L’iniziativa

Penalisti calabresi in sciopero il 14 e 15 luglio: «Abuso delle misure cautelari». La reazione al Csm

I professionisti denunciano l’alterazione degli equilibri costituzionali. Ma i togati di Area democratica per la Giustizia chiedono al Consiglio superiore della magistratura di aprire una pratica a tutela dei giudici

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di Pasquale Motta
6 luglio 2022
17:07
Valerio Murgano, del coordinamento delle Camere penali
Valerio Murgano, del coordinamento delle Camere penali

Il 13 e il 14 luglio le Camere penali della Calabria hanno proclamato uno stato d’agitazione. La piattaforma dello sciopero delle toghe è consistente e pone un problema pesante: la tutela dei diritti delle persone.

Secondo l’avvocatura, nella nostra regione, la prassi giudiziaria sta mettendo a rischio le tutele costituzionali e la stessa natura del processo penale. Le camere penali nel documento che proclama lo sciopero hanno sostenuto che in Calabria ormai siano stati “alterati gli equilibri costituzionali che regolano il cruciale rapporto tra potere coercitivo e diritti fondamentali della persona e la separazione dei poteri”. “Stiamo assistendo a una mutagenesi del diritto penale (il “più terribile dei poteri pubblici”), -recita il documento del coordinamento delle camere penali della regione Calabria- trasformato da argine alla pretesa punitiva dello Stato leviatano a strumento di “lotta sociale”, con conseguente arretramento della storia della civiltà giuridica nel nostro territorio. Il documento denuncia anche lo squilibrio tra magistratura requirente e giudicante, ad un numero elevato di PM, secondo i penalisti calabresi corrisponde un numero basso di giudicanti, nelle “Sezioni giudiziarie in cui si decide la libertà personale ed economica dei cittadini”.


Durissimi i penalisti sull’uso eccessivo delle misure cautelari: “Il sistema della pesca a strascico, prodotto nei fatti dalla riesumazione dagli archivi del modello inquisitorio, ci costringe ad assistere oramai disarmati - in danno dei cittadini - all’abuso nell’applicazione e nel mantenimento delle misure cautelari, con ribaltamento ideologico e di sistema della presunzione di innocenza; un abuso costante, reso ancora più insopportabile dal circuito mediatico-giudiziario che si attiva nella fase, spesso spettacolare (con buona pace dei moniti europei), di esecuzione delle misure coercitive, producendo danni irreversibili sul piano umano, familiare, economico e sociale per i cittadini che le subiscono, oltre che costi insopportabili per lo Stato”. Parole durissime quelle usate nel documento  con cui le camere penali calabresi dichiarano lo stato d’agitazione: “L’avviso di garanzia, l’arresto, la conferenza stampa paludata, le foto dei protagonisti, i talkshow sul diritto, la pubblicizzazione di conversazioni private, le lacrime delle vittime, la lettura della sentenza segnano nel loro inesorabile succedersi quotidiano la vittoria della concretezza sull’astrazione, dell’emozione sulla ragione, della stigmatizzazione sul rispetto; questa giustizia penale che considera sospetto l’avvisato, colpevole l’imputato, spregevole il condannato, travolge i valori propri della nostra Repubblica”.

L’avvocatura sostanzialmente attraverso un articolato documento ritiene che da parte dell’autorità giudiziaria sia stato assunto un atteggiamento ostile, al punto da ostacolare il diritto alla difesa. L’avvocatura sostiene che invano ha tentato di stimolare un confronto con gli altri attori della giurisdizione ma che quasi sempre sono caduti nel vuoto. Per tali motivi, il coordinamento delle camere penali della regione Calabria ha ritenuto in aderenza ai deliberati delle singole Camere Penali che lo compongono, di proclamare l’astensione dei penalisti dalle udienze e la programmazione di manifestazioni e iniziative politiche in tutto il territorio giudiziario della Calabria, per i giorni del 14 e 15 luglio 2022.

La reazione dei giudici

Il documento che di seguito pubblichiamo ha prodotto una reazione della magistratura. L’iniziativa parte dalla corrente di Area della magistratura. La nota a firma dei togati di Area democratica per la Giustizia Giuseppe Cascini, Elisabetta Chinaglia, Alessandra Dal Moro, Mario Suriano e Ciccio Zaccaro è poco comprensibile, ma sostanzialmente chiede al CSM di aprire una pratica a tutela dei magistrati dei distretti di Catanzaro e Reggio Calabria. Secondo questo documento la piattaforma dello sciopero dei penalisti metterebbe sotto attacco i giudici di questi due distretti. Secondo i togati di Area democratica per la giustizia il documento dei penalisti calabresi sarebbe “una denigrazione generica e generalizzata dell’intera attività giurisdizionale penale svolta da tutti i magistrati operanti nei distretti calabresi, con il risultato di determinare presso la pubblica opinione una delegittimazione diffusa ed indiscriminata della funzione giudiziaria, tra l’altro in distretti già interessati da pervasive forme di criminalità organizzata e da disagi socio economici”. Insomma per farla breve, i magistrati, considerano lo sciopero dei penalisti quasi un complotto ai loro danni. Una iniziativa che definire inusuale è quasi un eufemismo. La pratica a tutela dei Magistrati dovrebbe essere qualcosa di molto più serio e consistente che una generica accusa di delegittimazione da parte dell’avvocatura. Di seguito il documento integrale del coordinamento regionale delle camere penali della Regione Calabria:

Il documento integrale che annuncia la mobilitazione

Il Coordinamento delle Camere Penali Calabresi, costituito dalle Camere territoriali di Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia, Palmi, Rossano, Castrovillari, Lamezia Terme, Locri e Paola preso atto -che l’andamento della giurisdizione nei Distretti giudiziari della Calabria segna un inarrestabile trend recessivo, con costante erosione dei principi fondamentali dello Stato di diritto e del garantismo penale;

-che i valori sottesi al giusto processo di matrice costituzionale, nella nostra regione, più che altrove, sono sottoposti a una sterilizzazione progressiva più volte denunciata (inutilmente) dall’Avvocatura penalista;

-che le Camere penali sono ben consapevoli della irrinunciabile necessità che lo Stato difenda se stesso e i propri cittadini dalla soffocante pervasività mafiosa, dalla diffusa propensione corruttiva nella politica e nella Pubblica Amministrazione, dalla criminalità comune; nondimeno, tali primari scopi di politica criminale debbono essere perseguiti, in uno Stato di diritto, senza alterare né gli equilibri costituzionali che regolano il cruciale rapporto tra potere coercitivo e diritti fondamentali della persona, né la separazione dei poteri; 

-che, nella prassi applicativa, in nome di un contrasto doveroso e legittimo alle diverse forme di criminalità, stiamo assistendo a una mutagenesi del diritto penale (il “più terribile dei poteri pubblici”), trasformato da argine alla pretesa punitiva dello Stato leviatano a strumento di “lotta sociale”, con conseguente arretramento della storia della civiltà giuridica nel nostro territorio;

-che, dunque, “SE” il contrasto alla criminalità è obiettivo condiviso e condivisibile, non più differibile è una chiara e netta presa di posizione dell’Avvocatura che riguardi il “COME” e con quali “EFFETTI” concreti sulla vita dei cittadini ciò stia avvenendo nella nostra regione;

-che lo squilibrio interno alla giurisdizione è esteriorizzato (anche) dal rapporto quantitativo – non più tollerabile – tra il numero (elevato) di requirenti e il numero (esiguo) di giudicanti nelle Sezioni giudiziarie in cui si decide la libertà personale ed economica dei cittadini;

-che il sistema della “pesca a strascico”, prodotto nei fatti dalla riesumazione dagli archivi del modello inquisitorio, ci costringe ad assistere oramai disarmati - in danno dei cittadini - all’abuso nell’applicazione e nel mantenimento delle misure cautelari, con ribaltamento ideologico e di sistema della presunzione di innocenza; un abuso costante, reso ancora più insopportabile dal circuito mediatico-giudiziario che si attiva nella fase, spesso spettacolare (con buona pace dei moniti europei), di esecuzione delle misure coercitive, producendo danni irreversibili sul piano umano, familiare, economico e sociale per i cittadini che le subiscono, oltre che costi insopportabili per lo Stato; l’avviso di garanzia, l’arresto, la conferenza stampa paludata, le foto dei protagonisti, i talkshow sul diritto, la pubblicizzazione di conversazioni private, le lacrime delle vittime, la lettura della sentenza segnano nel loro inesorabile succedersi quotidiano la vittoria della concretezza sull’astrazione, dell’emozione sulla ragione, della stigmatizzazione sul rispetto; questa giustizia penale che considera sospetto l’avvisato, colpevole l’imputato, spregevole il condannato, travolge i valori propri della nostra Repubblica; -che la dimensione del fenomeno, in Calabria, è attestata dal primato costante del numero degli errori giudiziari, rispetto ai quali i Distretti di Reggio Calabria e Catanzaro si posizionano, costantemente, in cima alle classifiche; se, da un lato, gli epiloghi giudiziari dimostrano che il sistema, fatto di garanzie, alla fine di un lungo calvario permette agli innocenti di essere assolti, dall’altro lato, attestano anche che tante, troppe volte che il massimo rigore della leva cautelare è affidato più a criteri intuitivi che a solidi modelli epistemici;

-che emblematica dell’humus culturale in atto è la recente vicenda degli “appelli cautelari”, emersa solo nello scorso mese di febbraio, nella quale l’Avvocatura ha appreso, accidentalmente, della illegittima corsia preferenziale riservata (con circolare interna!) alle impugnazioni del requirente; una prassi “esclusiva” pensata e voluta dall’allora Presidente facente funzioni del Tribunale del Riesame di Catanzaro che, in violazione del principio di legalità processuale, per otto mesi ha sovvertito i criteri normativi fissati dal codice di rito, in una materia, quella cautelare, invece presidiata dal principio costituzionale del minor sacrificio possibile per la libertà personale; sebbene l’intervento immediato delle Camere penali e dell’attuale Presidente del T.d.L. abbiano ristabilito la regola (almeno) della parità delle parti, rimangono indelebili “le stimmate” dell’idea del “Giudice di scopo” che è alla base dello squilibrio generato tra accusa e difesa.

-che, ancora, nella prassi si affacciano nuove tendenze in materia de libertate, tese a obliterare le richieste di alleggerimento del carico cautelare deducendo la parzialità dell’istruttoria effettuata, così sovrapponendo il piano della cognizione (e le regole proprie di tale accertamento) con quello della cautela, notoriamente presidiato dal principio rebus sic stantibus, rispetto al quale la res iudicata si atteggia in modo particolare, per la necessità di adeguare costantemente lo status libertatis alle modifiche sostanziali o processuali che intervengono nel corso del giudizio;

-che nei maxi-processi (e, in alcuni circondari, anche nei giudizi monocratici) si assiste impotenti al fenomeno delle udienze fiume, senza vincoli di orario, in cui molto spesso viene modificato “a sorpresa” l’ordine prestabilito dei testi a carico da escutere, con conseguente mortificazione dell’attività del difensore, impossibilitato in tal modo ad offrire ai propri assistiti una risposta qualitativa idonea a tutelarne i diritti;

-che ulteriore, grave, segnale dell’arretramento culturale in atto è attestato dalla sempre maggiore propensione che si registra nell’inquadrare le legittime e spesso doverose scelte difensive (quali il diritto al silenzio, espressione del nemo tenetur se detegere; il mancato consenso all’acquisizione di atti di indagine – fisiologicamente non garantiti – perché formati unilateralmente dall’accusa, ecc..) nella categoria delle condotte processualmente scorrette, tanto da porle a base giustificativa della maggiore severità del giudizio e del conseguente trattamento sanzionatorio;

-che la deriva autoritaria in atto non ha risparmiato neppure il sistema dell’esecuzione penale, che la Costituzione ha rigidamente saldato al “senso di umanità” nel trattamento sanzionatorio. Emblematica, al riguardo, è la vicenda di un condannato in regime di media sicurezza nel carcere di Cosenza, con fine pena fissato ad ottobre 2022 e regolare percorso intramurario (tanto da aver già goduto di permessi premio), al quale è stato negato il diritto di far visita alla propria madre, oramai in fase terminale a causa di una neoplasia maligna al fegato. La domanda, legittima e doverosa, di un figlio disperato e bisognoso di rivolgere un ultimo saluto alla propria congiunta, non è stata neppure evasa. Di più. Intervenuto il decesso, l’unica risposta che si è stati capaci di concepire, è la visione della defunta madre, oramai dentro la bara, in videochiamata! Ci si chiede se un uomo, qualunque uomo, possa ricevere un simile trattamento e, ancora prima, quale finalità rieducativa possa conseguire lo Stato se questo è il modo di concepire la pena;

-che anche il sistema della prevenzione segna un trend sbilanciato sugli accenti autoritari e di polizia che caratterizzano le c.d. misure ante o praeter delictum, la cui esondazione ha travolto persino il terreno delle misure patrimoniali non ablative, con effetti devastanti sul circuito dell’economia legale; in tal modo, abbandonando la logica recuperatoria che ne ispira il “sottosistema”, spesso si decide la “morte aziendale” dell’imprenditoria sana vessata dalle organizzazioni criminali, la quale si vede così esposta, da un lato, alle intemperanze della criminalità e, dall’altro lato, alla incapacità dello Stato di tendere la mano per offrire concrete vie di uscita e programmi di bonifica dall’inquinamento mafioso, con conseguente eterogenesi dei fini;

-che, da ultimo, ma non per importanza, ulteriormente emblematica è l’intera “gestione” della vicenda legata all’Aula Bunker di Lamezia Terme, avente ad oggetto il presunto problema di sicurezza e di ordine pubblico che starebbe alla base dell’allontanamento fisico degli Avvocati dallo spazio dedicato ai parcheggi; la classe forense calabrese è stata prima “mortificata” e poi anche ignorata dall’UTG nel momento in cui ha chiesto un’interlocuzione sul tema. L’idea che SOLO l’Avvocato possa rappresentare un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva, tanto da essere fisicamente allontanato dal luogo di celebrazione del processo, rappresenta plasticamente come il ruolo del difensore sia oggi avvertito più come un “ostacolo” che non come la “sentinella” dei diritti e un attore indispensabile al corretto esercizio della giurisdizione. Ritenuto che - la filosofia di fondo che ispira il nuovo corso della giurisdizione in Calabria è rappresentativo di un forte regresso in atto: la trasformazione del processo da luogo della cognizione del fatto di reato e della responsabilità individuale a strumento mediante il quale lo Stato regola i propri conflitti sociali; - mentre l’avvocatura penalista tenta incessantemente di stimolare un confronto con gli altri attori della giurisdizione, vi è in atto l’ingravescenza dei citati fenomeni giudiziari, in danno dei cittadini; - i penalisti calabresi intendono lanciare con forza un grido di allarme, nella convinzione che i principi costitutivi del nostro patto sociale e con essi gli argini della legalità costituzionale debbano essere riedificati; -il raccordo essenziale tra le condizioni di esercizio della giurisdizione ed il libero dispiegarsi delle prerogative del difensore nel processo è, e sarà, programma di azione e di quotidiano impegno dei penalisti calabresi in continuità alle analisi prodotte dal dibattito svoltosi in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario dei penalisti italiani a Catanzaro; - l’avvocatura non può e non vuole abdicare al ruolo di promotore delle istanza di giustizia e di garante dei diritti di libertà che provengono dalla collettività; il diritto penale della costituzione prevede il rispetto della persona che entra nel processo, l’attenzione per il principio di ragionevolezza, la garanzia della prevedibilità delle conseguenze giuridiche del proprio operato, la disintossicazione dell’ordinamento dall’eccesso di sanzioni; - la irrinunciabilità di questi principi chiama l’avvocatura a stimolare il dibattito pubblico contribuendo al consolidamento dei valori costituzionali come regole di civiltà e a favorire il passaggio della giustizia penale del nemico alla giustizia penale del cittadino; contro il fanatismo punitivistico del nostro tempo bisogna ristabilire forme di alleanza tra diritto e sentire civile, tra cultura e legittimità, tra addestramento sociale ai valori e proclamazione dei diritti, nella consapevolezza che, all’infuori di un condiviso suo riconoscimento presso la comunità di laici, anche la più armonica e raffinata architettura normativo/costituzionale resta esposta al rischio dell’ineffettività; - le Camere Penali calabresi, hanno deliberato e proclamato lo stato di agitazione, al fine - poi risultato vano - di aprire un tavolo di confronto sui temi indicati.

Tutto ciò premesso

il Coordinamento delle Camere Penali Calabresi, in aderenza ai deliberati delle singole Camere Penali che lo compongono, comunica l’astensione dei penalisti dalle udienze e la programmazione di manifestazioni e iniziative politiche in tutto il territorio giudiziario della Calabria, per i giorni del 14 e 15 luglio 2022.

Per il Coordinamento
Avv. Valerio Murgano

Giornalista
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