La sua esperienza, raccontata sul web dal documentarista Natalino Stasi, è un manifesto controcorrente. In un mondo che corre verso il consumo, l’ex ingegnere ha invertito la rotta: «Avevamo altri progetti: una bella villa, un Bmw. Invece oggi abbiamo una Panda e due asinelli»
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Esiste un confine sottile, un ponticello di legno che separa il rumore frenetico della modernità dal silenzio ancestrale della natura. Oltre quel limite, nel cuore del "Bosco delle Fate" in Calabria, nel Lametino, non servono orologi. Qui, tra il fruscio delle foglie e il canto dell’acqua che scorre, Fabio ha scelto di accompagnare una carriera da ingegnere con un sogno fatto di pietra, sudore e libertà. Una storia raccontata dal documentarista Natalino Stasi in un video pubblicato su Youtube.
L’appuntamento con il destino
Tutto è iniziato per caso, o forse per un richiamo invisibile, in un pomeriggio d’ottobre del 2014. Mentre camminava tra i rovi, Fabio è caduto in una buca. In quel momento, tra le macerie di un antico rudere abbandonato, non ha trovato solo sassi, ma le radici di una storia dimenticata. Quei resti erano ciò che rimaneva di uno dei 23 mulini ad acqua che un tempo rendevano questa valle un cuore pulsante di commercio e vita.
Da quella caduta è nata una missione durata otto anni e quasi 7.000 ore di lavoro manuale. Fabio, l'ingegnere abituato ai grandi progetti internazionali, si è riscoperto "manovale", ricostruendo il mulino pietra su pietra insieme a suo suocero, Mastro Natale, e l’aiuto della moglie.
La scelta: meno possesso, più vita
La storia di Fabio è un manifesto controcorrente. In un mondo che corre verso il consumo, lui ha invertito la rotta. «Avevamo altri progetti: una bella villa, un Bmw Invece oggi abbiamo una Panda e due asinelli», racconta con la serenità di chi ha trovato il proprio posto nel mondo.
Non è una fuga dalla realtà, ma un ritorno all'autenticità. Al Mulino delle Fate, la ricchezza non si misura in fatturato, ma in tre valute preziose e rare: spazio, silenzio e tempo. È qui che Fabio produce la "farina bona", macinata lentamente a freddo da pietre francesi, rispettando il ritmo del fiume e la dignità del chicco.
La libertà di "restare umani"
In questo angolo di paradiso, riconosciuto come esempio di archeologia industriale, la tecnologia cede il passo alla "disintossicazione digitale". Fabio insegna ai bambini che arrivano dalle scuole che la bellezza ha un prezzo alto — la fatica — ma che è l'unica via per la vera contentezza.
«La libertà è questo: non avere orologi, non avere cellulari... svegliarsi la mattina quando c'è l'alba e non sentire il bisogno di correre». In queste parole risiede il senso profondo di una vita vissuta con trasporto: la consapevolezza che non siamo padroni della terra, ma custodi di un passaggio.
Fabio oggi si definisce un "ingegnere con i calli". Il suo sguardo, un tempo rivolto alle grandi opere di cemento, oggi brilla nel riflesso dell'acqua che aziona la macina. La sua storia ci ricorda che, a volte, per andare avanti bisogna avere il coraggio di guardare indietro, e che la forma più alta di libertà è quella di poter dire, finalmente, di essere in pace con se stessi.


