Il caso della figlia di Lea Garofalo scuote le coscienze. Lo Stato sa offrire una scorta, un sussidio temporaneo e un nuovo documento d'identità. Ma non sa colmare il vuoto cosmico che si genera quando tagli con le tue radici
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Non c’è nessuna poesia nella cenere. E non ce n’è nemmeno nel corpo immobile di una donna di trentacinque anni morta lontano da casa, in una città che non era la sua, sotto un nome che le era stato cucito addosso per lasciarla viva. Denise Cosco si è tolta la vita alla stessa identica età in cui sua madre, Lea Garofalo, venne sciolta nell'acido dentro un fusto metallico tra i capannoni di San Giuliano Milanese.Trentacinque anni. Un numero che diventa una condanna, un perimetro di tempo oltre il quale la memoria smette di essere scudo e torna a farsi macina.
Chi pensa alla ribellione femminile contro la 'ndrangheta con la sintassi consolatoria della fiction televisiva non ha mai posato, probabilmente, lo sguardo sulla polvere delle strade di Petilia Policastro o di Rosarno. Non c’è nulla di epico, nei fatti. Ci sono la paura, il sudore freddo, la burocrazia dei moduli per il cambio di residenza, la solitudine delle stanze in affitto arredate con i mobili di truciolare dei grandi magazzini.
La 'ndrangheta non è soltanto una struttura di potere criminale che muove tonnellate di cocaina tra i moli di Gioia Tauro e i mercati finanziari del Nord Europa. È, prima di tutto, un dispositivo di controllo dei corpi. E i corpi su cui si fonda questo dispositivo sono, da sempre, quelli delle donne.
Nelle famiglie di 'ndrina la donna non è una figura marginale. È il pilastro invisibile. È colei che educa i figli al disprezzo dello Stato, colei che custodisce il rancore da tramandare alle generazioni successive, colei che garantisce che il sangue rimanga puro e la parola chiusa dietro i denti. La donna è la memoria storica del torto subito. Quando una di loro decide di dire no, la crepa non si apre nel bilancio di un clan, ma si apre nella sua architettura biologica. Una donna che parla disinnesca il mito della coesione. Dice a tutti che l’onore è una menzogna inventata per giustificare la catena del montaggio del carcere e del cimitero.
Lea Garofalo lo aveva capito prima di altre. Non cercava sconti di pena, perché non aveva reati da farsi perdonare. Cercava un’altra aria per la figlia. Voleva che Denise respirasse senza l'odore della polvere da sparo e del rancore antico dei Cosco. Per quel gesto elementare di pretendere un futuro normale per il proprio sangue, ha pagato con la tortura e la sparizione del corpo. Per anni l'ordine era stato quello di negare persino che fosse morta, di ridurla a fantasma, a una che “se ne era andata con un altro”, secondo il tipico repertorio della diffamazione di paese.
Poi è arrivata Denise. A diciotto anni. Entrata in un’aula di tribunale per guardare negli occhi il padre e dire la verità. Senza tremare. Una ragazza senza corazza che smantella la difesa dell'uomo che l'aveva generata e poi distrutta. In quel momento, la retorica civile ha tirato un sospiro di sollievo. Abbiamo applaudito. Abbiamo decretato che la giustizia aveva vinto, che il bene aveva sconfitto il male, che la ragazza era salva sotto l'ala protettrice dello Stato e della solidarietà collettiva.
Invece ci siamo sbagliati tutti. O forse abbiamo semplicemente finto di credere che bastasse una sentenza d'ergastolo per cancellare la macerazione quotidiana di chi resta.
Vivere sotto protezione non è una fiction. È una forma di carcere preventivo per chi non ha commesso alcun reato. È dover guardare ogni persona al supermercato con il dubbio che sappia chi sei. È non poter dire a un figlio chi era sua nonna, da dove viene la sua famiglia, perché non ci sono fotografie dei compleanni passati sul comò. È il peso di una frase detta nel 2013 davanti alle telecamere. «Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti», che col passare degli anni smette di essere un manifesto di riscatto e diventa un macigno sul petto. Ogni volta che lo specchio ti restituisce gli stessi zigomi, gli stessi occhi della donna che è stata massacrata perché ti voleva libera.
Negli ultimi anni, i magistrati hanno salutato con entusiasmo l'aumento delle donne che chiedono di uscire dal perimetro dei clan. Hanno chiamato questo processo con nomi rassicuranti, hanno attivato protocolli come Liberi di Scegliere per strappare i minori alla cultura della faida. Scelte giuste, sacrosante sul piano penale e sociale. Ma l'osservazione dei fatti ci impone una spietatezza che la politica si rifiuta di esercitare. Lo Stato sa offrire una scorta, un sussidio temporaneo e un nuovo documento d'identità. Ma sa offrire un senso. Non sa colmare il vuoto cosmico che si genera quando tagli con le tue radici, anche se quelle radici erano malate e intossicate dal veleno.
Maria Concetta Cacciola morì ingerendo acido muriatico nel 2011, ricacciata dentro il gorgo della famiglia che la voleva ritrattante. Tita Buccafusca scelse lo stesso liquido corrosivo a Nicotera. Denise Cosco si è tolta la vita in silenzio, quindici anni dopo la madre, quando i riflettori delle commemorazioni civili si erano spenti da un pezzo e resta soltanto la fatica di arrivare a sera.
Il bilancio non si chiude con i discorsi delle commemorazioni ufficiali. Se la ribellione delle donne è l'unica vera minaccia letale per la 'ndrangheta, la risposta che offriamo loro non può essere la sepoltura in vita nell'anonimato delle periferie. Continuiamo a chiedere a queste donne un eroismo immane, ma le lasciamo sole quando il costo psicologico di quell'eroismo presenta il conto. Denise non è stata uccisa da un commando di killer su una strada statale. È caduta per le tossine tardive di una bomba a scoppio ritardato che le era stata piazzata dentro quando era poco più di una bambina.
Ora resta la conta dei danni. Resta un bambino piccolo a cui qualcuno, un giorno, dovrà spiegare perché sua madre e sua nonna sono morte esattamente alla stessa età. E resta la sospensione di una domanda che non ha risposta. Quanti chili di sopravvivenza può sopportare la schiena di una donna prima che l'unica via d'uscita rimasta sia quella di chiudere gli occhi e smettere di ricordare?
*Documentarista


