Crisi da coronavirus, il futuro appassisce insieme a milioni di fiori nei vivai calabresi

VIDEO | Il comparto florovivaistico è in ginocchio. Distese di piante invendute e destinate al macero. Siamo stati in una delle più grandi aziende del settore con sede a Pizzo per vedere cosa accade

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di Cristina Iannuzzi
27 aprile 2020
18:35

«Il 100% di perdite». Un settore al collasso, un'azienda in ginocchio, come decine, centinaia di altre. Il lockdown italiano, necessario al contenimento della pandemia da coronavirus, provoca danni enormi. «Perdite totali» quelle della famiglia Santacroce. Siamo lungo la Statale 18, a Pizzo, in provincia di Vibo Valentia. Francesco e Andrea, padre e figlio, raccontano il disastro che vive la loro impresa e, quindi, l’intero settore florovivaistico.

 

«Non mi viene neppure la voglia di alzarmi al mattino per venire a lavorare», Francesco è provato… Così è Andrea a descriverci ciò che doveva accadere in queste serre e cosa invece accade per effetto delle restrizioni legate alla pandemia da Covid 19. «Milioni di steli – dice – destinati al macero. Fiori e piante che da febbraio a oggi sono maturati, che andavano commercializzati prima, ma adesso non servono al mercato». Tutto, così, deve essere distrutto e buttato.

 

Anche l’azienda Santacroce si ritrova a navigare senza rotta in un mare in tempesta. Il disastro economico attuale e l'incertezza sullo scenario futuro, impedisce anche di programmare le future coltivazioni. «Già adesso dovremmo lavorare per il 2 novembre e per le stelle di Natale – aggiunge Francesco – ma in una situazione simile è impossibile programmare, né possiamo pensare di investire e sopportare perdite come quelle che stiamo subendo».

 

Quest’azienda opera sul mercato italiano e su quello estero. Le rose… Il lilium … I girasoli. Migliaia di piante resteranno invendute e, quindi, oggi destinate al macero. Non si percepisce presente, qui. Né la fase due annunciata dal governo Conte, quella nella quale bisognerà imparare a convivere col virus riattivando l’economia, infonde speranza.
«Operiamo sul mercato da settant’anni – conclude Andrea – prima c’era mio padre, poi io, ora mio figlio. Mai, mai abbiamo vissuto una situazione del genere. Non so dirvi come ci si sente. Come se non esistesse il presente e neppure il futuro».

Giornalista
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