Nell’ospedale di Lamezia Terme in tanti li ricordano ancora. Arrivavano pieni di lividi al Pronto soccorso. Erano stati bastonati dai caporali perché avevano osato chiedere il salario.
E questo gli era costato le botte e anche il lavoro. Erano giovanissimi, ventenni, stranieri. Erano spaventati, parlavano un italiano stentato ma si aprivano col personale sanitario. A meno che non si entrasse nei particolari. Lì scattava il terrore e si dileguavano.
Alcuni hanno raccontato di lavorare a Curinga e hanno narrato il paradosso di essere stati licenziati da un lavoro in nero.

Invisibili. Come la coppia che un giorno portò un bambino che si era fatto un taglio. Avrà avuto tre anni. Si scoprì che quel bambino non aveva vaccini, documenti. Di lui non c’era traccia. E quando si tentò di far ragionare i genitori sul tema vaccini questi si diedero alla fuga. Avevano paura che portassero loro via il figlio. Chi vive nascosto, chi vive sotto scacco dei caporali, non ha il coraggio di chiedere aiuto. A volte non può.

Il Corriere della Sera ricorda che «nel 2025 l’Ispettorato territoriale di Cosenza ha effettuato 282 verifiche in agricoltura: il 69,5% delle aziende è risultato irregolare. Sette su dieci».

Viene fuori che la nostra economia si basa sullo sfruttamento. E più sono invisibili, più sono sfruttabili. E se ad Amendolara un terribile rogo ha portato tre ragazzi pakistani e uno afgano ai tragici onori della cronaca, un bracciante che sparisce nelle campagne potrebbe sparire e basta, come polvere nel vento.

Per spiegare il sistema dello sfruttamento intervengono, nel dibattito pubblico, due calabresi d’eccezione. La prima è Lidia Vicchio, avvocata esperta di immigrazione, che lavora in Calabria con Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: «Il funzionamento dovrebbe essere semplice – spiega al Corriere -: una persona straniera arriva in Italia con un visto d’ingresso perché un’azienda la chiama per lavorare. Una volta arrivata, dovrebbe presentarsi in prefettura per formalizzare il contratto. A quel punto la questura dovrebbe rilasciare il permesso di soggiorno. Ma spesso questo passaggio non avviene». Il fantomatico datore di lavoro, incassata la “tangente”, sparisce. L’immigrato resta in Italia senza permesso di soggiorno, senza parlare la lingua, facile preda di caporali e imprenditori senza scrupoli.

Su La Stampa è intervenuto, poi, il storico e studioso delle mafie Antonio Nicaso che considera la strage dei quattro braccianti ad Amendolara «il fallimento di un sistema. Il caporale può anche essere migrante, è una novità degli ultimi tempi, ma in Calabria il caporalato ha origini antiche. Penso alla piana di Gioia Tauro negli Anni 70. Quasi cinquant’anni dopo la situazione è simile: la legalità costa troppo, i controlli sono pochi e la politica interviene soltanto dopo le tragedie e il sangue. La svolta deve essere culturale, economica e istituzionale».
Il professore non ha esitazioni sul ruolo delle organizzazioni criminali ma aggiunge un dato molto importante che riguarda l’economia occidentale: «Chi trae veramente vantaggio da questa schiavitù sono le aziende che lucrano dallo sfruttamento. E di conseguenza la grande distribuzione. Finché continuiamo a chiamare convenienza ciò che e sfruttamento, non cambierà nulla. La vera domanda non è se possiamo pagare meno la manodopera, ma se vogliamo continuare a sopportare questa schiavitù moderna. Non dobbiamo rimanere spettatori neutrali: bisogna tracciare questi lavoratori, capire da dove arrivano, in che condizioni lavorano, dove dormono. Serve una svolta importante, altrimenti continueremo ad assistere ad altre tragedie».
Alla faccia del made in Italy e del sovranismo alimentare.