Al bar di viale Brianza, a Milano, Giuseppe Calabrò è sempre apparso come un anziano qualunque. Cappotto scuro, mattinate a carte e caffè. Ma per gli investigatori della Dda è tutt’altro: Calabrò, detto “‘u Dutturicchiu”, è una delle figure più longeve e rispettate della ’ndrangheta in Lombardia, un uomo capace di muoversi per decenni tra Calabria e Nord Italia senza mai finire davvero sotto i riflettori. Nelle informative viene descritto come «personaggio dall’eccezionale scaltrezza, estremamente accorto e misurato nell’uso dei telefoni», sempre vigile, sospettoso, capace di rendere «estremamente difficoltoso il costante monitoraggio sul territorio».

Per chi lo frequenta, però, il suo peso è chiarissimo. In una intercettazione, Pino Caminiti – altra figura considerata vicina ai clan calabresi di stanza in Lombardia - lo descrive così: «Lui è il numero uno in assoluto dei calabresi. Lui c’ha la Francia in mano, c’ha tutto quello che vogliamo, lui è il re della Costa Azzurra».

Un altro lo sintetizza con una frase diventata quasi un marchio: «Il vecchio se lo vedi non gli dai una lira. Ma questi hanno in mano il mondo intero».

Il caso Cristina Mazzotti, il passato che ritorna

Calabrò è stato condannato all’ergastolo nel nuovo processo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, la 18enne rapita nel 1975 e morta durante la prigionia. Secondo l’accusa, avrebbe fatto parte del commando operativo. Il suo nome riemerge quasi cinquant’anni dopo come simbolo di quella stagione dei sequestri che ha segnato l’espansione della ’ndrangheta al Nord. Anche nelle intercettazioni più recenti, il peso del processo è evidente: Calabrò chiede ai suoi referenti «uno stipendio minimo, mille euro», spiegando che «gli avvocati mi stanno mangiando».

San Siro, la Curva e gli affari

È però nello stadio Meazza che il profilo di Calabrò diventa quello di un vero regista silenzioso. Nell’inchiesta “Doppia Curva”, il suo ruolo è quello dell’ombrello: protegge, media e garantisce che le lotte intestine non diventino un ostacolo per il business che ruota attorno a San Siro.

Caminiti racconta: «Mi ha detto: “Pino tu cosa c’entri con la curva?”. Qualsiasi persona viene a dirti qualcosa dello stadio, tu non fai altro che dire sono compare di tizio… che poi mi vedo io su tutto».

Quando emergono tentativi di scalata agli affari dei parcheggi e della curva Nord, Calabrò mette paletti netti: «Gli ho detto guarda, i parcheggi non si toccano fin quando ci sono io. Se c’è qualcuno che c’ha qualche problema viene da me».

E avverte i suoi uomini dei rischi: «Guarda la curva lasciala perdere, perché è un mandato di cattura: domani mattina tu vai in galera».

Nel sottobosco di San Siro, il suo nome viene evocato anche come argine alla violenza. In una conversazione legata alla guerra per la Curva Sud, uno degli interlocutori dice: «Se non era intervenuto Peppe, se non c’era Sarino, gli saltavo in testa».

E quando deve ricordare che nessuno può prendersi tutto, è lui a mettere il limite: «Non è che vi potete prendere tutto lo stadio».

Il peso dei legami in Aspromonte

Gli inquirenti descrivono Calabrò come nodo centrale di una rete di parentele e alleanze tra San Luca, Platì, i Papalia, i Morabito e altri clan storici. Una ragnatela che rende il suo ruolo meno appariscente, ma più strutturale.

Lo spiega ancora Caminiti in una delle frasi più eloquenti: «Parente, tutti parenti. I Papalia sono parenti anche con Morabito e con Calabrò e con Romeo… più si sposano e si mettono tra di loro, più diventano intoccabili».

Hydra e il “sistema” mafioso lombardo

Nel quadro più ampio del processo Hydra, che descrive un presunto sistema mafioso integrato tra ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra, Calabrò non sempre compare in prima linea, ma viene indicato dalle cronache come una delle figure storiche che hanno contribuito a costruire il modello lombardo: meno lupara, più affari, più mediazione, più capacità di tenere insieme mondi diversi.

Il suo profilo è quello di un uomo che attraversa epoche: dalla stagione dei sequestri alla criminalità imprenditoriale, dalle montagne dell’Aspromonte ai parcheggi di San Siro. Sempre con lo stesso stile: un profilo pubblico praticamente inesistente, altissimo peso criminale. E zero coinvolgimento diretti nei processi più spinosi. Fino all’ergastolo deciso nel processo per l’omicidio Mazzotti.

Un “fantasma”, come lo chiamano in alcune carte. Ma un fantasma che, secondo chi lo intercetta, «ha in mano il mondo intero».