Nuove contestazioni e nuovi indagati per l’inchiesta antimafia denominata “Call Me” finalizzata a fare soprattutto luce sull’uso dei telefonini in carcere con comunicazioni verso l’esterno. La Guardia di finanza ha monitorato per mesi alcuni detenuti e le contestazioni dimostrano quanto a volte neanche il carcere si sia rivelato un luogo sicuro per spezzare legami e affari.
Il reato di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti ruota attraverso la ricostruzione di diversi episodi e finisce per mettere nei guai anche soggetti di Mileto, oltre alla famiglia La Rosa di Tropea. Tra questi c’è Antonio Prostamo, 37 anni, di San Giovanni di Mileto, che in altro procedimento penale è accusato di essere stato uno degli esecutori della scomparsa e dell’omicidio di Francesco Vangeli, il 25enne di Scaliti di Filandari, sparito di casa nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 2018. Per tale vicenda è in corso un nuovo processo d’appello a Catanzaro dopo un annullamento con rinvio nel giugno scorso, ad opera della Cassazione, della condanna a 29 anni di reclusione nei confronti di Antonio Prostamo (il fratello Giuseppe sta invece scontando una pena in via definitiva). Proprio dal giugno dello scorso anno, in seguito a tale annullamento con rinvio, Antonio Prostamo è ritornato in libertà lasciando il carcere di Terni dove si trovava recluso. Dall’avviso di conclusione indagini dell’operazione “Call Me” emerge ora che anche l’allora detenuto Antonio Prostamo aveva a disposizione un telefonino nel carcere di Terni. Imputato attualmente a piede libero pure nel maxiprocesso nato dall’operazione antimafia “Maestrale-Carthago”, Antonio Prostamo il 7 settembre 2023, trovandosi ristretto nel carcere di Terni - al fine di avere notizie sui soggetti coinvolti nell’operazione Maestrale - è accusato di aver utilizzato uno dei telefoni cellulari in possesso a Michele Bruzzese, 44 anni, di Tropea, cognato del boss Antonio (Tonino) e Francesco La Rosa. La contestazione mossa ad Antonio Prostamo viene quindi elevata anche nei confronti di Michele Bruzzese, detto “Briatore”, pure lui detenuto nel carcere di Terni, in quanto avrebbe consentito l’uso del telefonino ad Antonio Prostamo.

Il clan La Rosa e le telefonate

Numerosi sono i capi di imputazione contestati a Michele Bruzzese con la chiusura delle indagini dell’operazione “Call Me”, mentre il 20 marzo dello scorso anno è stato condannato in primo grado a 16 anni di reclusione al termine del troncone con rito abbreviato relativo all’operazione “Maestrale-Carthago-Olimpo”. E proprio durante la detenzione nel carcere di Vibo Valentia per l’operazione “Olimpo”, Michele Bruzzese in almeno 83 occasioni è accusato di aver utilizzato i telefoni cellulari, pervenutigli illegalmente all’interno dell’istituto penitenziario, per contattare Giuseppina Costa, 49 anni, di Zaccanopoli (che risponde in concorso con Bruzzese), e farsi così portavoce di messaggi dalla stessa inviati al fidanzato Francesco La Rosa, 55 anni, di Tropea, alias “U Bimbu”, detenuto nella medesima Casa circondariale. Da qui la contestazione – concorso in accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti – mossa pure nei confronti di Giuseppina Costa la quale avrebbe risposto alle assidue telefonate di Bruzzese “nella consapevolezza dell’illiceità della condotta altrui, anche determinando e rafforzando il proposito criminoso di Bruzzese”. Il reato per Bruzzese e la Costa – contestato per un arco temporale che va dal 4 maggio al 22 luglio 2023 – è aggravato dalle finalità mafiose (agevolazione delle attività criminali del clan La Rosa).

Bruzzese e le telefonate dal carcere

Michele Bruzzese è quindi accusato di aver utilizzato dal carcere di Vibo – dal 4 maggio al 6 luglio 2023 – ben undici telefoni cellulari pervenutigli illegalmente, con una scheda intestata ad un pakistano. I numeri dei contatti telefonici contestati a Michele Bruzzese sono a dir poco impressionanti: in 710 occasioni chiamava la moglie Cassandra La Rosa, 57 anni, di Tropea; in 143 occasioni telefonava alla suocera Carmela Addolorato, 88 anni, di Tropea (e gli altri familiari con lei conviventi); in 5 occasioni contattava il suocero Domenico La Rosa, 88 anni, alias “Zu Micu” (padre dei boss Antonio e Francesco La Rosa); in 3 occasioni contattava il nipote Domenico La Rosa, 41 anni, di Tropea (figlio del boss Tonino La Rosa); in ben 413 occasioni sentiva la sorella Natascia Bruzzese, 45 anni, residente a Rombiolo. Con altra utenza telefonica, Michele Bruzzese è poi accusato di aver effettuato le seguenti chiamate: ben 1.168 verso la moglie Cassandra La Rosa; 25 verso la suocera Carmela Addolorato; in un’occasione Domenico La Rosa, alias “Zu Micu”; in 120 occasioni la sorella Natascia Bruzzese. Rispondendo alle assidue telefonate nella consapevolezza dell’illiceità della condotta altrui (quella di Michele Bruzzese) ed avendo – secondo l’accusa – concorso moralmente e materialmente nel reato, la contestazione viene mossa in questo caso dalla Dda di Catanzaro (pm Irene Crea e Andrea Buzzelli) anche ai seguenti indagati: Cassandra La Rosa, Carmela Addolorato, Domenico La Rosa (cl ’38), e Natascia Bruzzese. Il reato è pure in questo caso aggravato dalle finalità mafiose (agevolazione della ‘ndrina dei La Rosa).

Da Vibo a Terni stessa “musica”

Che molto ci sia da rivedere nel sistema carcerario italiano lo prova poi un altro capo d’imputazione. Pur trasferito nel carcere di Terni nel luglio del 2023, Michele Bruzzese sino al 22 luglio 2024 avrebbe potuto contare anche qui su 17 telefoni cellulari, pervenutigli illegalmente, con schede intestate alla sorella Natascia Bruzzese e a due stranieri. Dal carcere di Terni Michele Bruzzese è accusato di aver contattato: in 1953 occasioni la moglie Cassandra La Rosa; in 323 occasioni i suoceri Carmela Addolorato e Domenico La Rosa; 596 volte la sorella Natascia Bruzzese; in 260 occasioni la sorella Pamela Bruzzese; in 9 occasioni il suocero Domenico La Rosa. In altre 72 occasioni, Michele Bruzzese è poi accusato di aver contattato altri familiari, mentre 87 volte avrebbe contattato soggetti estranei al nucleo familiare. Nelle contestazioni, quindi, anche altri contatti con ulteriori telefoni verso i medesimi soggetti (tra cui spiccano i 1.851 contatti con la moglie Cassandra La Rosa) e l’assiduo utilizzo da parte di Michele Bruzzese di applicativi quali Whatsapp e Tik Tok.

I pacchi con i telefoni inviati in carcere

Ma come avrebbe fatto Michele Bruzzese a disporre di telefonini all’interno del carcere? In almeno tre occasioni la Guardia di finanza (Nucleo Investigativo di Vibo) e la Dda di Catanzaro ritengono di aver fatto luce. Natascia Bruzzese – su istigazione del fratello detenuto Michele – è infatti accusata di aver spedito il 29 novembre 2023 un pacco, recante mittente fittizio, contenente un telefono di piccole dimensioni nascosto tra i generi alimentari, pervenuto al detenuto Michele Bruzzese. Il reato anche in questo caso è aggravato dalle finalità mafiose. Il 14 dicembre 2023 Natascia Bruzzese è invece accusata di aver introdotto due telefoni cellulari all’interno del carcere di Terni. In particolare, Michele Bruzzese avrebbe istigato la sorella Natascia a spedirgli in carcere a Terni un pacco (recante un mittente fittizio) contenente un microtelefono e un cellulare nascosti tra i generi alimentari. In questo caso i due telefoni sono stati rinvenuti dalla polizia penitenziaria e sottoposti a sequestro. Infine, Pamela Bruzzese, 43 anni, residente a Briatico, è accusata di aver effettuato il bonifico necessario affinchè un telefono cellulare venisse consegnato in carcere a Terni al fratello Michele Bruzzese. Anche in questo caso il reato – datato 7 agosto 2023 – è aggravato dalle finalità mafiose.