A parlare una giovane donna afghana durante uno degli eventi previsti per i tre anni dall’immane tragedia che ha causato 94 vittime: «Abbiamo perso cinque cari»
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«Il naufragio è ogni volta un’esperienza faticosa, un carico emotivo che pesa come un macigno, soprattutto per mia madre». Inizia così la dolorosa testimonianza di una giovane donna afghana che, a distanza di tempo, torna a dare voce a chi è rimasto intrappolato nel buio di quella notte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. La sua non è solo la storia di una tragedia familiare, ma un atto d’accusa contro l’indifferenza e un appello alla coscienza dell’Europa. L’iniziativa in corso a Crotone nell’ambito degli eventi organizzati per ricordare la strage che ha segnalato la Calabria e l’Italia intera.
La fuga da una «non vita»
Il racconto parte da lontano, dalle radici recise in Afghanistan. Un padre anziano, profondamente legato alla propria terra, che decide di abbandonare tutto per il futuro delle sue sei figlie. «In Afghanistan oggi le donne non hanno spazio vitale: nessun diritto allo studio, al lavoro, persino all'amore», spiega la giovane.
La scelta di partire non è stata un azzardo, ma una necessità estrema: «Per noi non c’erano opzioni. Restare significava morire chiuse in casa per una pallottola vagante solo per aver provato ad andare a scuola. La possibilità di morire in patria era superiore al 50% rispetto al rischio del mare».
Il trauma del naufragio e il rimpallo di responsabilità
La famiglia, che vive in Germania da dieci anni, ha seguito con il fiato sospeso il viaggio dei parenti stretti partiti su quella barca. «Sapevamo che erano lì sopra. Quando abbiamo letto del naufragio sui social, abbiamo temuto il peggio». La speranza si è spenta all'arrivo in Calabria: cinque familiari, tra cui bambini e genitori, non ce l'hanno fatta.
Ma oltre al dolore per la perdita, emerge l'indignazione per la gestione dei soccorsi. «Non è stato un naufragio normale», incalza la donna, facendo riferimento alle indagini e alle ore drammatiche prima dello schianto del caicco Summer Love. «Ci sono state telefonate in cui si diceva 'andiamo a prenderli, forse no, lasciamo fare alla sorte'. Questo è inaccettabile. Chi aveva la responsabilità quella sera avrebbe potuto agire, magari disobbedendo a ordini rigidi invece di rimpallarsi le competenze al telefono».
Oggi la richiesta è chiara: giustizia, non vendetta. Una giustizia che passi attraverso il processo e l'assunzione di responsabilità. La testimone rivolge poi un appello diretto alla società civile e alla stampa: «Vi chiedo non solo di scrivere, ma di praticare la giustizia e attuare un cambiamento. Bisogna lavorare per dire No l’odio che ancora attraversa l’Europa nei confronti dei migranti».



