Proiettato nelle Sale Cinema dell'Unical il documentario di Angelo Resta sulla tragedia di Cutro. Un film che rifiuta il pietismo e sceglie il silenzio, il fango, la dignità del lutto
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Sulla battigia di Steccato di Cutro, quella notte tra il 25 e 26 febbraio 2023, il mare non ha restituito solo corpi. Quella strage ha vomitato il fallimento di un’intera architettura di civiltà. L’indecenza di quelle morti e la decenza di quel dolore stiamo provando a raccontarli anche Daniele Dottorini e io. Ma pochi giorni fa, nel frattempo, nelle Sale Cinema dell’Unical, tra il brusio degli studenti e l’aria densa di chi sa di maneggiare dinamite emotiva, quel fallimento è diventato immagine, ossessione, cinema.
Angelo Resta, regista del suo "Cutro, 94… and more" non ha girato un documentario, ma ha compiuto un’autopsia ottica. Ha preso il numero novantaquattro, quella cifra tonda e spaventosa che i telegiornali hanno masticato per mesi, e l’ha fatta a pezzi. Lo ha fatto per vedere cosa ci fosse dentro. Per scoprire che il “more”, quel resto indefinito del titolo, siamo noi. Siamo lo sguardo che osserva, il soccorso che ritarda, la pietà che si sveglia sempre un minuto dopo l'ultimo respiro.
La sala è carica. Il rettore Gianluigi Greco, che in questi giorni si prepara ad accogliere studenti palestinesi, il direttore del DiSU, Raffaele Perrelli, e gli altri docenti Lele Fadda e Carlo Fanelli, si muovono tra le poltrone non come accademici in parata, ma come testimoni chiamati a rispondere di un’eredità pesante. Il documentarismo di osservazione, qui, smette di essere una categoria da manuale e diventa un nervo scoperto. Angelo Resta, insieme a Vincenzo Montalcini, Bruno Palermo e Francesco Pupa, ha scelto la strada più difficile, quella del silenzio che urla. Non c’è la retorica melensa della vittima a ogni costo. C’è il fango. C’è il legno spezzato dei caicchi che sembra ossa umane. C’è il rumore del risucchio delle onde che, dopo la proiezione, continua a ronzare nelle orecchie come un acufene morale.
Il cinema di Resta è una sberla necessaria alla pigrizia dei nostri schermi. Mentre la politica si accapiglia su decreti e respingimenti, la macchina da presa si ferma sulla pelle, sulla polvere, sulla terra calabrese che accoglie con una generosità disperata e arcaica, come ha spiegato il professor Perrelli con un esempio profondo e potente. È un’antropologia del dolore che non cerca il consenso. Cerca la nausea. Quella nausea sana che ti costringe a distogliere lo sguardo per poi farti vergognare di averlo fatto. Insegnare cinema oggi significa insegnare a distinguere la luce dalla propaganda. E in questo film la luce è sporca, naturale, implacabile. Non c’è trucco. Non c’è inganno. C’è solo la nuda vita che si spegne a pochi metri dalla terraferma, in quel paradosso atroce per cui la salvezza è visibile a occhio nudo ma irraggiungibile per le gambe.
Sentire il dibattito fluire tra le pareti dell’università è stato come assistere a una riparazione. L’Unical si fa presidio, ha ricordato Gianluigi Greco. Non si limita a formare e a trasmettere nozioni. Produce anticorpi contro l’indifferenza. Eppure, resta quel retrogusto amaro. Quella sensazione che, nonostante le analisi lucide di Fadda e Perrelli, la realtà là fuori sia ancora più veloce della nostra capacità di raccontarla. Il cinema di osservazione arriva sempre quando il sangue è già secco. È un limite strutturale. Una condanna. Ma è anche l’unica forma di preghiera laica che ci è rimasta per non trasformare quei morti in semplici statistiche da archivio polveroso.
La cronaca diventa storia. La storia diventa mito tragico. Ma a Cutro il mito ha l’odore della salsedine e del gasolio. Angelo Resta e la sua squadra hanno evitato con cura la trappola del consueto pietismo da prima serata. Hanno preferito la dignità del lutto. Quella compostezza dei familiari che, arrivati da ogni angolo del mondo, hanno guardato il mare di Calabria come si guarda un assassino che non puoi odiare fino in fondo perché è anche la tomba dei tuoi figli. È un gioco di specchi crudele. Noi guardiamo loro che guardano il mare. E nel mezzo c’è il vuoto di un’Europa che non sa bene dove ha messo l’anima.
Uscendo dalla sala, il sole di Rende sembra quasi fuori posto, mentre una nuvola gonfia prepara la pioggia della serata. Si ha l’impressione che le novantaquattro ombre, e tutte le altre che le seguono in quel “more” senza fine, stiano ancora lì, sedute tra le poltrone della sala, a chiederci conto non tanto di cosa abbiamo fatto, ma di cosa abbiamo visto. Perché vedere è un atto politico. E dopo questo film, nessuno potrà più dire di essere rimasto al buio. Resta la domanda, sospesa come la nebbia sulle spiagge all'alba: quante volte ancora dovremo contare fino a novantaquattro prima di accorgerci che quel numero siamo noi, moltiplicati per la nostra stessa negazione? Forse la risposta non è nel cinema. È in quello che facciamo non appena si riaccendono le luci in sala.
*Documentarista Unical

