, piste finanziarie spezzate e identità rubate.