L’intimidazione contro la prima carica dell’Assemblea ha generato una enorme ondata di sdegno, con decine di attestati di solidarietà. Ma lui si dice sereno: «Non gestisco potere. Fatto privato? Nessun astio o alterco»
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«Sono sereno, perché non so nemmeno per chi o per cosa mi dovrei preoccupare». Per uno verso cui hanno sparato cinque colpi di pistola, dire di essere “sereno” sembrerebbe un paradosso. Ma lo dice davvero: non c’è traccia di retorica nelle parole di Antonio Iannello, mite e stimato presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia, che quando la tensione si alza durante le sedute dell’Assemblea riporta l’ordine facendo leva proprio sulla sua capacità di smussare gli angoli. E funziona. Perché è sincero l’afflato dei consiglieri comunali nei suoi confronti, siano essi di maggioranza o di opposizione.
Da quando è iniziata questa consiliatura, il 19 luglio 2024, e lui è stato eletto presidente del Consiglio comunale, non si ricorda una polemica che abbia investito l’Ufficio di presidenza, mentre in altri Comuni i presidenti, quando sono espressi dalla maggioranza come lui, spesso non ci pensano due volte a fare il gioco sporco della giunta. Eppure Iannello non è uno di primo pelo. Ingegnere in pensione, è un amministratore di lungo corso, già assessore ai Lavori pubblici per cinque anni nella giunta Sammarco. Ed è del Pd, ma nello svolgimento della sua funzione super partes quasi ci si dimentica che sia esponente di un partito di maggioranza.
La sua cifra è stata rappresentata plasticamente dalla pioggia di solidarietà caduta copiosa nelle redazioni da quando si è avuta notizia dell’intimidazione subita. Dal presidente della Regione Roberto Occhiuto all’ultimo dei politici di periferia, tutti a premettere «Iannello è una persona perbene». Che poi non è che uno magari meno benvoluto meriti solo per questo cinque colpi di pistola mentre rincasa. Perché, alla fine, è di questo che stiamo parlando: un’intimidazione di chiaro stampo mafioso.
I fatti li racconta lui. «Il 21 dicembre scorso stavo rincasando a bordo della mia auto – dice a Il Vibonese –. Mi apprestavo a imboccare la discesa della rampa del mio garage quando ho sentito alcuni botti. Lì per lì non ci ho fatto caso, ma una volta parcheggiato ho comunque controllato in giro e non ho visto nulla, nessun segno. Non ci ho pensato più e mi sono preparato alla giornata campale che mi aspettava».
Il giorno dopo, infatti, era in calendario un Consiglio comunale particolarmente impegnativo, quello sull’approvazione del bilancio di previsione. Il 22 dicembre Iannello ha ripreso l’auto e da Triparni, dove risiede, si è recato in Comune. La seduta è durata dodici ore, una vera maratona, «durante la quale le pratiche all’ordine del giorno sono passate tutte», precisa quasi riflettendo tra sé e sé. Al termine è andato a cena con alcuni consiglieri e infine è rientrato a casa. Dove nel frattempo sua moglie aveva scoperto che quelli del giorno prima non erano “botti”.
«Mi ha indicato quattro fori sulla parete esterna di casa e poi abbiamo notato un quinto foro tra il paraurti e il bagagliaio della mia auto». Infine hanno trovato bossoli e pallottole. E hanno finalmente realizzato. Un’intimidazione armi in pugno. Alla massima carica del Consiglio comunale di Vibo Valentia, la seconda del Comune dopo il sindaco. Una cosa seria.
«Se dicessi di non essere preoccupato direi una cosa non vera – ammette Iannello – ma allo stesso tempo sono sereno, perché non ho nulla da rimproverarmi. Ho sempre agito nel rispetto delle regole democratiche e affinché queste siano tutelate. Certo, inevitabilmente viene da pensare al mio impegno politico, ma io non ho poteri gestionali, non ho funzioni amministrative: il mio è un ruolo istituzionale di garanzia. Allora ho pensato a un fatto privato, a una motivazione che non riguardasse la mia carica di presidente del Consiglio comunale. Ma anche in questo caso non trovo nessun appiglio. Nessuna lite, nessun alterco. Me l’hanno chiesto anche in Questura, dove sono andato subito a denunciare tutto, ma niente, non mi viene in mente nulla che possa aver scatenato questa reazione».
La stessa lettura la dà la sua famiglia: «La sera in cui abbiamo scoperto i fori di proiettile mi dicevano: “C’è qualcosa che non ci hai detto?”. Ma lo facevano già sapendo che non c’era nulla che potessi riferire». Così Iannello e i suoi familiari hanno aspettato. D’accordo con gli inquirenti, sono stati zitti e hanno atteso che qualcuno rivendicasse l’intimidazione, che rendesse esplicito il messaggio. «L’ho detto solo al sindaco Romeo – racconta –, a nessun altro». Attesa vana: a sedici giorni di distanza nessuno si è fatto vivo. «Non è arrivato nessun segnale, nessuna telefonata, nemmeno uno squillo. Niente di niente».
Ora si indaga anche per verificare l’ipotesi di tentato omicidio, visto che una delle cinque pallottole si è infilata nell’auto. Ma Iannello ha comunque una sua teoria: «Hanno sparato basso, questo è vero. Ma io procedevo a passo d’uomo, perché stavo entrando nel garage, quindi, se avessero voluto, non potevano mancarmi da quella distanza. Secondo me hanno aspettato che passassi e poi hanno cominciato a sparare, forse troppo presto. Quattro proiettili calibro 7.65 hanno colpito la parete esterna del seminterrato di casa mia e uno, forse l’ultimo, ha colpito la parte posteriore della macchina. Non credo che abbiano sparato per colpirmi».
D’altronde, questo è il suo leitmotiv: che motivo avrebbero avuto? «Credo di non esercitare alcuna responsabilità che possa giustificare un gesto di questa natura», rimarca ancora Iannello, spazzando via l’inquietudine con qualcosa che, a sentirlo parlare, assomiglia di più a semplice curiosità.




