Diciannove chilometri di reti vietate sequestrate, animali protetti trovati morti, altri liberati vivi prima che fosse troppo tardi. Nel Sud Tirreno, lungo la costa calabrese, l’operazione Siso9 condotta da Sea Shepherd Italia, un’organizzazione internazionale senza fini di lucro la cui missione è quella di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero. L’operazione è stata messa in atto in collaborazione con il Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e alla Guardia Costiera e ha consentito di portare alla luce un sistema di pesca illegale fondato sull’uso delle spadare, reti derivanti vietate nel Mediterraneo dal 2002.

L’intervento ha visto impegnate le imbarcazioni Sea Eagle e Spitfire, insieme a quelle della Finanza e della Guardia costiera. In tre giorni di attività ininterrotta sono stati confiscati 19 chilometri di spadare con maglie da 45 a 50 centimetri. Nelle reti sono rimasti intrappolati esemplari di specie protette e vulnerabili: quattro Mobula mobular (manta mediterranea detta anche Diavolo di mare), un pesce luna, una tartaruga Caretta caretta e due tonni rossi sono stati liberati vivi dall’equipaggio della Sea Eagle.

La scoperta all’alba del 6 giugno

L’operazione ha avuto un’accelerazione il 6 giugno, all’alba, nel Tirreno calabrese. La nave Sea Eagle ha ricevuto una segnalazione dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia: in mare aperto era stata individuata una boa rossa. L’equipaggio ha quindi fatto rotta verso l’area di Fuscaldo.

Sotto quella boa è stata trovata una spadara, una rete derivante con maglia da 45 centimetri. Il recupero è durato circa un’ora. Poi la scoperta più grave: due Mobula mobular morte, intrappolate nella rete e già in stato di avanzata decomposizione.

Non era il primo segnale. Il giorno precedente Sea Shepherd aveva recuperato uno spezzone abbandonato di rete derivante con maglia da 20 centimetri nei pressi di Capo Milazzo. All’interno erano stati trovati tre delfini morti, tra cui un cucciolo di 90 centimetri appena nato, anche loro in avanzato stato di decomposizione. Una rete fantasma che aveva continuato a uccidere per giorni, forse per molto più tempo, lontano da ogni controllo.

Le Mobula mobular e la fragilità dell’ecosistema

Tra gli animali coinvolti ci sono le Mobula mobular, grandi pesci cartilaginei del Mediterraneo appartenenti alla famiglia delle Myliobatidae. Possono superare i tre metri di apertura alare e sono specie pacifiche, del tutto innocue per l’uomo.

La loro morte, però, pesa sull’intero equilibrio marino. La Mobula mobular è classificata come specie in pericolo dalla Lista rossa Iucn: ha bassa fecondità, matura lentamente e partorisce un solo piccolo alla volta. Per questo ogni esemplare ucciso rappresenta una perdita che l’ecosistema fatica a recuperare.

Il 6 giugno la pesca illegale ne aveva già uccise due. Nei tre giorni successivi, grazie all’intervento congiunto, quattro Mobula mobular sono state liberate vive.

Tre giorni di pattugliamento tra Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Sea Shepherd

Dopo il ritrovamento delle due Mobula mobular morte, la risposta è stata immediata. Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Sea Shepherd Italia hanno avviato un’operazione congiunta straordinaria lungo la costa tirrenica calabrese, con pattugliamenti giorno e notte per tre giorni consecutivi.

L’obiettivo era individuare e sequestrare le reti da cui proveniva la strage. Il risultato ha confermato che non si trattava di uno spezzone isolato o abbandonato, ma di un sistema più ampio e organizzato. Le reti recuperate avevano le stesse maglie, gli stessi galleggianti e le stesse boe di quella in cui erano state trovate morte le due Mobula mobular.

Alla fine dell’attività sono stati sequestrati 19 chilometri di spadare con maglie da 45 a 50 centimetri. Una barriera invisibile nel mare, attiva nel periodo di riproduzione del tonno rosso e capace di catturare indistintamente tutto ciò che incontra.

Gli animali liberati vivi

Dentro quelle reti, però, c’era ancora vita. Gli equipaggi sono riusciti a intervenire in tempo liberando quattro Mobula mobular, un pesce luna, una tartaruga Caretta caretta e due tonni rossi. Animali esausti e intrappolati, ma ancora vivi, restituiti al mare prima che la rete li uccidesse.

Il bilancio complessivo dell’operazione Siso9 comprende anche il sequestro di 15 chilometri di palangari illegali con quasi 400 ami da tonno confiscati dallo Spitfire, il recupero di un palamito illegale da 100 ami teso per il tonno rosso durante il periodo riproduttivo, il ritrovamento di un esemplare adulto di tonno rosso da 270 chili morto, la rimozione di quattro Fad altamente inquinanti composti da taniche di plastica e materiali di scarto e lo smaltimento di chilometri di reti derivanti abbandonate.

Le spadare vietate e il caso Siso

Le spadare, insieme ad altre reti derivanti, sono vietate nell’Unione europea dal 2002. Già nel 1993 erano state vietate a livello globale dalla Convenzione Onu sul diritto del mare. Sono considerate tra gli attrezzi più devastanti perché funzionano come muri invisibili lunghi chilometri: catturano tonni, squali, tartarughe, delfini, capodogli, balene e qualunque animale finisca lungo il loro percorso.

Il nome dell’operazione richiama Siso, il giovane capodoglio ritrovato nel 2017 a poche miglia da Capo Milazzo dopo essere rimasto ucciso da una spadara. Il suo scheletro è oggi esposto al MuMa di Milazzo come simbolo del costo ambientale dell’illegalità in mare.

Secondo Sea Shepherd, quello emerso nel Sud Tirreno non è un episodio isolato: in alcune aree l’uso di questi attrezzi si è fermato, in altre non è mai davvero scomparso.

Il tonno rosso e il rischio di vanificare anni di recupero

L’operazione si è svolta in un periodo particolarmente delicato per il tonno rosso. La specie, tra gli anni Settanta e il 2010, ha subito un crollo dell’80% della biomassa riproduttiva. I piani di recupero Iccat hanno prodotto segnali incoraggianti e oggi nel Sud Tirreno vengono nuovamente avvistati branchi di esemplari di grandi dimensioni, anche oltre i 250 chili.

Ma la pesca illegale durante il periodo di riproduzione può compromettere in poco tempo anni di recupero. Per questo Sea Shepherd parla di una responsabilità non solo operativa ma anche civile: chi sa deve denunciare, chi copre la pesca illegale contribuisce a mantenerla in vita.

«L’oceano è la matrice originaria della vita e un’infrastruttura naturale essenziale per l’equilibrio globale - dichiara Andrea Morello, presidente di Sea Shepherd Italia Ets -. Quello che abbiamo visto il 6 giugno al largo della Calabria era una strage. Quello che abbiamo fatto nei tre giorni successivi insieme alla Guardia di Finanza e alla Guardia Costiera, in un’operazione ininterrotta, notte e giorno, è la risposta che questo mare esige e merita».

Morello sottolinea il valore della cooperazione tra forze dello Stato e organizzazioni impegnate nella conservazione marina: «Diciannove chilometri di reti tolte dal fondo. Sei mante libere. Una tartaruga che nuota. Non utilizziamo queste cifre come propaganda: sono vite, sono fatti, sono la prova che il modello di cooperazione tra forze dello Stato e organizzazioni di conservazione funziona. Ma non basta. Serve che chi sa parli. Chi pesca illegalmente e viene coperto dal silenzio di chi è a terra non ha diritto di stare in mare».