Dai 130 anni dalla nascita (15 aprile 1895 a San Luca) nel 2025 ai 70 anni dalla morte (11 giugno 1956 a Roma), quest'anno: Corrado Alvaro resta al centro di iniziative commemorative di rilievo nazionale. Tra queste spicca quella del premio Strega che in occasione della sua 80ª edizione lo celebra scegliendo come rivendicare il titolo dell'opera con cui proprio da lui fu vinto il premio 75 anni fa.

Oggi primo luglio ricorre infatti un altro anniversario alvariano di questo 2026: nel 1951 il libro “Quasi una vita” (Bompiani) di Alvaro trionfò in quella che passò alla storia come la “grande cinquina”.  Con Corrado Alvaro c'erano infatti Alberto Moravia con “I racconti”, Carlo Levi con “L'orologio”, Domenico Rea con “Gesù, fate luce” e Mario Soldati con “A cena col commendatore”.

La motivazione

1 luglio 1951 premio Strega a Corrado Alvaro per "Quasi una vita"

"Il grande intellettuale e scrittore calabrese tenne dal 1927 al 1947 un quaderno di appunti di vita, da cui è nato questo libro: un originalissimo diario civile, uno specchio fedele del periodo più critico e tragico del nostro Paese , e insieme un grande esempio di capacità di osservazione e di rappresentazione. Costretto alla sola attività letteraria, escluso dal giornalismo politico militante , Alvaro chiarisce a se stesso e approfondisce i nuclei più autentici e vitali della sua ispirazione e allarga la sua considerazione a temi e problemi della società contemporanea, a quell'Europa degli “anni venti” che gli appare irta di intime contraddizioni e di pericoli per la stessa civiltà umanistico-liberale alla quale lo scrittore si era educato”.

80 anni di premio Strega - "Quasi una vita", dunque per celebrare non solo la storia del Premio, emblema di una letteratura che racconta il Paese e le trasformazioni ei fermenti delle sue epoche, ma anche la figura di Corrado Alvaro, evocando per altro una delle parole più ricorrenti nei titoli delle opere vincitrici della stessa prestigiosa kermesse culturale.

E a proposito di letteratura anticipatrice e interpreta dei cambiamenti, nutrita di denuncia e profezia, il professore Vito Teti sulla rivista culturale Doppiozero di Alvaro e Quasi una vita ha scritto:

«Nel passaggio tra vecchio e nuovo mondo, Alvaro intuiva, con venti anni di anticipo su Pasolini, non solo il rischio di omologazione e deculturazione, ma il determinarsi di malesseri e chiusure inediti di cui il Sud sconta ancora le conseguenze. Nelle mutazioni conosciute dal Sud (dalla Turchia, dalla Russia sovietica) Alvaro trova motivi per interrogarsi su una modernità che si trasforma in dispersione e dissipazione. E nel 1933 in Quasi una vita scrive:

"Gli uomini, coi mezzi moderni, non si accorgerebbero di rimbarbarire. Perché la civiltà va diventando oggi un fatto puramente materiale ed esteriore. Si acquisiscono i risultati della vita moderna, senza seguirne il processo e lo sviluppo come accadeva nella vecchia vita".

Alvaro esplicitava così la sua mancata adesione alla modernità, che si traduce in rifugio in se stesso, nella memoria, nell’utopia etica. Le concezioni antimoderne non significano rifiuto del nuovo ma si configurano come critica dell’egoismo, della frammentazione, della massificazione, della perdita del senso di responsabilità, dell’incapacità di interpretare lo sviluppo, lo smarrimento e la perdita del sentimento dell’umano e del sacro».

L'ottantesimo anniversario del premio Strega sarà celebrato anche con una mostra che renderà ancora più speciale questa edizione la cui serata finale avrà luogo l’8 luglio prossimo in Piazza del Campidoglio a Roma. Ecco la sestina finalista: Michele Mari, “I convitati di pietra” (Einaudi), Matteo Nucci “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli), Bianca Pitzorno “La sonnambula” (Bompiani), Teresa Ciabatti “Donnaregina” (Mondadori), Alcide Pierantozzi “Lo sbilico” (Einaudi), Elena Rui “Vedove di Camus” (L’orma).

La Fondazione Corrado Alvaro ha plaudito all'iniziativa commemorativa di Alvaro, sottolineando la presenza, tra le 79 opere inizialmente selezionate, degli autori reggini Anna Mallamo “Col buio me la vedo io” e Saverio Gangemi “Calùra”.

Nel Pantheon della letteratura Italiana

Questo 2026 è anche l'anno dell’Edizione Nazionale per l’Opera Omnia di Corrado Alvaro, istituita dal Ministero della Cultura con decreto lo scorso gennaio, nell'ambito del prestigioso progetto istituzionale che raccoglie e promuove le opere più importanti della letteratura e del pensiero italiano. Una iniziative storica che consacra lo scrittore calabrese nel "Pantheon" della letteratura italiana. Il corpus celebrativo consisterà in un'opera divisa in 21 volumi cartacei e un'edizione digitale consultabile liberamente.

Un riconoscimento doveroso che giunge nel 70^ anniversario della sua morte, avvenuta l'11 giugno del 1956 a Roma.

La commemorazione a Vallerano a e Roma

Corrado Alvaro ha voluto essere seppellito a Vallerano, nel viterbese, in un cimitero di campagna. Un ritorno, seppure non a San Luca, al mondo contadino che Alvaro si era ricreato a Vallerano dove era stato molto ben accolto e apprezzato. Lì il palazzo della Cultura reca il nome suo e di Libero Bigiaretti, un altro scrittore che lì avevano vissuto nel corso del Novecento e che lì aveva scelto di “riposare”. Alvaro non tornò in Aspromonte ma restò per sempre in una campagna, segno di quella civiltà contadina di cui rivendicava con orgoglio le radici.

Eredi e studiosi hanno partecipato alla commemorazione svoltasi a Vallerano e poi a Roma, nella Basilica di Sant’ Andrea delle Fratte, dove 70 anni fa si erano svolti i funerali dello scrittore.

Romanziere, poeta, giornalista, traduttore, saggista, drammaturgo, critico teatrale, autore di sceneggiature, soggetti e collaborazioni per il cinema Corrado Alvaro - radici in Aspromonte e respiro europeo - visse la scrittura come impegno civile.

La sua vita si dipanò poi tra Roma, Firenze, Modena e Perugia. Non era stata solo la Grande guerra, che lo chiamò alle armi, a finire ma anche la sua infanzia seppure l'eco del paese natale, delle sue origini non smise mai di risuonare, rappresentando il cuore della sua poetica e la voce profonda della sua coscienza di scrittore. Le parole scritte diedero voce alla sua militanza civile e sociale e attraverso di esse maturò una responsabilità di intellettuale italiano ed europeo, il cui nucleo poetico ancorato e imbevuto delle sue origini avrebbe rappresentato la cifra del suo immenso contributo alla cultura del Novecento.

Firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, dopo l'esilio a Berlino tra il 1928 e il 1929, qualche anno dopo ripartì per la Turchia e la Grecia. Nel 1930 pubblicò la raccolta di racconti Gente in Aspromonte che lo consacrarono come scrittore anche all'estero.

Nessuna tessera di partito, per Corrado Alvaro, spirito indipendente e finì con il sentirsi escluso dal giornalismo politico militante.

Il decennio successivo alla Liberazione fu l'ultimo della vita di Alvaro che si spese a Roma l'11 giugno del 1956.

Montale: «Alvaro, un solitario che mai perde il contatto con il mondo»

Eugenio Montale scrisse di Alvaro nel giorno della sua morte : «Con Corrado Alvaro, spentosi a sessant'anni – un'età che lasciava sperare ancora nuove opere del suo ingegno – la letteratura italiana perde uno scrittore d'alta probità intellettuale e morale; e noi che stendiamo queste righe frettolose perdiamo un compagno di lavoro indimenticabile e un amico provato. Il nostro omaggio, in quest'ora di tristezza, deve necessariamente, e prima di tutto, rivolgersi all'uomo Alvaro , a questa eccezionale figura di solitario, che sentì come pochi la dignità del compito giornalista e che non volle mai perdere il contatto col mondo in cui aveva maturato le sue esperienze . […] La silenziosa presenza dello scrittore aveva forse qualcosa d'involontariamente intimidatorio da cui solo chi conosceva la bontà e la purezza dell'uomo non si lasciava sopraffare. Ora che il poeta ci ha lasciati, sarà più facile comprenderlo e amarlo ». ("Si è spento Corrado Alvaro"., Corriere della Sera 12 giugno 1956).