Oltre 800 incendi attivi e quasi due milioni di ettari distrutti in Nord America. Il rogo che soffoca Toronto diventa un monito anche per la nostra regione: caldo e siccità aumentano il rischio di incendi sempre più devastanti
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Xinhua/ABACA
Il Canada brucia ancora. Migliaia di chilometri di foreste divorati dalle fiamme, città avvolte da una cappa di fumo tossico, qualità dell’aria ai livelli peggiori del mondo e centinaia di incendi ancora fuori controllo. È l’ennesimo campanello d’allarme di una crisi climatica che non può più essere considerata un’emergenza del futuro: è già il presente.
Nelle ultime ore Toronto è stata soffocata da una densa nube di fumo proveniente dagli incendi che devastano il nord-ovest dell’Ontario. Secondo i dati diffusi dalle autorità canadesi e rilanciati dai principali media internazionali, la metropoli ha registrato per diverse ore la peggiore qualità dell’aria al mondo. Complessivamente sono oltre 800 gli incendi attivi nel Paese e quasi due milioni di ettari sono già andati distrutti dall’inizio della stagione estiva.
Le immagini sono impressionanti: foreste trasformate in distese nere, evacuazioni di intere comunità, colonne di fumo visibili dallo spazio. Ma ciò che più preoccupa gli scienziati è la frequenza con cui questi eventi estremi si stanno ripetendo. Dopo le stagioni record del 2023 e del 2025, anche il 2026 conferma come il riscaldamento globale stia aumentando temperature, siccità e condizioni favorevoli allo sviluppo di incendi sempre più vasti e incontrollabili.
L’Italia non può osservare questo disastro come se riguardasse un continente lontano. Anche il nostro Paese è entrato in una nuova fase di vulnerabilità. Dall’inizio dell’estate sono già andate in fumo migliaia di ettari di territorio, mentre il caldo eccezionale e la prolungata assenza di piogge stanno trasformando boschi e campagne in un enorme deposito di materiale combustibile.
La Calabria rappresenta uno dei fronti più delicati di questa emergenza. I primi dati del 2026 parlano di 156 incendi e oltre 1.500 ettari già distrutti prima ancora dell’ingresso nel cuore della stagione estiva, mentre nei primi giorni di luglio sono stati registrati più di novanta roghi in diverse aree della regione. Un quadro che conferma la Calabria tra le aree italiane maggiormente esposte agli incendi boschivi.
Non è un caso che la Regione abbia rafforzato il Piano Antincendio Boschivo 2026, mobilitando migliaia di operatori, mezzi, presidi territoriali e nuove attività di prevenzione. Lo stesso piano regionale riconosce che l’aumento delle temperature, la siccità, l’abbandono delle campagne e l’accumulo di vegetazione secca stanno rendendo sempre più rapido e devastante lo sviluppo dei roghi.
Il rischio, oggi, è che anche il Mediterraneo possa conoscere scenari simili a quelli canadesi. Certo, con dimensioni territoriali differenti, ma con effetti altrettanto devastanti: perdita di biodiversità, dissesto idrogeologico, emissioni enormi di anidride carbonica, danni economici incalcolabili e un impatto sempre più grave sulla salute pubblica a causa del fumo e delle polveri sottili.
Il Canada in fiamme non è soltanto una tragedia ambientale. È il riflesso di ciò che potrebbe accadere sempre più spesso anche in Europa e nel Sud Italia. La Calabria lo sta già sperimentando: boschi che scompaiono, montagne ferite, territori impoveriti e comunità costrette ogni estate a convivere con il fuoco.
Le fiamme che oggi divorano le immense foreste canadesi sono un avvertimento per tutti. Se il cambiamento climatico continuerà a correre più veloce delle politiche di prevenzione e adattamento, quella che oggi sembra un’apocalisse lontana rischia di diventare, molto presto, la normalità anche sulle montagne della Sila, dell’Aspromonte e del Pollino.

