Rinascita Scott, Luigi Mancuso: il video e la voce del “capo dei capi” della ’ndrangheta

VIDEO E AUDIO ESCLUSIVI | Il capomafia arrestato da Nicola Gratteri ripreso quand’era detenuto al 41bis. Intercettato dal Ros, sul Comune di Limbadi sciolto per mafia diceva: «Hanno fatto bene, il sindaco era comunista…». Le dichiarazioni di Paolo Iannò: «Dove passavano loro non cresceva più l’erba». Di Giacomo e le tre “stelle” del crimine. Arena e il disegno di una provincia unita

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di Pietro Comito
19 giugno 2020
15:32

La descrizione più suggestiva è forse quella che offre Paolo Iannò, ex boss del locale di Gallico e braccio destro di Pasquale Condello alias “il Supremo”, che in veste di collaboratore di giustizia viene interrogato dal pm antimafia Antonio De Bernardo e dai carabinieri del Ros, il 26 giugno 2018: «Si diceva - parole del pentito - che dove passavano loro non cresceva più l’erba». Parlava dei Mancuso.

Il ritorno del capomafia

Le operazioni di polizia - contro un clan che fino al 2009 e alla sentenza “Dinasty – Affari di famiglia” neppure era riconosciuto da un giudicato - avevano solo fiaccato il locale ’ndranghetista di Limbadi. E così, quando nel 2012 Luigi Mancuso fu rimesso in libertà dopo lustri di detenzione al 41 bis, riprese in mano ciò che aveva lasciato: il potere ed il comando, in una provincia, quella di Vibo Valentia, assurta al rango di Crimine. Parafrasando il procuratore Gratteri, più che di ‘ndrangheta di Serie A, qui siamo alla Champions.

I "tre punti della stella"

«Luigi Mancuso era considerato uno dei “tre punti della stella”, questi infatti erano Luigi Mancuso a Limbadi, Pino Piromalli a Gioia Tauro e Nino “Testuni” ossia Pesce a Rosarno». È un affresco che conferma - il 24 luglio del 2018, al pool di Nicola Gratteri, negli uffici della Direzione nazionale antimafia - Pippuzzo Di Giacomo, ex killer del clan catanese dei Laudani. Secondo Giancarlo Pittelli, invece, coindagato eccellente coinvolto nella maxinchiesta “Rinascita Scott”, che da avvocato lo ha difeso in Tribunale per anni, Mancuso non è per niente uno dei tanti: secondo lui è infatti il «boss più potente», perfino più di Peppino Piromalli; e che l’ex parlamentare berlusconiano alludesse allo storico Peppino o a “Facciazza” poco importa.

Se si vuol spiegare la portata storica dell’inchiesta “Rinascita - Scott”, prossima all’avvio della fase processuale, bisogna partire da colui che, se fossimo nella Sicilia degli anni ’90, sarebbe definito come il “capo dei capi”.  Ma questa è la Calabria e questa è la ‘ndrangheta del nuovo millennio.

Immagini dal 41bis

La nostra redazione mostra per la prima volta in video Luigi Mancuso. Sono immagini esclusive: detenuto al 41bis, un vetro lo separa da resto del mondo. Il filmato è registrato dalla Polizia penitenziaria, prima che il capomafia di Limbadi fosse rimesso in libertà: doveva restare trent’anni in cella, ne scontò diciannove, molti dei quali al carcere duro. Il colloquio è con le figlie (che sono estranee ad ipotesi di reato). Si mostra disteso, sereno, sembra tutt’altro che provato dal regime detentivo a cui è sottoposto. «Voletevi bene con tutti. Però… Fiducia con nessuno». I consigli di un papà come tanti, le parole di un boss, il cui schizzo – Piromalli e Pesce a parte – sembra analogo a quello che gli inquirenti di “Kyterion” e “Aemilia” hanno tracciato del potentissimo Nicolino Grande Aracri.

Liberato con ben undici anni d’anticipo, Mancuso – dicevamo – avrebbe ripreso subito il comando nel crocevia della ’ndrangheta, la provincia di Vibo Valentia, per poi essere arrestato dalle teste di cuoio del Gis, su un treno, nell’ambito dell’epocale operazione “Rinascita Scott”.

Il progetto di "pace"

“Buoni rapporti con tutti, fiducia a nessuno”, la sua filosofia. Perno del neonato Crimine di Vibo Valentia, Luigi - racconta il più fresco tra i pentiti vibonesi, Bartolomeo Arena - voleva rappacificare tutte le famiglie, tutti i clan in guerra tra loro, e affidare ad ognuno il controllo dei rispettivi territori. Un’impresa titanica, considerate lacerazioni ataviche, trame e tragedie, i bagni di sangue scatenatisi tra le cosche, molte delle quali recalcitranti allo strapotere di Limbadi. Impresa titanica, forse impossibile, ma Mancuso aveva l’influenza criminale per realizzarla.

Due ufficiali, un trojan, un cellulare

È stato monitorato per lunghissimo. E via via, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha messo sotto quella ristretta cerchia di faccendieri e collaboratori dalla quale si dipanava la tela a spirale del boss. Un lavoro d’intelligence finissimo, come dimostra un altro filmato significati, anch’esso finito agli atti di “Rinascita Scott”.  Viene registrato da due ufficiali del Ros, nel centro di Catanzaro. Sono su corso Mazzini, scorgono Giancarlo Pittelli assieme ad alcuni uomini, ne riconoscono uno, è Luigi Mancuso. Improvvisano: utilizzano uno smartphone per filmare. Si avvicinano a pochi metri, girano intorno al gruppo. Cristallizzano il momento. I convenevoli il boss, di spalle, che abbraccia confidenzialmente il penalista catanzarese. Saranno intercettati anche a pranzo, in un ristorante, grazie ad un trojan. Parlano di politica e del Comune di Limbadi sciolto per mafia: «Hanno fatto bene… Chi di spada ferisce di spada perisce…». Il sindaco? «Era un comunista!».

Una simbiosi – quella al centro dell’inchiesta guidata da Nicola Gratteri – cristallizzata in milioni di pagine che adesso attendono solo l’inizio del maxiprocesso alla ‘ndrangheta.

Giornalista
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