La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato la penale responsabilità di due imputati del procedimento penale nato dall’operazione denominata “Business Cars” coordinata dalla Procura di Vibo Valentia. I ricorsi degli imputati Giovanni Battista Tassone, 70 anni, di Soriano Calabro, e di Nazzareno Pugliese, 76 anni, di San Costatino Calabro, sono stati infatti dichiarati inammissibili. Giovanni Battista Tassone si vede così confermare la condanna a 5 anni e 9 mesi di reclusione, mentre Nazzareno Pugliese è stato condannato a 3 anni. In secondo grado, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva dichiarato estinto per prescrizione un capo di imputazione (reato di estorsione), riducendogli la pena per le residue ipotesi di usura e di tentativo di estorsione. La sentenza del Tribunale di Vibo era stata invece integralmente confermata nei confronti di Nazzareno Pugliese, condannato per il reato di usura.

La Cassazione e la responsabilità degli imputati

Con riferimento a Giovanni Battista Tassone, la Cassazione ritiene condivisibili le argomentazioni della Corte d’Appello di Catanzaro che ha ritenuto “pienamente provata la sua responsabilità per i fatti di usura, valorizzando la coerenza interna e la convergenza del compendio probatorio. Le dichiarazioni della persona offesa hanno trovato riscontro in plurimi elementi oggettivi, in particolare nelle intercettazioni, nel sequestro degli assegni rilasciati a garanzia dei prestiti e nelle movimentazioni di denaro ricostruite dal perito. È emerso che Tassone non solo aveva erogato i prestiti, ma aveva anche imposto e riscosso un tasso di interesse mensile del 20%, corrisposto per più mesi, secondo una modalità operativa costante e reiterata nel tempo”. Quanto a Nazzareno Pugliese, i giudici hanno respinto la tesi difensiva che lo voleva estraneo ai rapporti usurari o ridotto al ruolo di mero accompagnatore. “Al contrario, dalle conversazioni intercettate e dalla ricostruzione dei fatti è emerso un coinvolgimento consapevole e funzionale nell’operazione di prestito, con un ruolo di intermediazione e garanzia a favore di Tassone”. Con specifico riferimento alle dichiarazioni della persona offesa, esse sono state ritenute “attendibili e credibili, nonostante la sua veste di imputato in procedimento connesso. La Corte ha valorizzato la prudenza del Tribunale di primo grado di Vibo, che ha fondato l’affermazione di responsabilità solo laddove tali dichiarazioni trovavano riscontro in elementi esterni, quali intercettazioni, sequestri di assegni, movimentazioni di denaro e testimonianze indirette. La circostanza che le vicende usurarie siano emerse solo a seguito di una perquisizione non è stata ritenuta indice di inattendibilità del narrato ma, al contrario, spiegabile alla luce della situazione di difficoltà economica della vittima e della sua iniziale reticenza. È stata inoltre esclusa ogni finalità calunniosa, risultando le dichiarazioni coerenti, costanti e corroborate da riscontri oggettivi”.

L’operazione e le accuse

Il nome dato all’operazione (Business Cars), portata avanti grazie al lavoro investigativo della Guardia di Finanza e dei carabinieri, traeva spunto dal fatto che un imprenditore, Giuseppe Iennarella (parte civile nel processo), titolare di un autosalone a Serra San Bruno, sarebbe stato costretto a pagare i debiti – quando non era in grado di farlo in contanti – attraverso la cessione auto di lusso che gli usurai, dopo averle utilizzate per un periodo, avrebbero rivenduto a commercianti compiacenti. L’operazione era scattata il 10 novembre del 2011 e le contestazioni coprivano un arco temporale che andava dal 2005 al 2010. Nazzareno Pugliese e Giovanni Battista Tassone erano accusati di aver concesso all’imprenditore usurato, in più soluzioni, fra il maggio 2008 e il febbraio 2010, un prestito complessivo di 127mila e 500 euro, pretendendo ed ottenendo, a titolo di interessi, 113mila e 600 euro in contanti, due autovetture del valore 44mila euro e, per il rientro definitivo, l’ulteriore corresponsione di 400mila euro ottenuta, ad avviso degli inquirenti, mediante esplicite minacce. Tra i beni posti a garanzia del prestito usuraio figurava anche la cessione di un immobile nel Mantovano del valore di circa un milione e 600mila euro.
Rocco Mannella (titolare di un autosalone a Serra San Bruno sin dal 1990 con chiusura dell’attività nel 2008) e Loredana Calabretta sarebbero invece rimasti vittime di condotte usuraie poste in essere da Giovanni Battista Tassone, con tassi di interesse sino al 240% su base annua.

Le accuse franate in primo grado

Oltre alle condanne per gli imputati arrivati ora in Cassazione, in primo grado si erano registrate sei assoluzioni. L’accusa di associazione a delinquere, ipotizzata in un primo momento dagli investigatori, era subito caduta per tutti gli indagati. Tra le presunte vittime vi era anche un commerciante di prodotti tipici calabresi di Soriano Calabro (non costituitosi parte civile nel processo) che dopo il fallimento di una sua attività commerciale a Chiaravalle si era rivolto ad un 46enne di Soriano per un prestito. In cambio, l’indagato avrebbe ricevuto 53mila euro (che la parte offesa aveva dichiarato di aver negoziato nel marzo 2009 e versato su un conto intestato alla figlia maggiore) – pervenuti al presunto usurato quale liquidazione per un incidente stradale occorso alla moglie – più un magazzino sito a Soriano già di proprietà della presunta vittima e dei suoi familiari che, con apposito contratto registrato nel 2008, era stato poi ceduto in locazione allo stesso commerciante, costretto così a pagare all’indagato un canone annuo su un bene già di sua proprietà. L’originale del contratto di locazione tra il 46enne di Soriano e il commerciante di prodotti tipici era stato poi ritrovato dagli investigatori nell’abitazione di Giovanni Battista Tassone. “Solo la logica dell’appartenenza al sodalizio delinquenziale può giustificare (e dunque prova) – aveva rimarcato il gip del Tribunale di Vibo, Gabriella Lupoli – il possesso di tale documento da parte del Tassone, cioè di un soggetto che, in apparenza, è assolutamente estraneo ai rapporti” fra il 46enne e il commerciante, quest’ultimo poi escusso nel processo ma le cui dichiarazioni “scarne e non particolarmente lineari – si legge in sentenza – non hanno consentito di ritenere sufficientemente provato il reato contestato, specialmente in presenza di un compendio dichiarativo generico e incerto in merito al presunto patto sugli interessi al fine di accertare il tasso praticato”.
Oltre al pagamento delle spese processuali e della somma di tremila in favore della Cassa delle ammende, gli imputati Giovanni Battista Tassone e Nazzareno Pugliese sono stati altresì condannati, in solido, alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel  giudizio di Cassazione dalle parti civili Giuseppe Iennarella e Laura Mamone liquidate in complessivi 3.686,00 euro. Il solo Giovanni Battista Tassone è stato invece condannato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute dalle parti civili Rocco Mannella e Loredana Calabretta liquidate in complessivi 3.686,00 euro, oltre agli accessori come per legge.