La Dda impone una ricostruzione storico-giuridica che ruota intorno alla vicenda del villaggio “Seleno-Margheritissima”. Il passaggio delle cosche da stirpe di pastori a imprenditori. Nel mezzo, le guerre di mafia e l’assenza di pietà
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Un territorio diviso, dilaniato, dove tutto ciò che produce reddito cade sotto l’occhio rapace delle cosche di ‘ndrangheta. Ed è alla ‘ndrangheta che, per campare in pace, bisogna pagare i tributi. Sia che si tratti di assunzioni, di elargizioni in denaro, di concedere l’esclusiva per la cura del verde o per la pulizia della spiaggia, dagli anni ‘70 le cosche decidono per gli imprenditori, con buona pace per la sana concorrenza. Ma l’inchiesta Black Flower – coordinata dal pm Domenico Guarascio, oggi procuratore di Crotone, e il sostituto procuratore Pasquale Mandolfino – che oggi ha portato all’arresto di sette persone considerate legate alla cosca Arena di Isola capo Rizzuto, non si limita a raccontare di estorsioni, turbative d’asta e minacce ma impone una riflessione storica, ripresa anche dal gip Fabiana Giacchetti, che racconta come, da stirpe di pastori, i mafiosi abbiano deciso di investire nel turismo.
La Dda impone al racconto una ricostruzione storico-giudiziaria della presenza della famiglia mafiosa Arena nel settore turistico-ricettivo della costa jonica crotonese e, di conseguenza anche nel villaggio Seleno e nel condominio Margheritissima, dove la cosca si era imposta da anni, costringendo ad assumere i propri guardiani e decidendo sulla manutenzione del verde e sulla gestione della spiaggia. Ma procediamo con ordine.
Lo sviluppo turistico della fascia costiera ionica è iniziato negli anni ’70. In quel decennio sono sorte strutture ricettive di notevoli dimensioni: impianti balneari e di villaggi turistici, realizzati da facoltosi ed intraprendenti gruppi di industriali dell’Italia centrosettentrionale. Questo accadeva anche a Isola dove la famiglia Arena cominciò a dirigere i propri interessi verso il settore turistico anche perché d’estate cominciarono ad arrivare in una provincia tra le più povere d’Italia «centinaia di migliaia» di turisti, attratti dal mare ma anche dal notevole patrimonio culturale che in quegli anni si cominciò a valorizzare.
«Così a Isola di Capo Rizzuto – scrive la Dda – emergeva il gruppo criminale degli Arena, composto da due ceppi familiari, i “Chitarra” e i “Cicala”, legati tra loro da vincoli di sangue e affinità e alla cui guida è sempre stato Nicola Arena classe 1937, leader riconosciuto e condiviso della più antica “famiglia” criminale del luogo, deceduto per cause naturali il 10 giugno 2022».
Come per tutte le cosche di ‘ndrangheta anche l’affermazione degli Arena costò parecchie vite.
Mentre la faida tra gli Arena e i Nicoscia venne fermata «dalla superiore imposizione ‘ndranghetista di una pax mafiosa, accolta da più gruppi criminali contrapposti di Isola di Capo Rizzuto e di Cutro», la guerra tra Arena e Maesano fu stroncata dall’intervento dell’autorità giudiziaria dopo un copioso spargimento di sangue anche innocente.
Agli inizi degli anni ’80, infatti, mentre cominciava a costruirsi il complesso residenziale-turistico da oltre 300 appartamenti, denominato Seleno-Margheritissima, le faide erano in pieno fermento. E nella guerra tra Arena e Maesano, nel 1982, persero la vita anche due bambine di nove anni, due cuginette: Maria e Graziella Maesano, colpevoli solo del cognome che portavano e di trovarsi in compagnia di Gaetano Maesano, pastore di 57 anni, padre di Graziella e zio di Maria. Vennero tutti e tre trovati fulminati da colpi di lupara in un campo di sterpaglie alla periferia della frazione Le Castella di Isola Capo Rizzuto. Il pastore giaceva accanto al corpo della figlioletta mentre, metri più distante, venne ritrovato il cadavere di Maria Maesano, colpita alle spalle mentre correva via.
Le cosche in quegli anni erano ancora un ibrido, un po’ legate alla terra – pastori con la lupara – ma già proiettate verso il futuro. O, meglio, proiettate a depredare quanto il futuro aveva da offrire.


