Non solo il gruppo Mazzei. Secondo l'ordinanza della Dda siciliana, il canale di approvvigionamento dalla Calabria avrebbe alimentato anche altri storici gruppi mafiosi etnei. Debiti, alleanze e prezzi vantaggiosi avrebbero trasformato lo Stretto nel cuore degli equilibri del narcotraffico
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Il traffico di cocaina dalla Calabria alla Sicilia non sarebbe stato un affare riservato esclusivamente al clan Mazzei. Le carte dell'ordinanza della Direzione distrettuale antimafia di Catania che ieri ha portato all’arresto di 20 persone descrivono infatti una rete di rapporti che, attraverso i fornitori calabresi, avrebbe finito per coinvolgere alcuni dei principali gruppi mafiosi del territorio etneo.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il canale privilegiato con la Calabria rappresentava un asset strategico capace di superare le tradizionali divisioni tra le famiglie criminali, alimentando un mercato comune dello stupefacente.
Il ponte con Picanello
Tra i principali snodi dell'inchiesta figurano Filippo Popolo e Renato Dario Gravagna, indicati come i referenti che avrebbero fatto da tramite tra i fornitori calabresi e il mercato catanese.
Pur essendo inseriti nel contesto operativo legato ai Mazzei, i due manterrebbero solidi collegamenti con il gruppo di Picanello, storica articolazione del clan Santapaola-Ercolano.
Renato Dario Gravagna è infatti figlio di Salvatore Gravagna, conosciuto come "Turi 'u Parrucchieri", già condannato come appartenente alla cosca di Picanello. A rafforzare questo quadro sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Sam Privitera, secondo il quale Filippo Popolo avrebbe versato una quota mensile di 2.500 euro proprio al gruppo di Picanello per la gestione dei propri traffici di droga.
Gli investigatori ritengono che fosse attraverso questa struttura che la cocaina proveniente dalla Calabria venisse immessa nelle piazze di spaccio catanesi.
Il debito con i calabresi e la riorganizzazione del gruppo Nizza
L'ordinanza riporta anche un episodio che risale al 2015 e che, secondo l'accusa, dimostrerebbe quanto il legame con i fornitori calabresi fosse già allora fondamentale per gli equilibri mafiosi della provincia.
Nelle dichiarazioni rese agli inquirenti, il collaboratore Salvatore Sam Privitera racconta che il clan Assinnata avrebbe avuto la necessità di reperire rapidamente denaro per saldare un debito contratto proprio con i fornitori della Calabria.
Una situazione che avrebbe avuto ripercussioni anche all'interno del gruppo Nizza, altra articolazione del clan Santapaola-Ercolano. Dopo l'arresto del padre di Privitera, che gestiva la cosiddetta "carta della cocaina", un latitante gli avrebbe affidato il compito di riorganizzare il sistema del narcotraffico per garantire la continuità dei pagamenti e preservare il rapporto con i referenti calabresi.
Per gli investigatori, il mantenimento della solvibilità verso quel circuito di fornitori rappresentava una priorità assoluta.
Una rete che attraversa tutte le famiglie
Dalle dichiarazioni dei collaboratori emerge un quadro ancora più ampio.
Secondo Privitera, i Mazzei, grazie ai rapporti privilegiati con un parente residente in Calabria, avrebbero avuto una disponibilità di cocaina tale da poter rifornire "a chili" le altre famiglie mafiose catanesi tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021.
Il canale calabrese, dunque, non avrebbe alimentato un solo clan, ma un sistema trasversale capace di coinvolgere più organizzazioni criminali.
Nell'ordinanza compaiono anche riferimenti a contatti e tensioni con il clan Cappello-Bonaccorsi, oltre a rapporti commerciali con soggetti ritenuti vicini ai Cursoti Milanesi.
Il vantaggio dei prezzi
A rendere così strategico il collegamento con la Calabria sarebbero stati soprattutto i costi di approvvigionamento.
Le intercettazioni documentano trattative per l'acquisto di cocaina a prezzi oscillanti tra i 25 e i 26mila euro al chilogrammo, con la prospettiva di scendere persino a 24mila euro attraverso accordi diretti.
Sul mercato siciliano, invece, gli stessi quantitativi venivano trattati a cifre ben superiori: tra i 30 e i 33mila euro al chilo, con punte che raggiungevano i 36 o addirittura i 37mila euro.
Un differenziale che, secondo la ricostruzione accusatoria, garantiva margini di profitto elevatissimi e spiegava l'interesse delle principali organizzazioni mafiose del territorio a mantenere aperto il corridoio criminale tra Calabria e Sicilia.
Le accuse contenute nell'ordinanza costituiscono l'ipotesi investigativa della Direzione distrettuale antimafia e dovranno essere sottoposte al vaglio del processo, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza degli indagati fino a eventuale sentenza definitiva.


