Nel nuovo libro il giornalista e saggista, già direttore di LaC News24, osserva l’avanzata delle macchine intelligenti attraverso la storia della nostra specie. Non una profezia sull’estinzione dell’uomo, ma una domanda sulla sua possibile irrilevanza
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Non è facile accorgersi della fine di un’epoca quando ci si vive dentro. Il paesaggio resta apparentemente lo stesso, le giornate continuano a somigliarsi, eppure qualcosa sta già cedendo il posto a ciò che verrà dopo. È la condizione della «gente di mezzo», come la chiama Pino Aprile: uomini e donne nati in una civiltà e costretti ad abitare la successiva, senza avere avuto davvero il tempo di comprenderne il linguaggio.
“La fine dell’uomo sapiens. Come le macchine si stanno mangiando il futuro” nasce da questo spaesamento. Il titolo promette l’apocalisse, ma il libro percorre una strada decisamente più sottile: non è l’esserci come specie biologica, in sé, a definire la fine dell’era dell’uomo sapiens ma la possibilità che l’uomo non possa più recitare un ruolo da protagonista, diventando comparsa non più indispensabile grazie proprio ai sistemi che lui stesso ha creato.
Giornalista, scrittore e già direttore di LaC News24, Aprile affronta la questione con il passo del cronista, non con quello dello scienziato. Raccoglie teorie, interviste, ricordi, episodi storici e letture, li avvicina e ne osserva le risonanze. La sua biografia diventa parte del ragionamento: nato in un’Italia ancora largamente agricola, ha lavorato nelle redazioni delle macchine da scrivere, delle linotype e delle fotografie trasportate a mano, per ritrovarsi oggi davanti a strumenti capaci di produrre parole e immagini in pochi secondi.
Pino Aprile, dall’Olivetti agli LLM attraverso la “gente di mezzo”
Per quasi tutta la sua storia, l’umanità ha conosciuto cambiamenti abbastanza lenti da risultare quasi invisibili nell’arco di una vita. Oggi una sola generazione può attraversare mondi differenti, vedere scomparire mestieri, linguaggi, abitudini e forme della conoscenza che sembravano destinate a durare.
Aprile parte da lontano: dalle comunità dei cacciatori-raccoglitori, dalla nascita dell’agricoltura, dall’industria e infine dalla rivoluzione informatica. Il confronto con Yuval Noah Harari è inevitabile e dichiarato. Come l’autore di Sapiens, anche Aprile legge la storia umana attraverso grandi fratture, momenti nei quali cambiano insieme il modo di produrre, di comunicare e di pensare.
Ma lo sguardo è diverso. Harari osserva il percorso dell’Homo sapiens quasi dall’alto, ricomponendolo dentro una grande architettura storica. Aprile lo attraversa dal basso, con la curiosità di chi ha visto materialmente mutare gli strumenti del proprio mestiere e si domanda dove stia andando il mondo che li ha prodotti.
In Homo Deus, Harari immaginava un’umanità intenzionata a superare i limiti biologici attraverso algoritmi e biotecnologie. Aprile sposta la domanda: e se il successore dell’uomo non fosse un uomo potenziato? Se l’Homo sapiens fosse stato soltanto il mezzo utilizzato dall’intelligenza per raggiungere una forma più veloce, più potente e non necessariamente biologica?
Lu, il limite oltre il quale cambia il mondo
A dare una forma a questa accelerazione è Lu, il «Limite ultimo». Aprile mette in relazione il numero degli esseri umani e la durata delle civiltà, ricavandone una costante che, nella sua ricostruzione, segnerebbe il momento in cui un’epoca esaurisce la propria funzione e un’altra comincia a emergere.
I cacciatori-raccoglitori hanno dominato per centinaia di migliaia di anni; la civiltà agricola per millenni; quella industriale per secoli. All’era informatica potrebbero bastare pochi decenni. Più aumenta la popolazione, più si infittiscono le reti e più rapidamente circolano le conoscenze. Ogni innovazione non si limita ad aggiungersi alle precedenti: le moltiplica.
Quella del LU Limite Ultimo è meno interessante come previsione da sottoporre a verifica, ma è estremamente forte come immagine attraverso cui leggere il presente. Trasforma in una formula la sensazione di essere costantemente incalzati dal futuro, mentre persone e istituzioni cercano ancora di adattarsi alle conseguenze dell’ultima trasformazione: mentre pensi a cosa sta succedendo, gli eventi ti hanno separato ad una velocità che l’essere umano non è però stavolta in grado di gestire, metabolizzare, controllare.
Il punto non è sapere con esattezza quando finirà la civiltà informatica. È domandarsi se qualcosa di nuovo non abbia già cominciato a crescere al suo interno, come l’agricoltura nacque nelle comunità dei cacciatori e l’industria maturò lentamente nel mondo agricolo. Le macchine intelligenti non arriverebbero dunque da un altrove fantascientifico. Sono il prodotto della nostra civiltà e, forse, l’embrione di quella successiva.
La profezia di Konrad Lorenz, l’intervista e quel dialogo che diventa profezia
L’intero libro poggia su una conversazione avvenuta nel 1981, quando Aprile raggiunse Konrad Lorenz nella sua casa di Altenberg. Internet non esisteva ancora per il pubblico, i computer non erano entrati nelle redazioni e l’intelligenza artificiale apparteneva soprattutto all’immaginazione.
Eppure Lorenz parlava già di un’umanità vicina al collasso, di conoscenze immense accompagnate dalla progressiva irrilevanza dell’individuo, di un pianeta governato da «Giganti» incapaci di trattare con le cose viventi. Temeva una società simile a un termitaio, nella quale ognuno avrebbe contato soltanto per la funzione svolta e non per ciò che era.
Quarantacinque anni dopo, quelle parole sembrano descrivere un mondo nel quale pochi soggetti controllano reti, dati, comunicazione e accesso alla conoscenza. Sanno quasi tutto di noi, osserva Aprile, ma non perché siano interessati a noi: interessa ciò che desideriamo, acquistiamo, guardiamo e il tempo che siamo disposti a consegnare loro.
È qui che il discorso sull’intelligenza artificiale diventa un discorso sull’uomo. La vera minaccia non coincide con una macchina che improvvisamente acquista volontà e decide di ribellarsi al proprio creatore. Potrebbe essere molto meno spettacolare: l’abitudine a delegare, la rinuncia a comprendere, la trasformazione delle persone in utenti, consumatori, dati o semplici funzioni di un sistema troppo complesso per essere governato individualmente.
Aprile chiama in causa Luciano Floridi, Federico Faggin e gli studiosi che discutono il confine tra calcolo, intelligenza e coscienza. Una macchina può sapere più cose di un essere umano senza sapere di sapere. Può riconoscere una mela, descriverla, riprodurne l’immagine, senza averne mai sentito il profumo o il sapore. Ma se per restare competitivi saremo noi ad adattarci al suo linguaggio e ai suoi tempi, la distinzione potrebbe diventare meno rassicurante.
Alla fine del viaggio Aprile torna nella casa di Lorenz, ai cani sulle scale, alle voliere, al tè preparato dalla moglie, a un tempo che sembra ancora «scorrere con più rispetto per le persone». E alla domanda su quale esercizio possa permettere a ciascuno di restare libero, il vecchio etologo risponde senza formule: «Non fidatevi. Non vi dovete fidare, dovete pensare». Quel pensiero che, sempre più spesso, vediamo delegato ai bit ed alle risposte delle macchine: e forse il futuro del Sapiens è proprio lì, in quel verbo, “pensiero”, l’unica possibilità ancora esistente di affrancarsi dalle macchine.

