Ci sono numeri che fanno venire i brividi. «Ventotto logge su trentadue in Calabria – si legge in un documento che sta circolando in rete – sarebbero controllate dalla ’ndrangheta». La frase non è nuova: fu riportata nel 1993 dall’allora Gran Maestro Giuliano Di Bernardo, che a sua volta riferì un colloquio con il suo vice Ettore Loizzo. Eppure, a ogni passaggio, il “dato” si allontana dalle prove e si trasforma in un mantra: 28 logge su 32. Chi lo cita lo presenta come verità. Chi lo ascolta ne rimane colpito. Ma cosa c’è davvero dietro questo numero?

L’origine del mito

Per capire la portata dell’affermazione bisogna tornare alle dichiarazioni di Di Bernardo. Negli anni ’90, durante le tensioni interne al Grande Oriente d’Italia (GOI) e l’indagine del magistrato Agostino Cordova, l’ex Gran Maestro sostenne che il suo vice gli avrebbe confidato che, in Calabria, ventotto logge erano nelle mani della ’ndrangheta. Questa frase riemerge nel 2016 in un’intervista, senza che siano mai stati prodotti documenti che confermino l’affermazione. Anzi, lo stesso Di Bernardo ammise di non averla riportata alle autorità giudiziarie e l’attuale dirigenza del GOI replicò che, se esistevano prove, sarebbe stato doveroso presentarle .

Il presunto “rapporto” che oggi rilancia il numero è attribuito alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE). Eppure la traduzione diffusa in Italia è in realtà un documento redatto dal Comitato per le Relazioni Fraterne della Conferenza dei Gran Maestri delle Gran Logge Nordamericane: un report informativo, non un atto dell’UGLE. Al suo interno, le “affermazioni esplosive” di Di Bernardo – tra cui il famigerato 28 su 32 – vengono riportate come dichiarazioni, non come risultati di indagini . Questo rapporto cita anche la revoca del riconoscimento del GOI da parte dell’UGLE nel 1993, ma tace un fatto fondamentale: l’8 marzo 2023 la UGLE ha ripristinato quel riconoscimento , segno che le relazioni internazionali sono state riallineate.

Ingresso in loggia: documenti e controlli

Per valutare la plausibilità di un dominio mafioso diffuso, bisogna esaminare come si diventa massoni nel GOI. Lo Statuto e Regolamento dell’obbedienza prevede che ogni candidato presenti un fascicolo comprendente: curriculum vitae e fotografie; certificato del casellario giudiziale e certificato dei carichi pendenti emessi dalla Procura della Repubblica; dichiarazioni che attestano la veridicità delle informazioni fornite, l’assenza di appartenenza a associazioni paramassoniche e l’indicazione di eventuali condanne o procedimenti penali .

Una volta depositata la domanda, il Venerabile Maestro della loggia nomina tre commissari che investigano sulla vita del candidato, sentono persone che lo conoscono e verificano la documentazione. L’ammissione avviene tramite voto segreto della loggia: servono due terzi dei voti favorevoli . Questo filtro non è un rituale folcloristico ma un controllo concreto: la Commissione antimafia, in audizione, ha confermato che per entrare bisogna presentare i certificati penali e che non esistono casi accertati di infiltrazione nelle logge regolari .

Indagini e casi concreti

Nella storia italiana non sono mancate inchieste sugli intrecci tra mafia e massoneria. L’operazione “Ducale” a Reggio Calabria (2010) è tra quelle più significative. I carabinieri piazzarono microspie in una loggia affiliata al GOI frequentata da un professionista legato da vincoli di sangue alla ’ndrangheta. Le intercettazioni documentarono riunioni in cui alcuni massoni discutevano di appoggiare candidati alle elezioni e di come l’affiliazione potesse favorire interessi familiari. I magistrati ipotizzarono un’associazione segreta orientata a condizionare la politica locale.

È un quadro inquietante? Sì. Dimostra che esiste un sistema unificato di controllo mafioso sulle logge calabresi? No. L’indagine ha riguardato una singola loggia e non si è tradotta in una sentenza di condanna per i vertici del GOI . Analogamente, le indagini degli anni ’90 culminate nei sequestri di elenchi e nel processo Cordova non hanno prodotto sentenze che attestino un controllo generalizzato della mafia sulla massoneria regolare.

Lo storico John Dickie, esperto di criminalità organizzata, invita a non confondere logge regolari e gruppi deviati: le grandi obbedienze (GOI e Gran Loggia d’Italia) non risultano coinvolte nella direzione occulta della ’ndrangheta e il termine “massoneria” viene spesso usato come metafora di reti di potere più informali . Dickie ricorda anche che molte inchieste degli anni ’90 alimentarono più un immaginario cupo che prove concrete e invita a distinguere tra sospetti e fatti .

La forza delle prove, la fragilità dei numeri

Tornando alla cifra 28 su 32, la sua persistenza è figlia di due elementi: un clima di sospetto verso la massoneria e la scarsa memoria storica. Un numero ripetuto diventa convincente perché appare preciso, ma in questo caso si tratta solo di una dichiarazione non suffragata. Nessuna sentenza, nessun atto ufficiale e nessun report istituzionale conferma quel rapporto di forze. L’unico documento che lo rilancia è un rapporto americano che riporta le parole di Di Bernardo senza verificarle. Nel frattempo, l’UGLE ha riallacciato i rapporti con il GOI e le regole di ammissione richiedono certificati giudiziari .

Il caso Taroni: controversia interna, non prova di infiltrazioni

Un recente articolo comparso in rete sostiene che nel 2024 il GOI avrebbe eletto Leo Taroni come Gran Maestro e che quest’ultimo sarebbe stato estromesso “sotto minaccia di assassinio”. L’unico documento ufficiale disponibile è un comunicato del GOI del 16 dicembre 2024 che contesta un lancio d’agenzia secondo cui Taroni era il nuovo Gran Maestro e ne chiede la rettifica. Non risultano atti giudiziari o giornalistici indipendenti che attestino minacce o episodi violenti legati a quella vicenda.

Raccontare storie di massoneria e mafia in Calabria significa camminare su un filo sottile. Da un lato, esistono vicende di massoneria deviata e di logge clandestine che favoriscono criminali; dall’altro, c’è il rischio di trasformare sospetti in condanne collettive, violando la presunzione di innocenza e diffamando migliaia di persone oneste.

Nel caso del «28 su 32», la storia mozzafiato è questa: un numero lanciato trent’anni fa, rilanciato senza verifiche, usato per alimentare l’immagine di logge opache. Sul fronte opposto, atti e regolamenti mostrano che le obbedienze regolari richiedono controlli rigidi, che gli inquirenti hanno individuato solo casi circoscritti di infiltrazione e che la Commissione antimafia non ha mai certificato un controllo generalizzato. Nella terra dove la ’ndrangheta cerca da sempre nuove zone d’ombra, la massoneria regolare non può essere esente da verifiche: ma per trasformare un sospetto in un fatto servono prove, non leggende.