A oltre sessant’anni dalla discesa nell’Abisso del Bifurto, l’ex speleologo torna nel Pollino: «Non c’era rassegnazione, finita una grotta il nostro unico pensiero era trovarne subito un’altra»
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Un “giovane” anziano di novant’anni risale sul monte per guardare un buco nella terra. Non c’è poesia da “maudit” in questo gesto, né la messinscena calcolata di un congedo solenne; c’è soltanto l’ostinazione fisica dei corpi, l'impronta di un'ossessione che nemmeno novanta inverni sono riusciti a stemperare. L’indicazione mi è stata fornita da Fabio Sancineto.
Giulio Gecchele, ospite in questi giorni del b&b Marigio’ di Villapiana, è tornato a Cerchiara, tra le pieghe calcaree e aride del Pollino, esattamente lì dove nell’agosto del 1961 calò centinaia di metri di corde di canapa per toccare il fondo dell’Abisso del Bifurto. Quasi settecento metri di buio verticale, di roccia umida e aria immobile. Una pietra scagliata nel vuoto che all’epoca posizionò quell’orrido calabrese, noto anche come Fossa del Lupo, tra le caverne più profonde dell'intero pianeta.
I quotidiani dell'epoca fecero titoli sul record, sulla conquista scientifica delle viscere del Mezzogiorno. Ma la storia ufficiale, si sa, ama i miti confortevoli e le narrazioni a uso e consumo dei salotti. Per decenni ci hanno raccontato una favola sociologica a tinte forti: un manipolo di giovani speleologi del Nord Italia, calati al Sud con le loro campagnole stracariche di attrezzature, telefoni da campo, barometri e uno sguardo scientifico quasi positivista, sbarcati in una terra d'ombra per scontrarsi inevitabilmente con un’umanità arcaica, impenetrabile, diffidente, chiusa nella propria superstizione. Una menzogna letteraria costruita a tavolino.
Gecchele lo dice oggi, rivolto al mio registratore per gli appunti, senza addolcire la pillola, disintegrando una volta per tutte il cliché dell’alieno atterrato in terra di nessuno. L’accoglienza dei paesani di Cerchiara e dei pastori del Pollino fu immediata, carnale, priva di qualsiasi sovrastruttura. Nessun sospetto, nessuna ostilità verso “quelli del Nord”. Quando Carla Lanza, una delle due ragazze della spedizione insieme a Ginni Braida, s’incamminò lungo gli impervi sentieri di montagna, un pastore della zona la incrociò, fermò la sua rotta e pretese con cavalleresca ostinazione di farla salire sul proprio cavallo per risparmiarle la salita. Niente barriere ideologiche, nessun urto di civiltà. Soltanto una stretta di mano schietta tra gente abituata alla durezza della pietra e alla fatica del pane.
C’era semmai la leggenda pop, quella sì, nata dall'immaginazione contadina e alimentata da secoli di isolamento. Fuori dalla grotta, al rientro dagli abissi dopo giornate trascorse nel buio a scavare e mappare, ad attendere la squadra non c'erano soltanto i paesani incuriositi, ma anche i Carabinieri in alta uniforme. Tra le viuzze del paese si era sparsa la voce che quei giovani non fossero scesi nelle viscere del monte per ragioni scientifiche, bensì per recuperare il favoloso tesoro nascosto del brigante Franco, sotterrato chissà dove tra gli anfratti della Fossa del Lupo. Per sfatare la favola non servirono conferenze né discorsi ufficiali, ma bastò svuotare i sacchi di canapa e mostrare il ferro. Martelli, scalette di filo d'acciaio, corde infangate, moschettoni pesanti, zappe e carburi consumati. Nessun lingotto, nessuna gemma. Solo fango, sudore e pezzi di calcare.
Decenni dopo, la cinepresa di Michelangelo Frammartino ha ripreso quell'impresa epica nel film “Il buco”, trasformando la spedizione del '61 in un pilastro del cinema contemporaneo. Un’opera premiata a Venezia e acclamata dalla critica, nata anche nell'humus delle lezioni e dei laboratori che il regista ha tenuto per anni all’Università della Calabria grazie ai docenti di cinema Roberto De Gaetano e Daniele Dottorini. Nelle aule dell'Unical, Frammartino ha teorizzato una visione del cinema che rifiuta la dittatura del racconto frontale: il cinema come costruzione spaziale che vive e respira soprattutto nello spazio “fuori campo”. Quel margine invisibile, quel vuoto che lo spettatore non vede ma che deve obbligatoriamente abitare e ricostruire col proprio pensiero, proprio come ci si affaccia sulla bocca di una grotta buia senza poterne misurare il fondo a occhio nudo. Nelle sue lezioni, il regista milanese ha sempre cercato l'interstizio, il punto di contatto tra la presenza fisica dei corpi, l'immobilità del paesaggio e l'invisibile che ci circonda.
Eppure, tra la sublime teoria del set e la verità viscerale della carne c’è sempre uno scarto che brucia e che nessuna inquadratura potrà mai suturare. Gecchele guarda il film, si commuove davanti alle immagini, riconosce la perizia e la maestria filologica della ricostruzione d'epoca. Ma la sua memoria visiva, la memoria di chi il buio del Bifurto lo ha toccato e respirato davvero a vent'anni, protesta su un dettaglio che non è forma, ma sostanza pura. Nel finale della finzione cinematografica si avverte una sottile resa, una nota di chiusura malinconica, quasi crepuscolare. La memoria d'acciaio di chi era sul fondo in quel lontano 1961, invece, preme e grida per un’altra immagine, quella di un pugno chiuso rivolto verso l’alto. Non c’era nessuna poesia della rassegnazione, nessuna vertigine esistenziale da fine del mondo. Finita quella grotta, l'unico ed esclusivo pensiero di quella banda di ragazzi era trovarne subito un’altra.
Lo dimostrano i fatti, non le suggestioni a posteriori. Appena quindici giorni dopo essere riemersi dall'Abisso del Bifurto, tre di quegli stessi ragazzi si infilarono per cinque giorni consecutivi nel gelo devastante dell’Abisso Gaucher, a mezzo grado sopra lo zero, sfidando l'ipotermia pur di bucare la roccia e ricongiungerlo con il gigantesco sistema sotterraneo della Grotta di Piaggia Bella. Nessun eroismo esibito davanti alle telecamere, nessuna posa da pionieri: era un lavoro brutale di braccia, fiato, muscoli e fame insaziabile di spazio sotterraneo.
Insieme a Giulio Gecchele, a toccare il fondo a quasi settecento metri di profondità c’erano Dario Sodero e Giancarlo Pasini, entrambi geologi, Gianni Follis, ingegnere aeronautico, Marzietto Gerbaz e Marziano Di Maio. I sei dell'arrivo finale. Ma dietro e sopra di loro c'era una comunità straordinaria: dalla sensibilità per la biologia sotterranea di Nino Martinotti, fino a Renato Grilletto, Gigi Marchetti, Piergiorgio Doppioni, Ginni Braida, Carla Lanza e Beppe De Matteis. Nomi che avrebbero poi segnato la storia della speleologia moderna, dando vita all'organizzazione del Soccorso Speleologico in Italia e trasformando quello che era nato come un entusiasmo giovanile in una disciplina rigorosa di salvataggio e di tutela della vita umana nelle viscere della terra.
Ecco perché il ritorno di oggi di un novantenne nei luoghi della sua giovinezza non ha nulla a che fare con un pellegrinaggio accademico o con una cerimonia nostalgica. L'hanno battezzata, in modo informale e quasi sottovoce tra vecchi compagni di avventura, "Spedizione Itaca". È il viaggio di chi torna sui propri passi prima che il tempo chiuda definitivamente i conti con la memoria. Il bisogno fisico di calpestare di nuovo la terra rossa del Pollino a oltre sessant'anni di distanza da quei giorni di agosto. Non c'è ombra di retorica celebrativa, né la compiacenza di chi si mette in mostra.
Resta soltanto l'impronta profonda di uno stivale sulla roccia che il vento e la pioggia di Cerchiara non sono ancora riusciti a cancellare. Mentre giù, nel buio perenne, l'Abisso del Bifurto continua ininterrottamente a inghiottire l'acqua e il silenzio, del tutto indifferente sia alle sofisticate inquadrature del cinema d'autore, sia agli uomini che un tempo, con la forza dei vent'anni, hanno preteso di misurarlo.
*Documentarista



