Dall’autocensura alla propaganda nazista, la lingua può diventare uno strumento di controllo: attenuare, deformare o neutralizzare il significato delle parole significa anche modificare il modo in cui interpretiamo la realtà
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Sono ormai di lungo corso gli studi sui meccanismi dell’interdizione linguistica e di quei tipi di censura che vengono praticati in diversi ambiti sul linguaggio. È quanto avviene, per esempio, quando si parla o si scrive di nudità, di rapporti sessuali, di perversioni, di difetti fisici o morali, ma anche di malattia e di morte. Il caso che qui interessa afferisce, però, alla sfera politica, all'interno della quale l'interdizione può venirci imposta dall'esterno, sotto forma di censura, specialmente da giornali e televisioni, o può avere una matrice interiore e qualificarsi, dunque, come autocensura.
C'è un momento psicologico nel quale scegliamo di evitare alcune parole e le sostituiamo con altre? Si tratta, con ogni evidenza, di quella quotidiana porzione di psicopatologia di cui tanto ha detto Freud che induce giornalisti e lettori a propendere per l'eufemismo. Sembrerebbe, infatti, che i termini interdetti e i loro sostituti dipendano da un'unica causa psicologica in grado di rimuovere ogni forma di disagio: in pratica, facciamo dell'eufemismo un uso conscio e strumentale, ma questo non esclude che l'interdizione non ci tocchi, rendendoci partecipi di una certa deriva linguistica e mentale.
In politica, la realtà dei fatti e delle ideologie tuttora pienamente imperanti viene spesso coscientemente alterata mediante presentazioni fortemente edulcorate che hanno lo scopo di sostituire designazioni largamente impopolari. È quanto avviene, per esempio, con il termine genocidio la cui proposta, nel linguaggio dei partiti e della stampa, assume una piega strumentale o addirittura propagandistica. Tale piega passa per l'impiego sistematico di circonlocuzioni come “sterminio di massa”, “massacro deliberato di un popolo”, “tentato sradicamento” e la sempreverde “soluzione finale”. Il perdurare di un simile meccanismo linguistico è facile da dimostrare se si pensa al modo in cui i nazisti parlavano di “Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica” per designare il centro di raccolta dei paesi occupati ad Oriente per la cattura degli Ebrei e il loro invio ai campi di sterminio. Così, la permanenza nei campi era detta “custodia protettiva” e una strage non era altro che un “trattamento speciale”.
C'è qualche politico che pensa che la risposta migliore a questa pratica verbale sia costituito dal ricorso al significato letterale e statistico delle parole per com'è possibile desumerlo rigidamente dai dizionari, cogliendo l'occasione per ripristinare termini desueti e provocatori quali, ad esempio, “rastrellamento” in contesti legati alla messa in sicurezza o allo sgombero di aree degradate, “invertiti” per riferirsi agli omosessuali e “fattucchiere” per le femministe radicali.
Tale normalizzazione del linguaggio non è che un esercizio speculare all'eufemizzazione, ma si può dire che sia ad essa opposto: riducendo le parole alla loro definizione si disperde la parte di senso riconducibile alle intenzioni e alle aspettative di chi le usa. Insomma, per questa strada si finisce comunque per nascondersi: in un caso, evitando alcune parole, nell'altro, ignorando una parte significativo del loro senso. Il pericoloso meccanismo di neutralizzazione è il medesimo e comincia nello stesso momento: quello in cui si decide di strumentalizzare la lingua per fini personali e zittire forse per sempre quelle lotte sociali e politiche che riguardano anche l'uso avvertito delle parole.

