Dopo oltre trent'anni di detenzione e quindici trascorsi in regime di semilibertà, Placido Barresi prova a compiere l'ultimo passo previsto dal suo percorso penitenziario. Il 73enne, storico esponente della 'ndrangheta in Piemonte e braccio armato del clan guidato dal boss Domenico Belfiore, ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza la concessione della liberazione condizionale. I giudici hanno rinviato la decisione alla fine di agosto.

La richiesta – racconta il Corriere della Sera – riguarda uno dei protagonisti della stagione più violenta della criminalità organizzata a Torino tra gli anni Settanta e Ottanta. Barresi sta scontando l'ergastolo per quattro omicidi commessi nell'ambito delle attività della cosca Belfiore.

Dalla semilibertà alla richiesta di liberazione

Dal 2011 Barresi beneficia della semilibertà. Ogni mattina lascia il carcere torinese delle Vallette per lavorare in una panetteria e, la domenica, presta servizio come volontario in qualità di cuoco. Ogni sera, però, è obbligato a rientrare in istituto entro le 23.

Con la liberazione condizionale cambierebbe radicalmente il regime detentivo. Pur rimanendo sottoposto alle prescrizioni stabilite dall'autorità giudiziaria, potrebbe trascorrere l'intera giornata fuori dal carcere senza il rientro notturno.

I requisiti richiesti dalla legge

L'istanza è stata predisposta dal difensore, l'avvocato Cosimo Palumbo, dopo un lungo lavoro di raccolta della documentazione necessaria.

Per ottenere la liberazione condizionale, un condannato all'ergastolo deve aver espiato almeno 26 anni di pena, conteggiando anche gli eventuali periodi trascorsi in semilibertà e gli sconti maturati attraverso la liberazione anticipata.

Ma il requisito temporale non basta. Il Tribunale di Sorveglianza dovrà verificare l'esistenza di un ravvedimento concreto e stabile, valutando il comportamento mantenuto durante la detenzione, il percorso rieducativo compiuto e l'assenza di elementi che possano far ritenere ancora attuali collegamenti con la criminalità organizzata.

Tra gli aspetti presi in considerazione figurano anche il risarcimento dei danni alle vittime e il pagamento delle spese di giustizia, elementi che la difesa sostiene di avere documentato.

Il passato nella 'ndrangheta torinese

Barresi è stato uno degli uomini di fiducia del boss Domenico Belfiore, figura centrale della 'ndrangheta radicata in Piemonte. Nel corso dei processi ha confessato diversi omicidi, compresi alcuni per i quali inizialmente non era indagato.

Ha invece sempre respinto ogni coinvolgimento nell'omicidio del procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia, delitto per il quale è stato assolto.

Durante il procedimento dichiarò: «Sono stato sempre un bandito nella vita, ma per la mia cultura non ho mai nemmeno pensato di attaccare lo Stato».

«Una vita che avrei potuto vivere onestamente»

Pur senza collaborare con la giustizia come pentito e senza fornire indicazioni sui complici o sui moventi dei delitti, Barresi sostiene di aver preso da tempo le distanze dalla criminalità organizzata.

Nel corso degli anni trascorsi in carcere ha scritto anche un libro di poesie, La ballata della viva morte, nel quale ripercorre il proprio percorso personale.

Già nel 2011, commentando la sua esperienza detentiva, aveva affermato di essersi reso conto «che avrebbe potuto fare una buona vita anche vivendo onestamente», aggiungendo che il peso maggiore resta quello del dolore provocato ai familiari e alle vittime.

Ora sarà il Tribunale di Sorveglianza a stabilire se il lungo percorso compiuto in carcere sia sufficiente per concedere la liberazione condizionale, chiudendo uno dei capitoli più significativi della storia della 'ndrangheta trapiantata nel Nord Italia.