A quasi un anno dalla misteriosa scomparsa del diciannovenne Gabriele De Tursi, avvenuta a Strongoli il 5 giugno 2013, un ritrovamento cruciale ha riacceso i fari sul destino del giovane: il recupero della sua motocicletta, una Honda Hornet 600 di colore blu. Il mezzo è stato individuato il 26 aprile 2014, parzialmente occultato nella fitta vegetazione lungo l'ex strada provinciale SP 492, in un tratto all'epoca non percorribile e chiuso al traffico a causa di una frana.

Fin da subito, i carabinieri della Stazione di Strongoli hanno constatato che la moto si presentava in buone condizioni di conservazione. Questo elemento ha spinto gli investigatori a ritenere che la moto non potesse trovarsi in quel burrone sin dal giorno della scomparsa, poiché l'intera area della SP 492 era stata precedentemente perlustrata a fondo sia dai militari della Compagnia di Cirò Marina sia da specializzate unità cinofile, senza che fosse emersa alcuna traccia. Inoltre la Honda di Gabriele, a un anno dalla scomparsa del ragazzo non presentava graffi, ruggine, ammaccature. Elementi che fanno presagire che la moto sia stata tenuta al riparo per un anno intero.

Oggi alcuni particolari sul ritrovamento della Honda emergono da un fascicolo che la Dda di Catanzaro, titolare delle indagini sulla lupara bianca di Gabriele, nel 2023 ha riversato in un troncone di inchiesta di cui è titolare la Procura di Crotone. Un caso di armi e droga che vede coinvolte quattro persone tra cui due ragazzi che appartenevano alla compagnia frequentata da Gabriele De Tursi. Nel 2021 le indagini hanno trovato nuova linfa e 19 persone sono state poste sotto intercettazione, tra conoscenti e familiari e persone informate sui fatti.

Persone che non risultano indagate o destinatarie di accuse in questo procedimento; l'unico bersaglio delle indagini della Procura antimafia per omicidio aggravato dal metodo mafioso è stato Giuseppe Giglio, figlio del capobastone Salvatore Giglio. Al momento, però, non è dato sapere quale sia la sua posizione in questo procedimento.

La versione di Anna Dattoli: la «lettera anonima» recapitata dal parroco

La prima versione sulle circostanze che hanno portato alla localizzazione della moto è stata fornita dalla madre della vittima, Anna Dattoli. Nel corso della sua deposizione spontanea resa davanti ai carabinieri il 23 agosto 2018, la donna ha rivelato che il ritrovamento della Honda Hornet non fu frutto del caso.

Secondo quanto messo a verbale dalla signora Dattoli, la famiglia riuscì a individuare il punto esatto in cui giaceva la moto grazie alle precise indicazioni contenute in una lettera anonima indirizzata proprio a lei. Questo scritto le era stato fatto recapitare in gran segreto per il tramite di don Alfonso Siniscalchi, all'epoca parroco della «chiesa della Sanità» di Strongoli. La donna ha precisato di aver immediatamente riferito i dettagli di questa consegna ai militari della Stazione dei carabinieri all'indomani del rinvenimento.

La pista confessionale: don Rosario Morrone e la rivelazione «sotto un pontile»

Dalle carte dell'inchiesta emerge tuttavia una seconda ricostruzione, legata al ruolo di un altro sacerdote del paese: don Rosario Morrone, all'epoca parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Strongoli. Fu proprio una sua segnalazione confidenziale a indirizzare fisicamente i militari sul luogo del ritrovamento il 26 aprile 2014.

I dettagli dietro questo intervento sono emersi anni dopo, grazie alle intercettazioni ambientali registrate nel novembre 2021. Durante una cena con alcuni confratelli, don Morrone ha ricordato lo spavento di un giovane del paese che si era presentato da lui implorando di essere confessato: «venne un ragazzo... Madonna com'è venuto... è venuto spaventato... "Don Rosà mi dovete confessare"... "ho trovato la moto di"... si chiamava Gabriele... "sotto un pontile"».

Il sacerdote ha spiegato che il ragazzo, terrorizzato all'idea di essere associato al delitto dai carabinieri, si rifiutò di andare a denunciare il fatto di persona, preferendo confidarsi sotto il sigillo sacramentale: «… mi dice "no... mi spavento... io ve l'ho detto a voi in confessione... adesso andate voi e glielo dite"». Don Morrone si recò quindi dai carabinieri segnalando la presenza del mezzo «sotto un pontile» — individuato dal giovane mentre cercava funghi nella boscaglia — senza mai rivelare l'identità del ragazzo per via del segreto confessionale e del suo ministero.

I commenti di Francesco Giglio: «Non c'era prima la moto, è stata messa dopo»

Il ritrovamento della Hornet è stato oggetto di commenti anche da parte di Francesco Giglio, amico d'infanzia dello scomparso, figlio di Otello Giglio, morto in un agguato di stampo mafioso nel 1999, e nipote di Salvatore Giglio. Intercettato in ambientale il 28 novembre 2021 mentre parlava con la fidanzata, il giovane ha espresso totale scetticismo sulla dinamica del rinvenimento, definendola una messinscena orchestrata per far ricadere i sospetti sulla comunità locale.

Giglio ha evidenziato come l'area fosse già stata controllata approfonditamente all'epoca, anche tramite sorvoli in elicottero. Nelle intercettazioni, il giovane commenta in modo netto: «Non c'era prima la moto... è stata messa dopo... almeno dice "se la prendono a Strongoli"... che c***o ci vuole con un furgone prendi, porti la moto e la butti...».

A sostegno della propria tesi e per ribadire la sua estraneità, Giglio ha ricordato che nei giorni in cui la moto venne rinvenuta lui si trovava in crociera. Secondo Giglio nessun assassino residente a Strongoli avrebbe corso un simile rischio: «… pure se fosse stato Strongoli... ci lascio la moto a Strongoli?! Facevi trovare la moto a Strongoli... con il rischio che mi tengo la moto un anno e poi la faccio trovare?!».

In più Giglio confida che, anche se qualcuno all'interno del gruppo avesse saputo cosa fosse realmente accaduto a Gabriele, il silenzio di fronte agli inquirenti sarebbe stato del tutto comprensibile. Il giovane spiega infatti che la paura di fare la stessa tragica fine di Gabriele bloccava chiunque dal parlare: «Io se qualcuno sa e non parla lo capiscissi (capirei, ndr)... perché alla fine dei conti è sempre una cosa come dico io... “questo me lo possono fare pure a me!”».