Dagli «esordi» tra sequestri e narcotraffico alle «connessioni internazionali»: il percorso criminale del 76enne di San Luca condannato all’ergastolo per il sequestro del 1975 e il suo ruolo di «vecchio saggio» per i clan calabresi. Ecco perché resta in carcere
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Il sequestro e la morte di una ragazzina innocente come credenziale di ingresso nella ’ndrangheta. L'omicidio di Cristina Mazzotti non rappresentò per Giuseppe Calabrò un «episodio isolato nella carriera criminale», bensì «il vero e proprio “biglietto da visita”» con cui poter «accreditarsi» come «personaggio di spessore e di assoluta affidabilità operativa» all'interno della criminalità organizzata calabrese operante in «Lombardia negli anni Settanta». Lo sottolineano i giudici della Corte d'Assise di Como nell'ordinanza firmata oggi, con cui hanno “rinnovato” la custodia cautelare in carcere per “U' Dutturicchiu”, il 76enne di San Luca fermato a Milano il 6 febbraio da squadra mobile e Direzione investigativa antimafia per il sequestro di persona a scopo di estorsione e l'omicidio aggravato della giovane, per il quale era stato condannato all'ergastolo in primo grado appena 48 ore prima.
Il 9 febbraio, la gip di Milano, Giulia Marozzi, aveva trasmesso gli atti per incompetenza territoriale dopo aver convalidato il fermo disposto dai pm milanesi Pasquale Addesso, Paolo Storari e Stefano Ammendola. Secondo la motivazione, l'uomo, emerso nell'inchiesta sugli ultras di San Siro come il «mediatore tra famiglie» della criminalità organizzata calabrese «interessate alla gestione dei ricavi illeciti» del Meazza, stava per imbarcarsi verso Reggio Calabria, dove contava su «appoggi» capaci di garantirgli la «latitanza» in caso di condanna definitiva per l'omicidio Mazzotti.
Il presidente della Corte d'assise di Como, Carlo Cecchetti, e la giudice a latere Maria Elisabetta De Benedetto, che hanno guidato il collegio che ha condannato Calabrò all'ergastolo e dichiarato prescritto il reato di sequestro a scopo di estorsione, hanno disposto un'ordinanza che «rinnova», entro 20 giorni come previsto dalla legge, la custodia cautelare del 76enne. Calabrò, il 30 giugno 1975, avrebbe preso parte al rapimento della giovane segregata «in una buca» senza aria a Castelletto Ticino e ritrovata morta l'1 agosto 1975 in una discarica di Galliate, in provincia di Novara.
Nel provvedimento, i giudici evidenziano il rischio di reiterazione e il pericolo di fuga, concordando con il gip di Milano, ma aggiungono dettagli emersi nel processo: Mazzotti fu eliminata «fisicamente» nonostante il «pagamento del riscatto» per consolidare una «reputazione criminale» e una «caratura» nell'ambiente 'ndranghetista, la quale, secondo intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, sarebbe rimasta «inalterata».
La Corte sottolinea che non si valuta la «pericolosità» di Calabrò sulla base di fatti di mezzo secolo fa, ma riconosce come quell'omicidio rappresenti «l'atto fondativo di una carriera criminale che si è sviluppata ininterrottamente fino ai giorni nostri, mantenendo inalterata quella capacità di intimidazione e quella posizione di vertice nell'organizzazione 'ndranghetista che trovarono la loro prima e più significativa manifestazione proprio in quel delitto».
Il provvedimento analizza gli «esordi» di Calabrò, tra i «sequestri» di persona tra 1972 e 1978, numerosi arresti per porto abusivo d'armi, truffa e spedita di banconote false, e soprattutto il narcotraffico, culminato nell'arresto del 1993 a Brescia per un carico di 40 chili di cocaina pura al 94%, con la condanna poi a 15 anni. Infine vengono evidenziate le «connessioni internazionali» e il «radicamento» in Italia e all'estero di 'U' Dutturicchiu', oltre al ruolo di «vecchio saggio» rispettato dai «vertici» ndranghetisti dopo la detenzione e la scarcerazione del 2008.
Nonostante non sia mai stato condannato per associazione mafiosa, Calabrò è stato intercettato in ulteriori indagini: nel 2018 per il Mandamento Ionico mentre «media una delicata controversia per una partita di droga non pagata tra le potenti famiglie Pelle e Barbaro di Plati e San Luca»; nel 2014 nell'inchiesta 'Rinnovamento', indicato come colui che «poteva procurare armi a Sanremo» e soprannominato «Il Vecchio»; nello stesso anno a Milano monitorato mentre incontrava Giuseppe Pensabene, boss della “Banca della 'ndrangheta” in Brianza; infine nel 2021-22 nel fascicolo sulle curve di San Siro e i legami tra ultras e criminalità organizzata calabrese.



