Nel procedimento davanti alla Corte d’Assise di Milano sull’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico leader della Curva Nord interista ucciso il 29 ottobre 2022, è stato ascoltato l’imputato Marco Ferdico, indicato dagli inquirenti come uno degli organizzatori del delitto.

Durante l’esame in aula, Ferdico – ex calciato del Soriano che è di recente finito in carcere per i suoi presunti rapporti con il narcotraffico legato ai clan del Vibonese – ha ripercorso la propria versione dei fatti, soffermandosi sulle dinamiche interne al tifo organizzato e sui rapporti con gli altri protagonisti della vicenda.

La “maglietta” e l’origine delle tensioni

Secondo la ricostruzione fornita in aula, uno dei primi elementi di frizione sarebbe legato a un episodio avvenuto dopo la finale di Coppa Italia 2022 vinta dall’Inter a Roma.

Ferdico ha spiegato: «Fu fondamentale per la vicenda dell'omicidio la storia di una maglietta che mi diede Bastoni sotto la curva, dopo la finale del 2022 di Coppa Italia vinta dall'Inter a Roma, perché dopo che la presi mi fecero fuori dalla curva, perché l'avevo tenuta per me, mi avevano detto che Boiocchi ce l'aveva con me per quella maglietta».

L’imputato ha aggiunto che da quel momento sarebbero nati attriti crescenti all’interno del gruppo ultras.

Il ruolo di Andrea Beretta nella versione di Ferdico

Nel corso dell’udienza, Ferdico ha ricostruito anche i rapporti con Andrea Beretta, indicato come figura centrale nelle dinamiche interne della Curva Nord: «Beretta mi disse “ci vuole ammazzare”».

E ancora, riferendosi a un periodo di forti tensioni interne: «Beretta ci incontrava 10, 15 volte al giorno in quel periodo, tutti i giorni. È vero che lui non si è mai interessato all'organizzazione dell'omicidio, me ne sono occupato io, ma lui ci metteva fretta, aveva la smania di ucciderlo perché altrimenti veniva eliminato lui da Boiocchi, così diceva, viveva sotto assedio, era spaventato».

Ferdico ha anche contestato la ricostruzione del collaboratore di giustizia su alcuni passaggi economici: «Non è vero che quei 50mila euro che Beretta ha messo a disposizione per l'omicidio si sono persi per strada, come dice lui - io non ho preso un euro, perché non erano soldi miei, erano soldi per chi faceva quel lavoro lì».

L’ammissione di responsabilità

Nel corso dell’esame, l’imputato ha ammesso il proprio coinvolgimento nel delitto, pur provando a distinguere il proprio ruolo da quello degli altri soggetti coinvolti.

Ferdico in aula è stato un fiume in piena: «Sono colpevole», dice, ma «non chiedo scusa alla famiglia Boiocchi perché lo trovo ipocrita: non c'è perdono e non c'è scusa per quello che ho fatto».

In un altro passaggio ha ribadito: «Io ho fatto un'azione per Andrea Beretta che non avrei mai fatto se avessi saputo che aveva rubato anche un solo centesimo a Vittorio Boiocchi. Era Andrea Beretta che rubava i soldi a Vittorio Boiocchi, aveva torto Beretta e forse si è anche inventato che aveva paura che lui lo uccidesse».

Il ruolo del padre e le difese in aula

Ferdico ha anche cercato di ridimensionare il coinvolgimento del padre, anch’egli imputato nel procedimento, affermando che il suo ruolo sarebbe stato marginale: «Mio padre non ne voleva sapere di questa cosa, gli disse a Beretta “è una cosa grossa, riflettiamoci, andiamoci piano”».

E ancora, rivolgendosi indirettamente al contesto familiare: «Io gli devo chiedere solo scusa».

Le dinamiche della Curva Nord e il contesto economico

Nel corso dell’udienza, Ferdico ha descritto un ambiente segnato da conflitti interni, gestione di attività economiche e rapporti di forza nella curva: «E' contestata l'aggravante mafiosa qua, ma quest'omicidio lo abbiamo fatto quattro scappati di casa».

E ha aggiunto sul proprio passato personale: «Stavo bene, vivevo tra Milano e Ibiza, non volevo il predominio sulla curva e avevo investito 400mila euro a Ibiza. Non mi interessava prendere il potere su Boiocchi e Beretta, ma mi sono rovinato la vita. Ho detto a Beretta 'Andrea sono con te, mi prendo la responsabilità di fare sta cosa con te', perché avevo il dente avvelenato».

La posizione dell’accusa e il quadro investigativo

L’indagine della Procura di Milano, coordinata dai pm Paolo Storari e Stefano Ammendola, ha ricostruito un contesto di criminalità organizzata legato al mondo ultras, contestando agli imputati anche l’aggravante del metodo mafioso. Nel procedimento sono coinvolti più soggetti che, secondo l’impianto accusatorio, avrebbero avuto ruoli differenti nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’omicidio.

Un processo ancora in corso

Il dibattimento prosegue con ulteriori testimonianze e controesami, mentre la difesa e l’accusa si confrontano su ogni passaggio della ricostruzione dei fatti. Il caso resta uno dei procedimenti più complessi legati al mondo degli ultras italiani, sia per la dinamica dell’omicidio sia per le implicazioni investigative emerse nell’inchiesta “doppia curva”.