Dalla cattura di Pasquale Condello alle inchieste sulle stragi di mafia e i rapporti tra 'Ndrangheta, politica e poteri occulti: il percorso di un magistrato che ha contribuito a cambiare la lettura della criminalità organizzata calabrese. Ora, a Roma, una nuova responsabilità e una sfida che potrebbe incidere sugli equilibri della Direzione nazionale antimafia
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C’è un modo di raccontare la nomina di Giuseppe Lombardo a procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, ed è quello più facile: un magistrato calabrese – il secondo dopo Alberto Cisterna, poi trasferito d’ufficio per il caso Lo Giudice – che arriva in Via Giulia a coordinare l’attività dei colleghi, con il Csm che gli riconosce competenza ed esperienza.
C’è poi un modo meno comodo, ma forse necessario. Chi ha seguito Lombardo sin dal 2007, anno del suo approdo a Reggio Calabria, sa infatti che questa notizia non può ridursi soltanto alle pur numerose righe del suo curriculum o all’elenco delle inchieste che ha condotto in riva allo Stretto.
Dietro il via libera del plenum del Csm ci sono tutte quelle stagioni nelle quali l’ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria ha vissuto, insieme a pochi altri, ciò che comporta l’aver sostenuto la tesi che la ’Ndrangheta non è fatta soltanto di violenza e sopraffazione, ma anche e soprattutto di relazioni, riservatezza, connivenze e potere ai livelli più alti e insospettabili.
Quella che per molti era una suggestione da ascrivere a un pm «visionario», che infarciva le sue indagini di elementi da “romanzo Harmony” e il cui prezzo da pagare era una solitudine manifesta (in talune epoche anche nei corridoi del suo stesso ufficio) si è tramutata nel tempo in una presa di coscienza collettiva dell’identità più complessa della ’Ndrangheta, che ha delineato le ragioni per le quali, a oggi, essa rimanga l’organizzazione criminale più ramificata e potente al mondo.
C’è un “prima” e un “dopo” nella lunga stagione di Lombardo alla Dda di Reggio Calabria.
Lui è un figlio d’arte. Il padre Rocco, magistrato di lungo corso, gli ha insegnato sin da piccolo cosa significasse indossare la toga. E Giuseppe ne ha fatto tesoro.
Oggi, tuttavia, non si tratta di celebrare la persona, ma di analizzarne compiutamente l’attività e delineare gli scenari che potrebbero riguardarlo nel prossimo futuro.
La caccia al Supremo: «Non sapete cosa state facendo»
Nei suoi primi anni reggini, Lombardo ha una missione su tutte: catturare Pasquale Condello, “il Supremo”. Ci riesce, insieme agli altri colleghi del pool, nel febbraio del 2008, dopo una complessa e controversa indagine che, anni dopo, vedrà polemiche e veleni per il ruolo avuto dalla cosca Lo Giudice nel fornire informazioni per arrivare al “Supremo”, vertice della famiglia di Archi.
Quell’evento sarà uno spartiacque nell’esperienza reggina, perché da quei faldoni raccolti nel corso del tempo emergeranno nomi, fatti, circostanze, collegamenti. Quel che serve per iniziare a scavare più a fondo e andare al di là della ’Ndrangheta militare.
Lombardo indaga e scopre che, per comprendere quel che il crimine reggino è già divenuto nei primi anni Duemila, occorre fare un passo indietro di almeno trent’anni.
Insieme ai suoi uomini più fidati della polizia giudiziaria rispolvera i faldoni che vanno dal summit di Montalto del 1969 in poi. Rimette insieme personaggi e circostanze. Si sofferma sul periodo della seconda guerra di ’Ndrangheta, tra il 1985 e il 1991, per comprendere non solo cosa l’abbia generata, ma soprattutto cosa ne abbia determinato la cessazione, dopo più di 700 morti ammazzati e l’eliminazione del giudice Antonino Scopelliti.
È il momento nel quale le indagini per la cattura di Pasquale Condello iniziano a intrecciarsi con gli accordi che hanno definito la pax mafiosa. È il frangente in cui Lombardo comprende che a Reggio Calabria, nei primi anni ’90, è accaduto qualcosa che in pochi avrebbero potuto immaginare e che le parole del Supremo avevano ben condensato nel momento del suo arresto.
«Non sapete quello che state facendo», dice infatti Condello ai carabinieri che lo ammanettano nell’appartamento nei pressi del torrente Filici di Pellaro. E forse il boss ha ragione nel consegnare in maniera sibillina uno sfogo destinato a diventare profezia.
Una provocazione che, invece, Lombardo prende sul serio. Assieme ai carabinieri del Ros analizza ogni singolo documento o pizzino ritrovato nel covo dell’ex primula rossa della ’Ndrangheta. Le indagini sfociano in diverse operazioni che smantellano la rete che aveva protetto una delle latitanze più lunghe e complesse della storia del crimine organizzato calabrese.
Da «Meta» ai «riservati»
Nessuno o quasi può ipotizzare quel che il pm valuta da tempo con una certa attenzione. Lo si comincia a comprendere solo nel 2010, quando, nello stesso periodo in cui l’Italia intera viene a conoscenza dell’operazione “Crimine”, il battage mediatico sottovaluta un’altra inchiesta prodromica alla ricostruzione giudiziaria dei nuovi equilibri dopo la pax mafiosa e che viaggia su un binario nettamente più alto.
L’indagine “Meta”, infatti, per la prima volta punta a sostenere l’esistenza di una struttura direttiva in seno alle cosche di Reggio Calabria. I vertici assoluti dei De Stefano, Tegano, Condello e Libri vengono portati a processo. Qualcuno, negli stessi ambienti giudiziari, si affretta a precisare che quella, più che “Meta”, è un’operazione ancora a “metà”.
Al di là delle responsabilità dei singoli, infatti, è il contesto che emerge a rappresentare qualcosa di veramente nuovo. Una commistione che coinvolge anche pezzi di politica e istituzioni. Un sistema di relazioni che riguarda la borghesia cittadina con proiezioni anche fuori regione. Esattamente la metà mancante.
È nell’aula bunker di Viale Calabria, davanti al Collegio presieduto dalla compianta Silvana Grasso, che Lombardo, modificando il capo d’imputazione contestato ai vertici delle cosche, compie un passaggio fondamentale: dalla ’Ndrangheta dei territori si passa a quella del potere.
Per il pm esiste una componente occulta, quei soggetti che il pentito Nino Fiume chiama “i riservati” della ’Ndrangheta. È il germe di quel che poi accadrà con l’inchiesta “Mammasantissima”, sfociata, insieme ad altre, nel maxiprocesso “Gotha”.
Dalle menti raffinatissime a Gotha
Non è un caso che, in occasione del 27° anniversario della strage di via D’Amelio, il 19 luglio 2019, l’allora procuratore aggiunto decida di vergare uno dei suoi pochissimi interventi direttamente indirizzati a un giornale. Lo fa per “la Repubblica” e le sue parole certificano una visione politico-giudiziaria chiara. Invoca «scelte nette» destinate ad avviare una «seria e duratura azione di contrasto al crimine organizzato». Secondo il magistrato «alla rapidità di movimento e di pensiero della mafia del terzo millennio, dobbiamo contrapporre strumenti normativi evoluti, in grado di consentire la individuazione non soltanto dei soldati ma soprattutto delle nuove leve di quelle “menti raffinatissime” che hanno voluto la sua morte».
E proprio a quel contesto più “elevato” guarda Lombardo nella sua ricostruzione sfociata nel maxiprocesso “Gotha”. Al netto degli esiti giudiziari, ancora oggi non definitivi e dunque non compiutamente analizzabili (va ricordato che la Corte d’Appello ha assolto i principali imputati dopo la condanna rimediata in primo grado), quel che rileva è il metodo e la ricostruzione storico-giudiziaria di un fenomeno, piuttosto che la singola responsabilità.
La requisitoria, effettuata davanti al Tribunale presieduto da Silvia Capone, è un vero e proprio pugno nello stomaco. «Questa è una terra in cui la verità si è vestita da menzogna», afferma Lombardo quasi con dolore. Poi un passaggio che racconta plasticamente il contesto nel quale si sono trovati a operare non solo i pubblici ministeri, ma tutti i magistrati che se ne sono occupati: «Sapevamo di rischiare, immaginavamo attacchi e calunnie. Sapevamo che il nostro lavoro andava oltre la soggettività di soggetti interessati. Sapevamo bene che avrebbero inventato rapporti, avrebbero cercato di capire cosa pensavamo, cercavamo, ci impensieriva, ci interessava».
L’invito è ad «osservare un fenomeno complesso come la ’Ndrangheta con occhi diversi», con un approccio critico che consenta di andare «oltre il contesto territoriale di origine», perché la ’Ndrangheta ha capito, sin dagli anni ’70 e ’80, che «per essere un modello vincente il vertice deve avere più componenti, tutte indispensabili a garantire la piena operatività mondiale di un sistema complesso». Un’organizzazione che «si è fatta istituzione».
Dallo Stretto a Dubai: il caso Matacena
Un concetto di globalità della ’Ndrangheta che torna spesso nelle indagini coordinate dal neoprocuratore aggiunto della Dna. Come accade, ad esempio, nell’inchiesta che coinvolge l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, accusato di aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena.
Proprio la figura dell’ex parlamentare di Forza Italia è uno dei nodi cruciali dell’attività di Giuseppe Lombardo. La struttura che si muove per garantire la latitanza di Matacena porta il pm a ricostruire una fittissima rete di relazioni – anche istituzionali – che, dallo Stretto reggino, approda a Roma e poi in Libano e a Dubai.
’Ndrangheta stragista: la verità che in Sicilia non c’è
Dalla Calabria alla Sicilia il passo è breve. E così, con il processo “’Ndrangheta stragista”, ancora in corso dopo il recente secondo pronunciamento della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, si è dimostrato in modo incontrovertibile (lo ha certificato la Corte di Cassazione in via definitiva) che la causale degli omicidi e dei tentati omicidi a danno dei carabinieri in Calabria vada individuata «nell’attuazione della strategia del terrore con l’intento di indurre lo Stato a trattare il tema di benefici penitenziari e quanto alla disciplina dei pentiti».
Dunque, quel che in Sicilia non è divenuto verità giudiziaria con il naufragio del processo sulla trattativa Stato-mafia, in Calabria ha trovato pieno compimento. E non può tacersi che tale risultato sia ascrivibile alla tenacia con cui l’attuale vice di Melillo ha inteso ricostruire fatti e contesti dei primi anni ’90 in Italia.
Basti pensare a quel che è emerso in ordine alla sigla “Falange Armata”, dall’omicidio Mormile in poi, per giungere agli agguati ai carabinieri e alle rivendicazioni che hanno interessato persino i fatti della “Uno bianca”.
Del resto, che il processo reggino avesse tutti i crismi per diventare pietra miliare nella ricostruzione di quel periodo deve averlo capito anche il boss Giuseppe Graviano che, per la prima volta, proprio a Reggio Calabria ha deciso di rendere dichiarazioni in aula. E lo ha fatto motivandolo con la fiducia nutrita nei riguardi di Lombardo.
Via Giulia, un clima pesante e un metodo da esportare
Fin qui la sua esperienza in riva allo Stretto, quella che sarà portata negli uffici di Via Giulia, dove Lombardo non troverà certo un clima idilliaco ad attenderlo.
Le crescenti tensioni delle ultime settimane, infatti, sono culminate con un esposto del sostituto procuratore Nino Di Matteo nei riguardi del procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, dove il magistrato siciliano parla di «disagio e preoccupazione» per quello che definisce uno «svuotamento delle funzioni» e una sostanziale paralisi del gruppo stragi in seno alla Dna.
Secondo Di Matteo, il pool sarebbe stato privato delle funzioni per le quali era stato istituito a causa della «mancata circolazione delle informazioni».
Concetto non nuovo per Di Matteo che, proprio con Lombardo, ha avuto un lungo e forte rapporto di collaborazione nel periodo in cui il pm siciliano era alla Procura della Repubblica di Palermo.
Nel 2015, Di Matteo elogiava Lombardo per la sua capacità di far circolare le informazioni e per una visione della ’Ndrangheta che andava oltre l’ambito territoriale calabrese e al di là della sua componente militare.
Innumerevoli le occasioni di confronto, anche pubblico, nelle quali Lombardo e Di Matteo si sono dimostrati molto in sintonia.
Va detto, però, che l’ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria avrà un ruolo diverso, di coordinamento, e dovrà condividere la linea dettata dal procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo. È per questo che, anche nell’ottica di un rasserenamento dei rapporti, la presenza di Lombardo potrebbe risultare decisiva, specie se Melillo dovesse decidere di assegnare al neoaggiunto un ruolo di responsabilità nell’ambito del gruppo stragi. Ipotesi non così peregrina, considerata la lunghissima esperienza del procuratore reggino dopo il processo “’Ndrangheta stragista”.
Di certo c’è che il bagaglio di conoscenze di Giuseppe Lombardo diventerà un valore aggiunto per la Direzione nazionale antimafia. Il suo metodo investigativo, la sua capacità di coordinamento – affinata anche nel corso del periodo di reggenza della Procura della Repubblica di Reggio Calabria – potranno rivelarsi fondamentali per dare nuovo impulso all’attività degli uffici di Via Giulia.
Reggio, un’eredità in buone mani
D’altro canto, l’eredità lasciata in riva allo Stretto appare in mani solidissime. Il procuratore Giuseppe Borrelli e gli aggiunti Stefano Musolino e Walter Ignazitto rappresentano la garanzia che ciò che è stato costruito dal 2010 in poi troverà compimento. In più occasioni, infatti, gli stessi pubblici ministeri hanno sostenuto come quel lavoro così faticoso non possa dirsi concluso.
La scelta del plenum del Csm consentirà di poter contare su un alleato in più a Roma. Uno di quelli che ha contribuito a creare un metodo ben definito di contrasto alla ’Ndrangheta e che ha pagato prezzi altissimi per le sue scelte investigative. Al pari di altri colleghi, requirenti e giudicanti, che hanno onorato la toga anche a costo di sacrifici personali enormi, ponendo sempre al primo posto indipendenza di giudizio e libertà da qualsiasi possibile condizionamento. Magistrati che, talvolta, hanno dovuto difendere il loro lavoro da attacchi scomposti e mirati.
Del resto, come disse il pentito Nino Fiume durante il processo “Meta”, quando non si può avvicinare un magistrato, lo si delegittima. A Reggio Calabria ciò è avvenuto a più riprese, anche in tempi recenti.
L’augurio, allora, è che la nomina di Lombardo possa essere non soltanto la certificazione di un metodo investigativo vincente, ma il preludio di una stagione nella quale anche quei magistrati rimasti isolati per lungo tempo possano finalmente ottenere i riconoscimenti derivanti da un lavoro certosino e rigoroso. Magistrati che hanno saputo onorare davvero il giuramento di fedeltà allo Stato.


