La nuova Cutro

Strage di migranti al largo della Calabria: “silenzio di Stato” e tutto il peso (anche economico) sulla Diocesi

I parenti delle vittime del naufragio a largo di Roccella trasferiti nei locali della Caritas a Locri. La Regione per ora resta alla finestra. Il muro di gomma continua a respingere la stampa mentre superstiti e familiari vengono sballottati da un posto all'altro

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di Vincenzo Imperitura
6 luglio 2024
15:00
L’arrivo dei superstiti a Roccella Jonica
L’arrivo dei superstiti a Roccella Jonica

In un primo momento ospitati nell’oratorio di Roccella, poi trasferiti in un paio di strutture alberghiere cittadine e, da una manciata di giorni, spostati nelle strutture della Caritas di Locri. La via crucis dei parenti delle vittime del naufragio di metà giugno, arrivati in Calabria per le procedure di riconoscimento delle salme, va avanti da giorni e resta, finora, totalmente sulle spalle della Diocesi di Locri-Gerace. Che si è sobbarcata i costi di vitto e alloggio per la trentina di persona arrivate a Roccella da buona parte d’Europa e che, grazie ad una catena di solidarietà intessuta con il resto delle diocesi regionali, si sta facendo carico anche dei biglietti aerei per consentire ai parenti che non possono permettersi di raggiungere, dai loro Paesi di provenienza, i quattro diversi luoghi (Reggio, Polistena, Locri e Gioia Tauro) dove sono custodite le vittime. Un impegno gravoso che si sta estendendo, in completa solitudine, anche alle pratiche per il rimpatrio delle salme nei Paesi d’origine.

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Assordante silenzio

Nell’assordante silenzio del governo centrale – che sul naufragio non ha diramato neanche un comunicato di circostanza – e dei suoi organi periferici – che a distanza di più di due settimane dalla tragedia non hanno ancora convocato un punto di aggiornamento con la stampa – attorno a una delle più grandi disgrazie capitate sulla rotta turca, si naviga a vista. Anche il punto di raccolta e informazioni (in cui si effettuavano anche le operazioni di campionamento del Dna, procedura indispensabile per il riconoscimento dei corpi) allestito dalla prefettura reggina nelle settimane passate in un container della blindatissima area migranti del porto di Roccella è stato chiuso un paio di giorni fa: «Il punto informativo presso il porto di Roccella – si legge in una nota stringata pubblicata sul sito della prefettura dello Stretto – non è attualmente operativo. I familiari dei dispersi che intendano lasciare un campione di Dna ai fini del riconoscimento possono rivolgersi direttamente al commissariato di Siderno».


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Occhiuto: «Faremo la nostra parte»

Undici sopravvissuti, trentasei corpi senza vita recuperati dal mare e (almeno) una trentina di dispersi: quello successo al confine tra le acque Sar di competenza dell’Italia e della Grecia resta uno dei disastri più gravi mai verificatisi sulla trafficatissima rocca turca che da almeno venti anni rappresenta la prima porta d’ingresso in Europa, via mare, per i flussi migranti che arrivano dal medio oriente. Una tragedia abnorme su cui è calato un preoccupante silenzio da parte della politica locale e nazionale. Una tragedia abnorme lasciata, di fatto, sulle spalle di Caritas e Croce Rossa, visto che all’appello, almeno per ora, oltre a quello del governo Meloni, manca anche l’apporto del governo regionale che, a distanza di poco più di un anno dai fatti di Steccato di Cutro (90 morti e un numero imprecisato di dispersi) su Roccella resta ancora alla finestra.
«Faremo la nostra parte – filtra dalle stanze del governatore Occhiuto – così come abbiamo fatto nei confronti dei familiari delle vittime di Cutro, così faremo con quelli di quest’ultimo naufragio». A distanza di più di venti giorni dal naufragio e in attesa che dalla Regione si attivino per dare una mano, resta da augurarsi che le cose, questa volta, vadano meglio di come successo dopo il disastro sulla spiaggia di Steccato.

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A Cutro fu fatto tutto in fretta

Con mucchi di cadaveri arenati sulla spiaggia e una città intera a piangere ed invocare giustizia davanti al palazzetto dello sport trasformato in camera ardente (e con le televisioni di mezzo pianeta a riprendere tutto in diretta), gli uffici regionali si mossero in fretta per la strage di Cutro. Così in fretta da non valutare bene le scelte sulla sistemazione finale dei migranti. Spinta anche dalle furiose polemiche seguite alla scelta iniziale di trasferire i familiari arrivati a Crotone da mezza Europa all’interno del Cara di Sant’Anna, la Regione mosse i primi passi per l’accoglienza appena 4 giorni dopo il naufragio. Attraverso il dipartimento di protezione civile, fu indetta un’indagine di mercato vista «la necessità e l’urgenza di fornire un servizio di accoglienza (pernottamento e fornitura pasti) alle famiglie dei migranti presso le strutture alberghiere del territorio interessato» che individuò due strutture ritenute idonee, investendo la considerevole somma di 100mila euro per coprire le spese.

Lo Stato dà, lo Stato toglie

Peccato però che una delle due strutture individuate fosse sotto la lente d’ingrandimento dell’agenzia delle entrate che, quando la Regione formalizzò il pagamento, pignorò quasi l’intera somma. Dei quasi 70mila euro destinati al pagamento per i servizi della società “Ac 1931”, infatti, solo poco più di 6mila finirono nelle casse degli imprenditori. Il resto della somma, dopo il pignoramento, fu dirottato alla stessa agenzia delle entrate che con quei soldi coprì il debito che la Ac 1931 aveva maturato con il fisco.
Più o meno quello che successe con un altro finanziamento regionale destinato, sotto forma di contributo straordinario, al comune di Cutro, «per gli interventi di rimozione e smaltimento dei rifiuti spiaggiati a seguito del naufragio dei migranti del 26 febbraio». In quella occasione, nel maggio dello scorso anno, gli uffici della Cittadella quantificarono in 25 mila euro i fondi necessari a sgombrare dai rottami e ripulire la splendida spiaggia di Steccato. Soldi che però non sarebbero mai arrivati nelle casse del Comune, visto che lo stesso centro del crotonese aveva maturato, negli anni, un cospicuo debito con la Regione che, al momento del pagamento, dovette tornare sui propri passi e revocare il mandato di pagamento.

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