Aziende prese a colpi di Kalashnikov e statue di monumenti poste sulla pubblica via danneggiate con ordigni esplosivi. I clan delle Preserre vibonesi non avrebbero risparmiato niente e nessuno e nuovi particolari sulla recrudescenza criminale vissuta nel triangolo Gerocarne-Soriano-Sorianello emergono dall’operazione antimafia denominata Jarakarni. La Squadra Mobile di Vibo e i carabinieri del comando provinciale con la successiva operazione “Conflitto”, coordinati dalla Dda di Catanzaro, ritengono infatti di aver fatto luce anche sui 30 colpi di Kalashnikov esplosi nella notte del 2 agosto 2018 all’indirizzo dell’azienda F. Pagano srl operante nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari e dolciari. Il reato è quello di danneggiamento aggravato dalle modalità e dalle finalità mafiose e tale contestazione viene mossa, in concorso morale e materiale tra loro, a Michele Idà, 29 anni, Nazzareno Emanuele, 28 anni, Ferdinando Bartone, 27 anni, tutti di Gerocarne.
Per gli inquirenti, la figura di Michele Idà (cl ’97), in costanza del nuovo periodo di detenzione del padre Franco Idà (ritenuto elemento di spicco dell’omonimo clan in quanto cognato del boss Bruno Emanuele condannato all’ergastolo) avrebbe ricevuto “definitiva consacrazione nel contesto ‘ndranghetistico delle Preserre vibonesi, anche in virtù della reiterata ostentazione della propria levatura criminale in occasione della gestione degli affari illeciti della cosca e della risoluzione delle questioni di cui veniva investito. Giova richiamare, al riguardo, quanto accaduto nei primi giorni del mese di agosto 2018 – sottolinea la Dda – quando a pochissimi giorni dall'arresto di Franco Idà, al precipuo scopo di affermare il predominio territoriale della propria struttura di ‘ndrangheta, dopo essersi reso personalmente responsabile del furto di un'autovettura a Pizzoni, in concorso con Nazzareno Emanuele e Ferdinando Bartone” si sarebbe reso protagonista dell’esplosione di trenta colpi di Kalashnikov contro “lo stabile ove ha sede la società operante nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari e dolciari denominata F. Pagano Srl, sita alla Via I Maggio della zona industriale del comune di Soriano Calabro, il cui amministratore unico – evidenzia la Dda di Catanzaro – si individua nell’imprenditore Bonaventura Pagano, genitore del più noto Filippo Pagano, scarcerato solo pochi giorni prima e precisamente in data 26 luglio 2018 a seguito di un periodo di detenzione, connesso alla nota vicenda dell'ordigno sequestratogli in concorso con Rinaldo Loielo il 23.02.2013”. Il riferimento è alla condanna definitiva rimediata da Filippo Pagano e dal cognato Rinaldo Loielo (quest’ultimo ritenuto alla guida dell’omonimo clan dopo gli omicidi del padre Giuseppe e dello zio Vincenzo Loielo ad opera del boss Bruno Emanuele e di Vincenzo Bartone, entrambi condannati all’ergastolo in via definitiva) per la bomba trovata mentre viaggiavano in auto e che sarebbe stata ceduta loro dal boss di Nicotera Marina, Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni.
Sono state le immagini degli impianti di videosorveglianza della zona a permettere agli inquirenti (dettagliatamente visionate e studiate) di identificare Michele Idà, Nazzareno Emanuele e Ferdinando Bartone (figlio di Vincenzo Bartone), come i presunti autori della sparatoria contro l’azienda dei Pagano, giungendo sul posto con la Fiat Punto di colore bianco rubata a Pizzoni poi ritrovata al centro della carreggiata, e completamente distrutta dalle fiamme, nei pressi di “Ponte di Gatto” nella strada provinciale che collega la frazione Sant’Angelo di Gerocarne a Soriano. L’imprenditore Bruno Pagano, in sede di formalizzazione dell'atto di denuncia per danneggiamento, “non forniva però alcuna indicazione utile ai fini del prosieguo dell'attività di indagine – sottolinea la Dda nell’operazione Jerakarni – in quanto affermava: di non aver mai ricevuto alcun genere di minaccia o comunque di richiesta estorsiva da parte di chicchessia; di non aver mai avuto problemi di qualsiasi natura con nessuno e che, per tale motivazione, non era in grado di esternare dubbi o sospetti su alcuno”.

Il movente dell’attentato secondo la Dda

Per la Dda, l’elemento “dirimente per lumeggiare le dinamiche che fanno da sfondo al grave evento delittuoso è sicuramente da individuare nell'avvenuta scarcerazione di Filippo Pagano”. Una scarcerazione che “ha certamente procurato una situazione di particolare allarme tra gli appartenenti al sodalizio criminoso degli Emanuele ed in particolar modo per Franco Idà, inteso Linuccio, ed il suo braccio-destro Domenico Zannino”. Gli inquirenti non escludono quindi che il gruppo Emanuele-Idà-Zannino “temendo per la loro personale incolumità ed al fine scongiurare eventuali azioni di rappresaglia nei loro confronti da parte del sodalizio criminoso opposto, abbiano organizzato tale evento”, ovvero la sparatoria a colpi di Kalashnikov contro l’azienda di dolciumi dei Pagano con “il preciso scopo di intimidire Filippo Pagano e contestualmente avvertirlo della necessità che egli, una volta rimesso in libertà, non facesse più ritorno nel suo territorio di origine, atteso il loro consolidato ed ormai affermato predominio su quello che era il territorio conteso”.
Filippo Pagano si trova attualmente di nuovo detenuto in carcere in quanto arrestato nell’ambito della recente operazione antimafia denominata “Conflitto”. Unitamente al cognato Rinaldo Loielo deve rispondere di concorso nell’omicidio di Antonino Zupo avvenuto nel 2012 a Gerocarne, tre tentati omicidi (dello stesso Zupo), associazione mafiosa, detenzione e trasporto illegale di armi, reati tutti aggravati dalle finalità mafiose.

La bomba contro un monumento

Resta ancora da individuare, invece, il monumento pubblico danneggiato con una bomba. Ciò a causa “dei pochi elementi forniti dai parlatori” nelle intercettazioni, sottolinea la Dda di Catanzaro che contesta in ogni caso il reato di danneggiamento, con l’aggravante mafiosa, a Domenico Nardo, 25 anni, di Sorianello, e a Nazzareno Salvatore Emanuele di Gerocarne (minorenne al momento del fatto). L’esplosione – secondo il capo di imputazione – sarebbe avvenuta tra Soriano Calabro e Gerocarne in data 2 novembre 2022. I due indagati mediante l’esplosione di un ordigno di fattura artigianale ad elevata potenzialità lesiva, sono accusati di aver danneggiato la statua di un monumento posto sulla pubblica via. Alla base della ricostruzione accusatoria, un’intercettazione in cui Nazzareno Salvatore Emanuele “confessava a suo cugino Michele Idà di aver fatto esplodere una bomba ad alto potenziale che aveva distrutto una statua”. Così nelle intercettazioni: “Ho buttato una bomba ed ho scollato tutto il marmo di una statua, gli ho sfondato tutto il marmo…, ma una cazzo di bomba…”. Nel prosieguo della conversazione, Nazzareno Salvatore Emanuele avrebbe esaltato le potenzialità dell'ordigno, ritenendolo talmente pericoloso da far perdere la vita ad una persona. Dal prosieguo del narrato di Nazzareno Salvatore Emanuele, per gli inquirenti “emergeva che costui, in compagnia di Domenico Nardo, aveva fatto delle prove per testare gli ordigni che, per la loro potenzialità, erano riusciti a distruggere una statua, episodio per il quale Nazzareno Salvatore Emanuele temeva una divulgazione anche sugli organi di stampa. A causa dei pochi elementi forniti dai parlatori – conclude la Dda – non si riusciva ad individuare con esattezza il monumento danneggiato dall'esplosione della bomba”.