L'inchiesta per corruzione sulla grande opera si occupa anche di un contatto avvenuto il 2 ottobre 2025. Una "buona notizia" portata dall'avvocato leghista all'ad della società Stretto di Messina spa che, secondo i pm, proverebbe l’interessamento alle informazioni riservate ottenute dalla Corte dei Conti
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Il 2 ottobre 2025 non è una data qualunque per i magistrati che indagano sulle ombre del Ponte sullo Stretto. Quel giovedì, intorno alle 12, Giacomo Saccomanno, allora plenipotenziario della Lega in Calabria e membro del CdA della società Stretto di Messina Spa, compone un numero di telefono. Dall’altra parte risponde Pietro Ciucci, l’amministratore delegato della concessionaria. Le frasi captate dai carabinieri del Ros sono brevi, ma cariche – per l’accusa che indaga sui movimenti attorno alla mega opera – di significato investigativo: «Tu ci sei più tardi? Ho una buona notizia da darti».
Poche ore dopo, intorno alle 12:30, Saccomanno varca la soglia della sede legale della società in via Marsala, a Roma. Secondo la ricostruzione della Procura, quel passaggio potrebbe essere l'anello finale di una catena di fuga di notizie partita dall'interno della Corte dei Conti: è per questo che è finito nelle carte di un’inchiesta che ha terremotato il progetto. Ciucci, va chiarito, non è indagato: la società con un comunicato ha chiarito di essere estranea all’indagine.
Il preludio: l'incontro di «cinque minuti»
Il "paziente zero" del presunto flusso di informazioni dalla magistratura contabile agli altri livelli sarebbe l'imprenditore Vincenzo Virgiglio, figura cerniera dell'inchiesta. Poco prima della telefonata a Ciucci, Virgiglio aveva insistito per vedere Saccomanno: «Cinque minuti, guarda quattro cinque minuti», diceva per superare i precedenti impegni dell'avvocato. Dovevano scambiarsi un'informazione che, per loro stessa ammissione, era troppo delicata per essere riferita al telefono.
Quell'informazione riguardava l'andamento del controllo di legittimità sulla delibera Cipess da 13,5 miliardi, il cuore finanziario del progetto Ponte. Subito dopo il faccia a faccia con Ciucci, Saccomanno richiama Virgiglio per ringraziarlo dell'«opera svolta» e confermare di aver «visto e informato» il capo della società. Non solo: l’avvocato riferisce anche di aver tentato, invano, di informare qualcuno ai piani alti del Ministero delle Infrastrutture.
La presunta "talpa" in toga e il patto di mutuo soccorso
Per gli inquirenti, la fonte originaria di quelle "buone notizie" sarebbe stato Tommaso Miele, all'epoca presidente aggiunto della Corte dei Conti. Miele, che abitava nello stesso stabile romano dove Virgiglio ha la residenza e la sede della sua società, viene descritto come una sorta di "confidente" nel tribunale contabile.
Secondo l’accusa, tra il magistrato (prossimo alla pensione) e il duo Virgiglio-Saccomanno esisteva un «patto di mutuo soccorso». In cambio di soffiate sugli orientamenti dei colleghi e di manovre per condizionare il verdetto, Miele avrebbe ottenuto la promessa di un «atterraggio morbido» post-pensionamento: incarichi di prestigio e ben remunerati come la presidenza dell’Antitrust o ruoli apicali nel gruppo Poste.
Finale amaro alla Corte dei conti
Nonostante l’ottimismo di quel 2 ottobre, il piano si scontra con la realtà il 29 ottobre 2025, quando la sezione di controllo della Corte dei Conti boccia il progetto, definendolo «lacunoso» sotto il profilo ambientale e normativo. La reazione di Miele, intercettata, è furibonda: definisce i suoi colleghi «deficienti».
Oggi, mentre l'inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi prosegue, Pietro Ciucci ribadisce la totale estraneità della società. L'ad, che non risulta indagato, si dichiara «sorpreso» dalle notizie e assicura massima collaborazione con i magistrati per tutelare il progetto. Ma quella "buona notizia" del 2 ottobre resta ora agli atti come uno degli angoli da illuminare nella storia infinita del Ponte.




