Due “A” ricamate a mano su un nastro verde ripiegato ad anello, di quelli che si usano per le campagne civili di sensibilizzazione. Una “A” è quella di Andrea, l'altra è l’iniziale di “Anonimo”. Andrea è Andrea Minasi, la ragazza vibonese di 23 anni morta in un tragico incidente stradale su viale Affaccio. L’altro, Anonimo, è chi ha ricevuto i suoi polmoni e ora vive grazie alla sua generosità e a quella della sua famiglia. È racchiuso in questo piccolo nastro verde il filo invisibile ma tenace come una gomena che oggi unisce Vibo Valentia a Milano, dove i polmoni di Andrea sono stati impiantati in un paziente che altrimenti non avrebbe avuto futuro.

Il nastro è arrivato nei giorni scorsi alla famiglia di Andrea. Ad accompagnarlo, una lettera inviata a mamma Nerina da una dottoressa calabrese che vive e lavora da anni a Milano e che ha fatto parte dell'équipe che ha seguito il trapianto dei polmoni donati dalla ragazza.

Un gesto semplice che ha profondamente colpito la famiglia per l'umanità che racchiude. «Vi mando un piccolo pensiero che sia un abbraccio simbolico, portato nel tempo», scrive la dottoressa. Poi spiega il significato del nastro verde, simbolo della catena della donazione e del trapianto di organi. Sui due lati ha ricamato la stessa iniziale: «La prima è per Andrea, la seconda sta per Anonimo: è il nome che usiamo in ospedale quando non abbiamo la possibilità di identificare un paziente mentre ce ne prendiamo cura».

Dietro quella seconda “A” c'è una persona della quale la famiglia Minasi non conosce e non può conoscere l'identità. Ma della quale, attraverso quella lettera, ha potuto sapere qualcosa di infinitamente importante. Il 7 agosto 2026 ha ricevuto i polmoni di Andrea. «Adesso è al piano di sopra. Sta bene, respira in aria senza alcun supporto», sono le poche parole con cui la dottoressa comunica alla famiglia l'esito del trapianto.

Da Milano a Vibo, il filo che riporta alle parole di mamma Nerina

Quel nastro assume un significato ancora più intenso se accostato alle parole pronunciate venerdì durante la manifestazione che si è tenuta alla Scuola di Polizia, dedicata alla donazione degli organi. La “Giornata degli Angeli” ha celebrato Andrea e tutti gli altri. Storie di dolore e speranza, storie di morte e vita che si sono intrecciate davanti a un pubblico commosso fino alle lacrime. A rendere l’emozione palpabile come un drappo di velluto hanno contribuito le lettere scritte dai genitori dei ragazzi e delle ragazze che hanno donato i propri organi dopo essere deceduti nella devastante normalità di una tragedia improvvisa. E tra quelle testimonianze c'era anche la lettera di mamma Nerina ad Andrea. Parole che provano a raccontare l’indicibile: la morte di una figlia di appena 23 anni, volata via con i suoi sogni, la musica, gli studi al Conservatorio di Vibo Valentia e quella laurea in pianoforte ormai vicina.

«Avrei voluto vederti laureare, applaudire il tuo talento, festeggiare insieme ai tuoi successi. Avrei voluto vederti costruire il tuo futuro, innamorarti della vita sempre di più», scrive. E poi quella quotidianità che dopo la tragedia è diventata assenza: «Avrei voluto continuare ad essere la tua mamma, aspettare le tue telefonate, sorridere davanti ai tuoi messaggi e ai video che ci scambiavamo con quella leggerezza che oggi mi manca tanto».

Ma il 28 luglio sull’esistenza di Andrea è piombata un’auto mentre lei attraversava la strada sulle strisce. E tutto è cambiato. «Ho pregato. Abbiamo pregato tutti – scrive mamma Nerina nella lettera alla figlia –. Per dieci lunghissimi giorni hai combattuto con una forza straordinaria. Noi eravamo lì, aggrappati alla speranza, cercando un segno, un miracolo, qualsiasi cosa potesse riportarti da noi».

Poi, «è arrivato il momento più difficile». È allora che Nerina ricorda quello che la figlia le aveva detto tempo prima: «Con grande dolcezza ci hanno parlato della possibilità della donazione degli organi. E in quell'istante ho ricordato una conversazione che avevamo avuto. "Mamma, se dovesse capitarmi qualcosa e i miei organi non mi servissero più, vorrei donarli a chi ha bisogno di una seconda possibilità"». Andrea non poteva più parlare ma aveva già scelto. «Erano parole tue. Una scelta tua - scrive la madre -. Essere tua madre significava rispettare ciò che eri»

È probabilmente il passaggio più doloroso della lettera: «Da mamma, il mio primo istinto era stringerti a me e non lasciarti andare. Volevo gridare al mondo: "È mia figlia". Volevo proteggerti ancora una volta. Ma essere tua madre significava anche rispettare ciò che eri. E tu eri generosità».

Un sì che ha salvato un’altra vita, e Nerina ne è pienamente consapevole: «Quando per una famiglia tutto sembra finito, per un'altra può nascere una nuova possibilità. Oggi qualcuno può svegliarsi al mattino e respirare. Può fare progetti. Può innamorarsi. Può viaggiare. Può abbracciare la propria famiglia. Può avere ancora tempo».

E ora tutto viene condensato in quel nastro verde con due “A” ricamate.

«Questo non cancella il dolore. Non riempie il posto vuoto a tavola. Non restituisce il suono della tua voce né i tuoi abbracci. Ma mi dona una consolazione immensa: sapere che l'ultimo capitolo della tua storia non è stato scritto con la parola “fine”».