C’è un odore preciso che impregna le stanze di chi mastica cinema e inchiostro tra le pieghe di una provincia che non concede sconti. È l’odore della polvere che danza nel fascio di luce di un proiettore e quello, più acido, della carta appena stampata. A Soriano Calabro, tra il silenzio delle case di un paese e il fermento del volontariato, Maria Rosaria Giofrè ha covato un’ossessione. Non quella sterile della collezionista, ma quella feconda dell’osservatrice che sa quanto la carne, la pelle e la mente siano, insieme, l’unica pellicola su cui valga la pena di incidere una storia. Il suo esordio, “Giulia. Una storia di incontri e Metamorfosi” (Falco Editore), atterra sul tavolo del critico con la pesantezza di un sasso lanciato in uno stagno troppo calmo, sarà presentato sabato 7 marzo 2026, alle 17.30, nella Sala Consiliare di Soriano Calabro. “Giulia”, non è un romanzo per anime gentili. Non è una rassegna di sospiri. È un’autopsia del desiderio condotta con il bisturi di una lingua che non chiede scusa.

“Giulia” entra in scena e lo spazio si restringe. Non c’è tempo per l’esitazione. La sua voce arriva come uno schiaffo dato a mano aperta, una lapidarietà che taglia il superfluo e lascia nuda la sostanza. Dice cose definitive. Le dice con una sicurezza che qualcuno, i miopi della psiche, potrebbe scambiare per arroganza. Errore. Invece è la fermezza di chi ha smesso di cercare conferme negli occhi degli altri e ha iniziato a cercarle nelle proprie cicatrici. Giofrè sa bene che la seduzione non è un gioco di specchi, ma un atto di guerra interiore. Giulia non si concede ma si espone. Si immerge in quella che l’autrice definisce una materia magmatica, un groviglio di corpi e respiri dove l’erotismo non è mai l’ornamento da salotto o la spezia per risvegliare palati annoiati. È, al contrario, un corpo a corpo con l’esistenza.

C’è sangue in queste pagine. C’è il sudore di chi si mette in gioco sapendo che potrebbe uscirne a pezzi. La trama non procede per accumulo di aneddoti galanti, ma per strappi.

Ogni incontro è una stazione di una via crucis profana, dove la protagonista perde un pezzo di legno per guadagnare un centimetro di pelle vera. Ed è qui che il parallelo con Pinocchio, fatto dalla critica attenta, lungi dall’essere un vezzo letterario da liceale e diventa una chiave di lettura feroce. Il burattino di Collodi fuggiva la scuola per finire nel ventre della balena; la Giulia della Giofrè fugge la mediocrità per finire nel ventre delle relazioni più dense, più autentiche. Entrambi condividono la stessa condanna, ovvero la necessità di mutare per non morire immobili. Il legno deve bruciare perché la carne possa finalmente tremare.

L’autrice manovra la macchina da presa della scrittura con la precisione di chi ha passato ore a studiare il montaggio analogico. Non ci sono sfumature pastello. C’è il bianco e nero dei contrasti forti, la grana grossa delle emozioni che graffiano la gola. La consapevolezza di Giulia non è un dono di natura, ma una conquista di guerra. Non si arriva a quella chiarezza di giudizio senza aver prima attraversato il fango. Giofrè evita con cura certosina le secche del didascalismo, quel vizio tutto contemporaneo di spiegare al lettore cosa deve provare. No. Lei sbatte Giulia sul proscenio e ci costringe a guardarla mentre commette errori, mentre gode, mentre si rompe e si riaggiusta con una colla fatta di volontà e cinismo quanto basta.

Soriano Calabro non è solo un dato biografico, è una postura mentale. È la distanza necessaria per guardare il mondo senza esserne fagocitati. Giulia narra sé stessa attraverso i suoi silenzi carichi di elettricità, attraverso scelte che non hanno mai il sapore del compromesso. È una figura che disturba perché non cerca la nostra simpatia, ma la nostra attenzione. Non è una vittima delle circostanze, è l’architetto del proprio disastro e della propria ricostruzione.

La scrittura di Giofrè scatta come un otturatore. Frasi brevi. Secche. Poi, improvvisamente, aperture liriche che sanno di mare in tempesta e di terra bruciata. Non c'è la "pulizia" asettica della narrativa da scaffale ferroviario. C'è il disordine vitale di chi sa che l'identità non è un punto di arrivo, ma un confine mobile, una linea d'ombra che si sposta ogni volta che proviamo a calpestarla. Il lettore si ritrova a spiare Giulia come si spia un incendio dalla finestra, con la paura che una scintilla possa saltare il vetro e bruciare anche noi.

Sarebbe un errore madornale relegare quest'opera nella categoria delle “storie di donne”. È una storia di esseri umani colti nel momento del loro farsi altro da sé. È un documentario antropologico sulla mutazione dei sentimenti nell'era della velocità estrema, dove però il cuore conserva tempi arcaici, biblici, quasi ferini. La Giofrè ci ricorda che, nonostante i convegni su Casanova e le celebrazioni accademiche, il desiderio resta quella forza cieca che non accetta mediazioni sindacali. Giulia è la nostra parte più coraggiosa, quella che non ha paura di sembrare ridicola nel suo eccesso di partecipazione sentimentale, quella che non si vergogna di avere un mondo interiore talmente vasto da non poter essere contenuto in una biografia da social network.

Si esce dalla lettura con la sensazione di aver partecipato a un rito di iniziazione. Non ci sono risposte rassicuranti. Non c'è il lieto fine confezionato con il nastro di raso. C'è Giulia che cammina verso un futuro che non conosciamo, ma che lei sta già ordinando con la forza della sua parola lapidaria. È una metamorfosi che non finisce con l'ultima pagina, ma che prosegue nel fastidio, in quella vibrazione che resta sotto la pelle dopo che il proiettore si è spento e la sala è rimasta al buio.

Forse, dopotutto, non siamo che burattini in attesa che un incontro abbastanza violento o abbastanza dolce ci strappi via le giunture di legno. Resta da capire se, una volta diventati carne, avremo la stessa ferocia di Giulia nel difendere il nostro diritto a essere, semplicemente, noi stessi.

*Documentarista