La 54enne di Gerocarne era stata raggiunta da una misura cautelare in carcere sulla base di dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e intercettazioni. Accolto il ricorso della difesa, nuovo esame della sua posizione
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Jorge Franganillo
Nuovo sviluppo giudiziario nell'ambito dell'operazione antimafia “Conflitto”, l'inchiesta della Dda di Catanzaro che ha fatto luce sulla lunga e sanguinosa contrapposizione tra le cosche delle Preserre vibonesi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato nell'interesse di Marianna Raimondo, 54 anni, di Gerocarne, coinvolta nell'indagine e destinataria di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. I giudici della Suprema Corte hanno disposto l'annullamento con rinvio del provvedimento impugnato, aprendo così la strada a una nuova valutazione della posizione dell'indagata.
La decisione a seguito del ricorso proposto ai sensi dell'articolo 311 del Codice di procedura penale. La donna è difesa, a vario titolo, dagli avvocati Guido Contestabile, Pamela Tassone e Francesca Alati.
Le accuse e il quadro indiziario
Marianna Raimondo, moglie del defunto Giuseppe Loielo e madre di Rinaldo e Valerio Loielo, era finita al centro dell'inchiesta per una serie di contestazioni relative alle armi che, secondo l'ipotesi accusatoria, sarebbero state nella disponibilità dell'organizzazione criminale.
In particolare, le accuse riguardano l'occultamento, la detenzione e il porto illegale di armi clandestine e da guerra, con l'aggravante della finalità di agevolazione mafiosa.
Il quadro indiziario posto alla base della misura cautelare era stato costruito anche attraverso le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e le risultanze delle intercettazioni. Elementi che erano stati ritenuti sufficienti a sostenere la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza richiesti per l'applicazione della custodia cautelare.
Nel maggio scorso, il Tribunale del Riesame di Catanzaro aveva confermato la misura nei confronti della donna. La difesa ha successivamente portato la questione davanti alla Cassazione, ottenendo ora l'annullamento con rinvio.
L'inchiesta “Conflitto”
L'operazione “Conflitto” ha ricostruito, secondo la prospettazione della Direzione distrettuale antimafia, episodi riconducibili alla contrapposizione tra i gruppi criminali operanti nell'area di Gerocarne e delle Preserre, con particolare riferimento alle cosche Loielo ed Emanuele.
Tra i fatti al centro dell'inchiesta figura anche l'omicidio di Antonino Zupo, ucciso il 22 settembre 2012 in contrada Comunella di Gerocarne. Un delitto che gli investigatori hanno inserito nel contesto della faida e per il quale sono state formulate specifiche contestazioni nei confronti di altri indagati.
La posizione di Marianna Raimondo riguarda invece le contestazioni in materia di armi. Secondo la ricostruzione accusatoria, la donna avrebbe avuto un ruolo nella loro custodia e disponibilità, in un contesto che gli inquirenti ritengono funzionale agli interessi del gruppo criminale. La tesi dell'accusa si fonda anche sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Walter Loielo e su conversazioni intercettate nel corso delle indagini.


