«Nella chiesa ancora immersa nella penombra, dopo che l'ultima candela ardente sul triangolo si spense, tra i rumori del popolo come già quelli del pretorio alla condanna del Nazzareno, incombeva il silenzio che suole precedere gi avvenimenti grandi ed attesi». Ecco l’incipit della prima delle due sole pagine, di cui manca la fine, in cui Corrado Alvaro (San Luca 1895 –Roma 1956) descrive il Giovedì di Passione a San Luca.

Alvaro affida il racconto di questo clima sanluchese a fogli manoscritti consegnati nel 1940 circa, a Domenico Lico, suo amico fraterno e compagno di studi al Galluppi di Catanzaro. Come anche il bellissimo scritto sul Natale, anche questo è rimasto a lungo inedito. Nel 2014, con i caratteri di Donzelli, è stata pubblicata la raccolta con il titolo “Un paese e altri scritti giovanili (1911 – 1916)”, curata dall’antropologo calabrese Vito Teti.

E anche questa è un’altra pagina altamente rappresentativa del realismo del Novecento che Alvaro scrisse da giovanissimo.

«Le lampade ardevano nel sepolcro tutto tappezzato di panni variopinti che contrastavano con le pallide piante cresciute nel buio, avvolte di nastri rossi. L'ombra era interrotta qua e là da luci fioche e da quel chiarore tremulo scorgevasi il popolo delle donne silenziosamente accosciato, rivolto al pulpito sul quale si delineava la figura nera dell'oratore con il teologo Vincenzo Raschellà che guardava quasi confuso la moltitudine aspettante la parola che doveva rievocare i patimenti del biondo figlio di Maria».

Un’immagine che si dona a chi legge in tutta le sue nitidezza e intensità, rievocando un’attesa che ancora non è quella della Resurrezione ma che, comunque, è assai vibrante per la comunità di fedeli riuniti in chiesa.

«La parola dell'oratore scendeva calma e limpida sui credenti, dapprima chiara e piana, poi a poco a poco alterandosi in tono maggiore come un'elegia. Sui prosternati passava come un potente soffio di poesia d'amore e di sofferenze, e quella plebe rude, avvezza alle fatiche dei campi, vinceva con l'immaginazione, la parola di quegli, che predicava rievocando in una potente fantasmagoria la passione mortale d'un essere immortale. Poi, un cantico salì lento, velando d'una immensa tristezza le parole ed i toni: pareva che con la parola del sacerdote e col canto si eternasse nelle anime il miracolo dell'agonia del Galileo.

Quando tutte le cose furono tristi, come l'anima di Lui fino alla morte, quando la luna si tinse di sangue, le rupi fremettero di pietà e i veli dei templi ebrei, i veli simbolici delle credenze vecchie si squarciarono. L'oratore, allora, rincominciò il racconto e l'elegia della Passione (…)».

La rudezza della sua Gente in Aspromonte non è rozzezza ma condizione impressa dalla durezza della vita che conosce la fatica della terra, non certo gli agi, e che sa di una nobiltà antica e innata, non dettata dai titoli ma da quella capacità di ascoltare le parole e di vedere con l’immaginazione la “passione mortale d'un essere immortale”.

«Un soffio di vento avvolse tutto di fumo, poi una forma nera si avanzò nello spazio lasciato libero dalla turba che s'inchinò per poi sollevarsi a mirare lo spettacolo.

Sei uomini, coronati di alba e di rovo, s'avanzavano reggendo il plaustro in cui, ammontata, s'ergeva una forma di donna di cui si scorgevano la bocca e gli occhi che nel chiarore splendevano come dolorosamente contratti da uno spasimo interno.

Tre, quattro, innumerevoli uomini coronati di spine s'avanzavano ancora, reggendo con le mani levate, fiaccole di resina (…), la Vergine dolorosa che s'avanzava dubitosa, non riconoscendo più in quel corpo insanguinato il suo Figlio. (…) Sulla moltitudine che teneva alto il viso davanti al mistero meraviglioso non si udì altro che il percuotere dei petti che parve un profondo rombare, un sospiro vigoroso di anime …».

Un’immagine struggente in cui anche Maria appare in tutta la sua umana fragilità di madre che accompagna il figlio alla morte. Un figlio nelle cui ferite e nel cui sangue si specchia un’umanità dimentica di sé stessa che rende dubbiosa pure la Vergine dolorosa. Ma il mistero meraviglioso è all’orizzonte ed è sorretto da un afflato universale di anime che si ritrovano per pregare, per sperare, per rinascere in Gesù che presto sarà risorto.

Un altro affresco di grande intensità in questo tormentato lembo d’Aspromonte dove ancora si sente il percuotere dei petti in un rombare perpetuo che è storia, memoria e identità e di cui anche queste poche pagine diventano silenziose ma operose custodi.