La Dda di Catanzaro ricostruisce un sistema di infiltrazione mafiosa nelle gare pubbliche di Maida, Cortale e Jacurso: funzionari infedeli avrebbero passato informazioni riservate, mentre le imprese concorrenti venivano intimidite. Sequestrate due aziende.
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La cosca non si limitava a trafficare droga. Entrava nei municipi, orientava bandi pubblici, decideva chi dovesse tagliare i boschi e chi dovesse preparare i pasti nelle mense scolastiche. E quando serviva recuperare un'auto rubata o concedere un prestito a un imprenditore in difficoltà, agiva come un'autorità parallela, capace di imporre decisioni, dispensare favori e pretendere obbedienza. Controllavano tutto nei territori di Maida, Cortale e Jacurso.
È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell'operazione “Artemis II”, eseguita all'alba dai carabinieri del Gruppo di Lamezia Terme con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria. Nove persone sono finite in carcere tra il Lametino, la provincia di Vibo Valentia e le province di Terni e Como. Contestualmente sono state sequestrate due aziende: una attiva nel settore boschivo, l'altra impegnata nella refezione scolastica.
Artemis capitolo secondo
L'inchiesta rappresenta il secondo capitolo dell'operazione Artemis, che aveva portato all'arresto di cinquantanove persone e aveva consentito di ricostruire l'organizzazione interna del sodalizio e il suo coinvolgimento nel narcotraffico. Questa volta gli investigatori sostengono di aver documentato qualcosa di ancora più insidioso: la capacità della cosca di infiltrarsi stabilmente nell'economia legale e negli apparati amministrativi di alcuni Comuni del Catanzarese.
Le indagini, sviluppate tra il 2021 e il 2024 attraverso intercettazioni, monitoraggi tecnici e verifiche documentali, avrebbero fatto emergere un sistema consolidato di spartizione degli affari legati ai tagli boschivi tra le province di Catanzaro e Vibo Valentia.
Il condizionamento della ‘ndrangheta sui lotti forestali
Secondo gli inquirenti, tre procedure pubbliche per l'assegnazione di lotti forestali sarebbero state condizionate dal gruppo criminale. I primi due bandi sarebbero andati deserti perché gli imprenditori interessati avrebbero rinunciato a presentare offerte dopo intimidazioni e pressioni. Al terzo tentativo, la gara sarebbe stata aggiudicata a una ditta formalmente intestata a un prestanome ma ritenuta riconducibile al vertice della cosca. A partecipare, secondo l'accusa, sarebbe stata soltanto un'altra azienda compiacente, che avrebbe concordato la propria presenza con l'organizzazione.
Uno schema analogo sarebbe stato applicato anche nel settore della refezione scolastica. Gli investigatori parlano di «gravi pressioni» esercitate sui dipendenti comunali affinché predisponessero documenti di gara favorevoli agli interessi del sodalizio. Parallelamente, i rappresentanti di imprese concorrenti sarebbero stati avvicinati e scoraggiati dal partecipare alla procedura.
Alla fine, il servizio mensa sarebbe stato assegnato a una cooperativa sociale formalmente autonoma, ma che secondo la Dda sarebbe stata in realtà costituita, finanziata e gestita con capitali della consorteria mafiosa.
I rapporti tra esponenti della cosca e funzionari pubblici
Le intercettazioni avrebbero inoltre consentito di accertare un rapporto stabile tra esponenti della cosca e alcuni funzionari pubblici. Questi ultimi, secondo l'ipotesi accusatoria, avrebbero trasformato il proprio ruolo istituzionale in una risorsa a disposizione dell'organizzazione criminale.
Avrebbero comunicato in anticipo la pubblicazione dei bandi, illustrato i criteri di aggiudicazione, rivelato le percentuali di ribasso offerte dalle aziende concorrenti e fornito consulenze tecniche per favorire la nascita della cooperativa destinata a ottenere l'appalto.
I cavalli di ritorno
Ma il controllo del territorio non si sarebbe fermato agli affari pubblici.
Gli investigatori sostengono che la cosca continuasse a esercitare una funzione di arbitrato forzoso nelle controversie private, confermando la propria capacità di sostituirsi alle istituzioni.
Due cittadini che avevano subito il furto della propria automobile si sarebbero rivolti direttamente al capocosca per recuperarla. Le vetture, sottratte secondo l'accusa da soggetti appartenenti alla comunità rom, sarebbero state restituite dietro pagamento di denaro, secondo il meccanismo criminale noto come “cavallo di ritorno”.
Usura ai danni di un ristoratore con tasso del 500% all’anno
Documentato anche un episodio di usura ai danni di un ristoratore del territorio. A fronte di un prestito di quindicimila euro, sarebbe stata pretesa la restituzione di ventimila euro nell'arco di appena tre mesi, con interessi che gli investigatori quantificano in oltre il 500 per cento su base annua. A garanzia del debito sarebbero stati richiesti assegni postdatati.
Per la Procura antimafia di Catanzaro, l'indagine conferma la capacità della cosca di agire contemporaneamente come impresa, stazione appaltante occulta, ufficio recupero crediti e tribunale parallelo, esercitando un controllo capillare sul territorio attraverso intimidazione, relazioni istituzionali e disponibilità economiche.
Le accuse contestate restano, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere vagliate nel contraddittorio tra le parti e sottoposte alla verifica del giudice nelle successive fasi del procedimento.
I sequestri dei carabinieri
I Carabinieri del Gruppo di Lamezia Terme hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo di due complessi aziendali: l’impresa boschiva individualmente intestata a prestanome ma riconducibile alla gestione diretta della consorteria; la cooperativa sociale operante nel settore della refezione e mensa scolastica, utilizzata per l’inquinamento dei mercati pubblici e il reimpiego dei capitali illeciti.
È stato inolte eseguito il sequestro preventivo di somme di denaro per un importo complessivo di 5.700 €, individuate quale immediato provento e prezzo dei reati di estorsione e corruzione contestati.
I nomi delle persone coinvolte
Sono nove i destinatari della misura della custodia cautelare in carcere emessa dal gip presso il Tribunale di Catanzaro, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia in seguito all'ordinanza della della Procura di Lamezia Terme. Si tratta di Domenico Cracolici, detto "Mimmo", 55 anni, di Cortale; Giuseppe Cracolici, figlio di Domenico, 30 anni, di Cortale; Giuseppe Vinci, detto "Pino", 66 anni di Cortale; Francesco Feroleto, 56 anni, di Cortale; Pasquale Ventura, 46 anni di Lamezia Terme; Luigi Notarianni, 45 anni, di Lamezia Terme; Luca Berlingieri, 43 anni di Lamezia Terme; Rosanna Notarianni, 38 anni, di Lamezia Terme; Alfredo Cracolici, 40 anni, di Maierato (Vibo Valentia).


