E’ da rivedere l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere decisa il 6 maggio scorso dal Tribunale del Riesame di Catanzaro nei confronti di Davide Surace, 41 anni, di Spilinga, coinvolti nell’operazione antimafia denominata Call Me. E’ quanto deciso dalla prima sezione penale della Cassazione in accoglimento di un ricorso presentato dalla Procura distrettuale di Catanzaro. Davide Surace è indagato per le telefonate che avrebbe ricevuto dal suocero Antonio La Rosa attraverso un telefonino che il boss di Tropea usava illecitamente nel carcere di Avellino dove si trovava detenuto. Per Davide Surace la contestazione è aggravata dalle finalità mafiose. Davide Surace è il compagno di Cristina La Rosa (figlia del boss di Tropea, Tonino La Rosa, detenuto in regime di carcere duro), quest’ultima indagata nell’inchiesta Call Me per intestazione fittizia di beni, per le telefonate con il padre e per il concorso nell’estorsione ai danni dei titolari di una pizzeria di Tropea. Tutte le contestazioni sono aggravate dall’agevolazione mafiosa (clan La Rosa di Tropea).

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte sottolinea che nell’ordinanza impugnata dalla Procura distrettuale di Catanzaro si è dato atto che “dal 22 ottobre 2020 al 12 maggio 2021 è stato accertato che il detenuto La Rosa Antonio, vertice dell’omonima ‘ndrina di Tropea, all’interno della casa circondariale di Avellino ha illecitamente utilizzato più dispositivi cellulari e numerose sim, risultando 4.079 chiamate non autorizzate effettuate ai familiari”. Dal complesso delle conversazioni intercorse con i familiari è emerso che le stesse hanno riguardato le sorti “del sodalizio criminoso durante l’assenza del La Rosa in quanto detenuto, i nuovi equilibri e le nuove dinamiche, nonché problematiche di varia natura rimesse alla sua attenzione perché fossero risolte, con indicazioni rese alla moglie e al genero per la gestione degli affari e dei rapporti con i terzi, oltre a questioni inerenti alla riscossione del denaro, al sostentamento suo e della famiglia ed anche in ordine ai pagamenti dovuti ai difensori”.

Surace incaricato dal boss La Rosa

La Cassazione sottolinea inoltre che nell’ordinanza si fa specifico riferimento ad una conversazione dalla quale risulta che il “detenuto Antonio La Rosa esorta Davide Surace a non esporsi, a curare la sua famiglia e soprattutto gli rappresenta che è la persona alla quale lui potrà rivolgersi durante la detenzione”. Quindi si fa riferimento anche ad una conversazione dalla quale emerge che “Tomasina Certo, moglie del La Rosa, e Davide Surace conversano con il detenuto riferendogli quanto si erano detti con il difensore, commentando l’arresto in flagranza del fratello; nonché in un contatto del 23 ottobre 2020 si rileva una conversazione circa la disponibilità di un appartamento nel quale in caso di scarcerazione avrebbe potuto abitare”. Sempre nella conversazione del 23 ottobre 2020 Davide Surace esorta Antonio La Rosa a sentirsi successivamente, venendo espressamente detto dal detenuto “che ha un altro telefono che non è il suo”. In data 8 dicembre 2020 “Davide Surace comunica invece ad Antonio La Rosa che poi si sarebbero risentiti. Risulta pertanto una continuativa attività di indebito utilizzo dell’apparecchio telefonico - sottolinea la Cassazione - da parte del detenuto che se ne serve per colloquiare con Davide Surace e altri soggetti”.

Le conclusioni del Riesame da rivedere

Sulla scorta di tali risultanze, i giudici del Riesame di Catanzaro hanno escluso la possibilità di configurare, in un caso come quello in esame, il concorso di persone nel reato di indebito utilizzo accesso di dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Hanno evidenziato che il reato sarebbe stato commesso dal solo Antonio La Rosa e non anche da Davide Surace sulla scorta del fatto che quest’ultimo non aveva fornito o introdotto nel carcere il telefono, né aveva provveduto a ricaricare la scheda telefonica, avendo assunto un “contegno passivo di mero ricettore delle telefonate”. Un ragionamento logico-giuridico, quello del Tribunale del Riesame di Catanzaro, che per la Cassazione non regge poiché “appaiono fortemente contraddittorie e manifestamente illogiche lì dove, da un lato, hanno rappresentato le numerose conversazioni intercorse tra il detenuto e il Surace protrattesi in un rilevante arco temporale e dall’altro, hanno escluso che nella fattispecie si sia realizzata una ipotesi di concorso del Surace nel reato proprio commesso dal detenuto, quantomeno sotto il profilo morale”.
Le conversazioni alla base dell’inchiesta per la Suprema Corte sono invece “capaci di incidere – e non con mere condotte omissive - sul proposito criminoso del La Rosa all’utilizzo indebito del telefono cellulare e idonee a fungere da esortazione alla prosecuzione nel tempo dell’utilizzo illecito”. Il Tribunale del Riesame di Catanzaro nell’annullare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Davide Surace non ha indicato “con la necessaria linearità e logicità, i motivi per i quali ha omesso di apprezzare se la condotta del Surace possa integrare gli estremi di una agevolazione concorsuale”, né hanno spiegato perché lo stesso Surace interloquendo “continuativamente con il detenuto Antonio La Rosa, ristretto in carcere, ed esortandolo ad ulteriori indebite conversazioni telefoniche, non abbia con tali condotte rafforzato e agevolato il proposito criminoso del boss di Tropea istigandone la prosecuzione”.

Surace detenuto per Olimpo

Da qui la decisione della Cassazione di accogliere il ricorso della Procura di Catanzaro e annullare la decisione del Riesame che aveva disposto la scarcerazione di Surace per l’inchiesta Call Me. Davide Surace resta attualmente detenuto per l’operazione antimafia denominata Olimpo per la quale il 20 marzo scorso ha rimediato la condanna a 13 anni di reclusione (a fronte di una richiesta di pena a 18 anni) nel processo di primo grado (rito abbreviato), venendo ritenuto responsabile dei reati di associazione mafiosa ed estorsione pluriaggravata.
Da ricordare che il 30 aprile dello scorso anno il Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza per l’operazione Call Me – rimettendole in libertà – anche nei confronti di Tomasina Certo, 62 anni, di Tropea (moglie del boss Antonio La Rosa) e per Giusy Costa, 49 anni, di Tropea (compagna di Francesco La Rosa, anche lui detenuto al 41 bis).