Processo sulla trattativa Stato-mafia, anche i pentiti calabresi chiamati a far luce

Riparte il dibattimento in secondo grado. E anche la ‘ndrangheta della strategia stragista entra da protagonista nell’inchiesta. Di fronte alla Corte d’Assise d'appello di Palermo sfileranno numerosi collaboratori di giustizia, ecco quali

di Alessia Candito
3 marzo 2020
08:43
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Si riapre il dibattimento al processo di secondo grado sulla Trattativa Stato-mafia. Su richiesta dei sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, a sfilare di fronte alla Corte d'assise d'appello di Palermo saranno i pentiti calabresi Vittorio Foschini, Salvatore Pace, Nino Fiume ed Antonino Cuzzola, insieme al collaboratore di giustizia alcamese Armando Palmeri.
«Audizioni indispensabili» secondo la pubblica accusa, a conferma del lavoro che da tempo Palermo e Reggio Calabria stanno portando avanti in parallelo e che mese dopo mese dimostra come ‘ndrangheta e mafia siano parte della stessa storia. Anzi, che insieme l’hanno scritta, con pezzi di Stato, servizi, istituzioni a come diretti interlocutori, e settori di massoneria a fare da canale.


Una storia parallela ricostruita tra Reggio Calabria e Palermo

È quest’interlocuzione, magari non costante nei ritmi ma di certo continua nei tempi, che è stata ricostruita con il processo Trattativa scaturito dall'indagine della Dda di Palermo, che ha portato alla condanna degli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, dell’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina (12 anni per tutti), dell'ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno (8 anni) e del boss Leoluca Bagarella (28 anni). Una sentenza storica, oggi difesa dalla procura generale di Roberto Scarpinato in appello.

Ma i medesimi rapporti, ha intuito e provato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo,  si celano dietro l’omicidio dei brigadieri Nino Fava e Cecè Garofalo, come gli altri due attentati con cui, fra il ’93 e il ’94, la ‘ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla strategia stragista degli attentati continentali. Una fase – è emerso dall’inchiesta – di una più complessa strategia, che mirava a imporre nuovi e affidabili interlocutori politici in un quadro mutato dopo tangentopoli e il crollo del muro di Berlino, insieme a quegli sistemi paramilitari e di intelligence che alla sua ombra avevano proliferato.


L’omicidio Mormile e l’esordio della Falange Armata

Udienza dopo udienza, è questo il quadro che sta emergendo nel corso di un dibattimento che sta ricostruendo non solo le fasi in cui mafie, pezzi di servizi legati a Gladio, di massoneria piduista ed eversione nera hanno preteso con attentati, stragi e trattative di non perdere un grammo del potere nei decenni conquistato, ma anche gli anni immediatamente precedenti. Quando quel rapporto ombelicale fra pezzi di Stato e pezzi di mafie filava senza scossoni e qualcuno, come l’educatore carcerario Umberto Mormile, per questo ha pagato con la vita. E il suo omicidio è stato il primo ad essere rivendicato dalla “Falange Armata”, la stessa sigla con cui a Consolato Villani fu ordinato di rivendicare gli attentati contro i carabinieri. L’alfa e l’omega di una stagione di sangue passata da attentati e omicidi in tutto il Paese e tutti firmati Falange Armata. La stessa – hanno svelato le indagini palermitane – suggerita dal boss Totò Riina per rivendicare le stragi ed emersa con puntualità in occasione dell'omicidio Lima, delle stragi di Capaci e via d'Amelio e persino per commentare con soddisfazione la rimozione di Nicolò Amato dal vertice del Dap.


Gli anni del Consorzio

Un rosario di chiamate anonime e sangue, iniziato con l’omicidio Mormile. La sua colpa? Avere scoperto i rapporti dei potentissimi fratelli Papalia con i servizi, i loro frequenti incontri in carcere e i benefici che la ‘ndrangheta e non solo ne ha ricavato. E aver inceppato il meccanismo, bloccando i permessi, con l’intenzione di rivelare tutti i dettagli su quanto scoperto. Materiale sufficiente per una condanna a morte emessa direttamente da Antonio Papalia, insieme al fratello Mico all’epoca ai vertici del “Consorzio”, organismo di coordinamento delle grandi mafie, da tempo abituate a lavorare insieme.


Il do ut des con i servizi

Un ambiente che i pentiti Salvatore Pace e Nino Fiume conoscono bene. Per decenni ombra del capocrimine Peppe De Stefano, Fiume c’era durante le sue regolari trasferte milanesi, gradito ospite di Mico Papalia. I cui rapporti con i servizi Fiume afferma di averli «constatati personalmente. Una volta eravamo con lui e si è avvicinata una macchina ed ha detto “questi sono quelli che mi vengono a trovare in carcere”. E De Stefano ha specificato: i servizi». Gli stessi che avrebbero invitato Papalia ad incassare più o meno in silenzio la condanna per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, in cambio di un annullamento della condanna – dice Fiume e conferma Foschini – in gradi di giudizio lontani da occhi indiscreti. Ma da braccio destro di De Stefano, Fiume sa, ha assistito e può riferire anche dei grandi investimenti del Consorzio su Milano 2, come delle stragi e delle riunioni in cui sono state discusse.


Quelle riunioni per decidere le stragi

Le stesse di cui sa e sa dire il pentito di Alcamo, Vincenzo Palmeri, che ha raccontato in dettaglio gli incontri dell'estate 1992 con uomini dei servizi che «volevano mettere in atto una strategia di destabilizzazione dello Stato con bombe e attentati». Gli stessi discussi nelle riunioni a cui ha partecipato Vittorio Foschini braccio destro del “re della Comasina” Franco Coco Trovato, alle dirette dipendenze di Antonio Papalia. E per questo ovviamente a conoscenza di tutti retroscena dell’omicidio Mormile. Ascoltato al processo “’Ndrangheta stragista” ha raccontato che «prima lo abbiamo avvicinato. Gli abbiamo offerto trenta milioni, ma lui ha rifiutato. È morto perché non era un corrotto».


Mormile sacrificato sull’altare del rapporto con i servizi

Ma soprattutto a confermare le reali motivazioni dell’omicidio dell’educatore carcerario è stato l’esecutore materiale di quella condanna a morte, il killer di ‘ndrangheta Antonio Cuzzola. Reggino d’origine, cresciuto sotto l’ala protettrice di Giacomo Latella, negli anni Settanta si trasferisce a Milano dove diventa un elemento di vertice della ‘ndrangheta in città. Non uno stratega, ma uno dei più letali sicari, per questo in grado di conoscere gli affari più riservati. È a lui che è stato dato il compito di freddare Mormile. «Lo ha ordinato Domenico Papalia. A suo fratello ha detto “Non presentarti neanche a colloquio fin quando sul giornale non leggo dell’omicidio”. Mormile è stato ucciso solo ed esclusivamente perché si è confidato con un detenuto, cui aveva confidato che Papalia aveva rapporti con i servizi, faceva i colloqui dentro il carcere» ha detto in aula. E il boss calabrese non era il solo. E la cosa non succedeva solo a Milano.


La lunga lista degli interlocutori degli spioni

«Una volta qui al 41 bis al carcere di Reggio Saro Mammoliti ha detto gridando nel corridoio che tutti i capi avevano rapporti con i servizi, lui incluso. Ma anche i Mazzaferro, i Piromalli, Mico Libri, Barreca, Paolo De Stefano, suo cugino Giorgio, l’avvocato». Rapporti di cui Cuzzola ha anche avuto prova. «Nel caso di Libri era evidente. Andava a fare i colloqui non nella stanza degli avvocati, ma in quella dei magistrati». Anche Barreca – aggiunge Cuzzola – godeva delle medesime protezione. A lui i destefaniani avevano dato il compito di curare la latitanza del terrorista nero Franco Freda, che aveva ospitato per alcuni mesi nella sua casa di Pellaro. «Quando è andato via – racconta il pentito – Freda ha lasciato una lettera per Paolo De Stefano, Barreca l’ha aperta e ha scoperto dove stava. Quando lo hanno arrestato, ha rivelato l’indirizzo in cambio di alcuni benefici». Una trattativa – afferma – gestita dall’intelligence, probabilmente anche all’insaputa dei magistrati. «I servizi garantivano per lui. Sono andati da Paolo De Stefano e gli hanno detto che se Barreca fosse morto lui sarebbe stato condannato all’ergastolo. E De Stefano ha accettato».

 

Quel cellulare dietro le sbarre per Totò Riina

Favori in cella di cui avrebbe beneficiato anche Riina. Ne dovranno riferire l’ex capocentro del Sisde Maurizio Navarra e l’ex tenente Franco Battaglini, autore della nota riservata secondo cui il boss corleonese avrebbe avuto un cellulare nella sua disponibilità in cella, a Rebibbia, subito dopo il suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.


Acquisito il fascicolo sul “suicidio” Gioè

Ma c’è l’ombra, insistente dei servizi, anche nel misterioso “suicidio” in carcere boss mafioso Antonino Gioè. Quel fascicolo è stato acquisito agli atti del nuovo dibattimento, insieme alla strana lettera testamento che ha lasciato, suscitando attenzione e commenti anche da parte dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e del consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio. Una figura strana Gioè, che nella storia della Trattativa entra insieme a Paolo Bellini.


I misteri di Bellini

Estremista nero dopo frequentazioni rosse nell’Emilia in cui comunisti e fascisti neanche si salutavano al bar, ricettatore, trafficante d’arte, amico e confidente di Gioè su commissione, Bellini è uomo dalle tante vite e tante verità. Pentito, poi pentito di essersi pentito e poi pentito ancora, di recente ha ricominciato a parlare con i magistrati che lavorano per individuare i mandanti della strage di Bologna e lo hanno individuato come esecutore. E chissà se all’esito dell’attività istruttoria che la procura generale ha dichiarato di avere in corso non possa essere chiamato a testimoniare anche lui sugli aspetti mai approfonditi di quel rapporto con Gioè.


Il capitolo che manca alla storia della Repubblica

Indagini che si incrociano, approfondimenti che si completano l’un l’altro e che fra Palermo e Reggio Calabria, con procure come Firenze e Bologna a fare da sponda stanno scrivendo un capitolo ancora taciuto della storia della Repubblica.

Giornalista
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