Le fiamme partite dall’area cimiteriale stavano per raggiungere la zona di giardino dove è posizionato il bombolone del gas. I militari hanno affrontato il fuoco con i mezzi disponibili scongiurando il pericolo e rassicurando le persone presenti nell’abitazione e colte dal panico: «Non hanno mai esitato, grazie di esserci»
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Quando le fiamme hanno cominciato ad avvicinarsi al giardino, alla casa e soprattutto alle bombole di gas, la paura è diventata concreta. Dentro quell’abitazione di Sant’Onofrio c’erano due anziani, la figlia e il nipote. Fuori, il fuoco avanzava tra la vegetazione secca. Poi, dall’altra parte della strada, si sono aperte le porte della caserma dei carabinieri.
È da quei minuti di venerdì 28 agosto che nasce la lettera inviata al Comando provinciale dell’Arma di Vibo Valentia da Maria Giovanna Martino, docente e figlia della coppia che vive proprio di fronte alla Stazione di Sant’Onofrio. Una lettera di ringraziamento che racconta l’intervento dei militari durante l’incendio sviluppatosi nell’area cimiteriale e propagatosi rapidamente verso le abitazioni vicine. Ma soprattutto racconta ciò che resta, per una figlia costretta a vivere a centinaia di chilometri dai genitori: la consapevolezza che, nel momento del bisogno, qualcuno era lì.
Martino vive a Treviso da quasi 25 anni, così come le altre due sorelle. I genitori, invece, sono rimasti a Sant’Onofrio, soli nella loro grande casa. «Come accade a tanti figli che hanno i genitori lontani – scrive –, ogni volta che torniamo a casa portiamo con noi la stessa preoccupazione: sapere che mamma e papà sono soli, sapere che con il passare degli anni quella grande casa diventa un po’ più difficile da gestire, sapere che, se dovesse accadere qualcosa, noi non saremmo lì nell’immediato».
Le fiamme verso il giardino e le bombole
Venerdì pomeriggio quella paura ha assunto improvvisamente una forma precisa. L’incendio partito dall’area cimiteriale si è sviluppato nella vegetazione secca e ha continuato ad avanzare mentre i Vigili del Fuoco erano impegnati anche in altri interventi. Le fiamme hanno così raggiunto una distanza preoccupante dall’abitazione della famiglia.
«Questa volta – racconta Martino – le fiamme si sono avvicinate pericolosamente alla casa, al giardino e soprattutto alla zona in cui si trovano il bombolone e le bombole che alimentano l’abitazione». Dentro c’erano i genitori, la stessa donna e suo figlio. «Mio padre, già fragile, che rischiava quasi di crollare per la paura. Mia madre, in piena crisi di panico. E mio figlio, spaventato e basito. Ed io, per qualche interminabile minuto, con quella terribile sensazione di essere quasi impotente davanti a qualcosa che poteva diventare molto pericoloso».
È stato allora che i militari della vicina caserma si sono accorti di ciò che stava accadendo. Dalla Stazione sono usciti il comandante, maresciallo Alessandra Cavalieri, il brigadiere Mauro Formisano, il carabiniere scelto Luigi Valente e il carabiniere Emanuele Muscarà. Insieme a loro è intervenuto anche il comandante del Nucleo Carabinieri Forestale, maresciallo capo Riccardo Squatrito. Nomi che la figlia dei due anziani ha voluto conoscere uno per uno e riportare nella propria lettera.
«Non hanno esitato, si sono catapultati verso le fiamme»
Il passaggio centrale della testimonianza è quello dedicato ai primi istanti dell’intervento. «Non hanno esitato. Si sono letteralmente catapultati dall’altra parte della strada, verso le fiamme, per impedire che raggiungessero la nostra abitazione».
I carabinieri sono entrati nel giardino per valutare il pericolo e si sono poi portati tra le sterpaglie, tentando di contenere l’avanzata del fuoco con quanto era disponibile in quel momento. «Li ho visti entrare in giardino per valutare il rischio e immediatamente nella sterpaglia, cercare di contenere il fuoco con i pochi mezzi che potevano avere a disposizione in quel momento, muoversi rapidamente, senza fermarsi».
Nello stesso tempo, racconta ancora Martino, il comandante della Stazione seguiva i propri uomini e cercava di rassicurare il padre, particolarmente provato dalla paura. «Da una parte controllava continuamente i propri uomini, seguendone ogni movimento e preoccupandosi che nessuno rimanesse esposto al pericolo. Dall’altra cercava di tranquillizzare mio padre, consapevole della sua fragilità e della paura che stava vivendo».
Ci sono stati anche momenti nei quali il rischio è apparso evidente agli occhi della famiglia. «E poi la paura vera... Quella che ho provato, che abbiamo provato tutti, vedendo uno di loro rischiare di essere quasi circondato dalle fiamme mentre cercava, insieme agli altri, di fronteggiarle con i pochi mezzi che in quel momento si potevano trovare nel giardino di una civile abitazione».
Sono immagini rimaste impresse nella memoria della donna: «Gli sguardi veloci. La concentrazione. La preoccupazione. La corsa. E, soprattutto, l’attenzione verso la situazione complessiva, verso le persone e verso le cose. Particolari che non sfuggono. E che meritano, a mio umile avviso, di essere raccontati».
Il grazie ai Carabinieri: «Hanno visto due anziani impauriti»
«Non ho visto soltanto Carabinieri che stavano facendo il proprio lavoro – scrive Martino –. Avrebbero potuto limitarsi a sollecitare l’arrivo del Corpo preposto. Ho visto uomini dello Stato, straordinariamente al servizio del cittadino». Poi aggiunge: «Ho visto coraggio, professionalità e tempestività, lontano dagli stereotipi della categoria e della territorialità, ma ho visto anche qualcosa che non è scritto in nessun regolamento e che, forse, vale ancora di più: umanità».
«Grazie per essere intervenuti senza esitare. Grazie per aver rischiato, con prudenza ma senza tirarsi indietro. Grazie per aver prestato attenzione a quanto stava accadendo e a quanto avrebbe potuto succedere. Ma soprattutto grazie per aver visto, prima ancora dell’emergenza, due anziani impauriti che avevano bisogno di sentirsi al sicuro».
Parole scritte una volta rientrata a Treviso. «Viviamo in un tempo nel quale siamo diventati bravissimi a sottolineare ciò che non funziona, a denunciare gli errori, a lamentarci di ciò che ci viene negato. E spesso dimentichiamo una cosa semplicissima: dire grazie quando qualcuno fa bene il proprio lavoro e si spinge straordinariamente anche oltre i propri compiti».
La riflessione conclusiva torna così al significato di quel pomeriggio: «Essere al servizio dello Stato significa certamente svolgere il proprio dovere. Ma quello che ho visto nel pomeriggio di venerdì 28 agosto mi ha ricordato che si può fare il proprio dovere anche mettendoci dentro qualcosa di più: responsabilità, coraggio, attenzione e umanità».
Il timore di tre figlie che vivono lontano dai genitori non scompare, ma dopo quanto accaduto si accompagna a una sicurezza nuova.
«Oggi, lasciando la casa dei miei genitori, la mia casa, ho portato via con me una certezza che forse vale più di tante rassicurazioni: mamma e papà, anche quando noi figli siamo lontani, non sono soli. Di fronte alla loro casa c’è una Caserma: la Caserma di Sant’Onofrio! E dentro quella Caserma ci sono persone che, quando serve, non esitano ad attraversare la strada...».

