I pm di Velletri procedono per istigazione al suicidio in relazione alla morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa nel 2009. La mamma aveva la stessa età quando fu assassinata per mano della 'ndrangheta. Lea Garofalo è stata uno dei simboli della ribellione alle mafie. Il dramma si sarebbe consumato domenica e la donna sarebbe morta alcuni giorni dopo in ospedale.

Il fascicolo, come riporta l’Ansa, è contro ignoti e i pm, coordinati dal procuratore Carlo Villani, hanno disposto il sequestro del cellulare della donna che verrà ora analizzato.  Oggi verrà effettuata l'autopsia

L’ex avvocato di Denise: «Peso inumano sulle sue spalle»


«Lea Garofalo ha pagato con la vita la scelta di essere una testimone di giustizia, la scelta della libertà per sè e per sua figlia. Al processo per il suo omicidio sono stata l'avvocata di Denise», ricorda Enza Rando. La senatrice Pd in Commissione Antimafia, parla allora di «un percorso drammatico in cui l'ho sostenuta e accompagnata per tanti anni in questa battaglia di verità e giustizia» e dice che «con Denise ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia - riporta ancora l’Agi - ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretta a convivere ogni giorno».

«I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un'esistenza sotto un'altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti», sottolinea allora Rando rilevando che «la tragica scomparsa di Denise Cosco, morta a soli 35 anni come sua madre Lea Garofalo, è una ferita profonda per tutto il Paese e ci impone una riflessione drammatica e senza ipocrisie: la mafia uccide, e lo fa in molti modi. Uccide chi si oppone al suo potere, ma continua a uccidere nel tempo anche chi sopravvive, generando veri e propri mostri dentro le vite e le anime di chi resta.

Lo Stato - rivendica Rando - per Denise c'è stato e le è stato vicino, ma questa tragedia ci ricorda che non dobbiamo mai abbassare la guardia: serve un sostegno umano, psicologico e sociale sempre più costante, continuo e profondo per accompagnare chi vive questo dramma. Dobbiamo farlo per Denise e per Lea, per portare avanti la memoria del loro impegno. La mafia non deve vincere, non permetteremo alla mafia di avere l'ultima parola».