Dalla cartapesta ai pacchetti di sigarette, Nikla trasforma veri e propri rifiuti in “fossili” artistici: «È una necessità vitale. Il mio processo creativo sta a metà tra il mio vissuto e le mie costruzioni»
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Nel panorama dell’arte contemporanea, sempre più attraversato da tensioni ecologiche e riflessioni sull’identità, la ricerca di Nikla si distingue per la sua capacità di trasformare materiali di scarto in visioni potenti e perturbanti. Le sue “quadrosculture” – fossili immaginari di dinosauri, realizzati con cartapesta e rivestiti dalla carta interna dei pacchetti di sigarette – si collocano in un territorio sospeso tra memoria e monito, tra ironia e inquietudine. Il progetto “Vorrei estinguermi”, nato nel 2015, non è soltanto un esercizio estetico, ma una dichiarazione poetica e politica: un’indagine sul rapporto tra l’essere umano e i propri vizi, portata alle estreme conseguenze simboliche dell’estinzione. In questa intervista, Nikla racconta il suo percorso creativo, fatto di stratificazioni autobiografiche, suggestioni artistiche e una profonda esigenza espressiva che si traduce in forme ibride e visionarie, capaci di interrogare chi osserva.
Nei tuoi lavori emerge una forte ricerca estetica e identitaria. Quanto di autobiografico c’è nel tuo processo creativo e quanto, invece, nasce da una costruzione artistica consapevole?
«Direi 50/50. Credo che il mio processo creativo sia la fusione di tutto ciò che ho conosciuto e ammirato negli anni della crescita, dalle meraviglie di piazza della Signoria a Firenze, alle ore di cult movie anni '90/2000, passando dalle canzoni dei Queen e dai quadri di Hieronymus Bosch. Immagino le sculture che realizzo nei miei sogni, è il mio modo per canalizzare le energie negative che a volte oltrepassano la soglia di tollerabilità. Quindi, seppur concretizzate in immagini personali, le mie sculture sono la somma dell'arte che mi ha circondato».
Oggi molti giovani artisti utilizzano i social come spazio espressivo oltre che come vetrina. Nel tuo caso i social sono più uno strumento di diffusione o è diventato parte integrante del tuo linguaggio artistico?
«I social hanno aiutato da un lato la mia generazione a condividere esperienze e talenti, ma dall'altro lato hanno causato una sorta di alienazione individuale, nella quale si è sempre in competizione e con molte insicurezze.
Credo che l'arte del mio tempo, nel tempo dei social, sia, più che in tutte le altre epoche storiche, una forma di guarigione personale. Cito come esempio l'arte di Sachiko Abe.
Personalmente, non riesco ad espormi su queste piattaforme come dovrei, ma apprezzo lo spazio che apre interazioni e condivisioni, seguo molto le pagine divulgative, di politica, cinema e, ovviamente, di paleontologia e arte».
Ogni percorso creativo attraversa momenti di dubbio e di trasformazione. C’è stato un momento in cui hai sentito la necessità di cambiare direzione o di ridefinire il tuo modo di creare?
«Si, inizialmente realizzavo collage con la carta interna dei pacchetti di sigarette, poi pian piano ho sentito l'esigenza di lavorare su più dimensioni, il foglio non bastava più per esprimere ciò che volevo dire. A quel punto sono arrivate le figure delle Donnasauro, che hanno rivoluzionato il mio modo di pensare all'arte.
Di sicuro l'iscrizione all'Accademia di Belle Arti ha fatto la differenza nel mio percorso di consapevolezza artistica. Devo ringraziare il mio fidanzato per avermi aiutato in questo passo importante e audace».
In un panorama digitale spesso dominato da immagini veloci e consumate rapidamente, come riesci a mantenere profondità e autenticità nel tuo lavoro?
«Credo che l'autenticità risieda nell'esigenza, per me, di dover esprimere in forme quello che ho dentro, di dover creare una sorta di guardiani della mia serenità. Non si tratta più solo di un lavoro, ma di una vera e propria necessità.
Il mio percorso è indipendente da ciò che succede attorno a me, a volte è come una bolla in cui entro per avere del tempo da dedicarmi, una mia forma di terapia.
Vivo ogni giorno presente nel mondo e seguo tutte le notizie di attualità e, secondo me, è proprio per questo che scolpire diventa un rifugio sicuro per qualche ora al giorno, incontaminato dai pensieri intrusivi e dall'eco ansia che domina questo momento storico e queste generazioni».
Se dovessi riassumere in una frase ciò che vuoi comunicare attraverso i tuoi lavori, quale sarebbe il messaggio che desideri lasciare a chi li osserva?
«Le mie opere parlano di estinzione per perseguire un vizio, una prerogativa umana molto rischiosa per l'intera specie e per tutte le altre. Ogni sigaretta che accendiamo, ogni rifiuto che gettiamo, sono i meteoriti che scagliamo addosso a noi stessi e al mondo intero. L'inquinamento è un innocente mostro, figlio della pigrizia, che fino ad ora abbiamo allevato ed ingrassato ma che, da oggi in poi, potrebbe diventare il bastone della nostra vecchiaia, anziché la nostra tomba».
Dalle parole di Nikla emerge, dunque, un’idea di arte come necessità vitale, prima ancora che come pratica o professione: un rifugio, ma anche uno spazio di resistenza e consapevolezza. Le sue opere, nate da materiali fragili e carichi di significato, si fanno portatrici di un messaggio tanto semplice quanto radicale: ogni gesto quotidiano lascia una traccia, ogni abitudine può trasformarsi in destino collettivo. Le “Donnasauro”, così come l’intero universo immaginifico che l’artista costruisce, non sono soltanto creature fantastiche, ma presenze simboliche che custodiscono inquietudini contemporanee e invitano a una riflessione più profonda sul nostro rapporto con il mondo. In un tempo segnato dalla velocità e dalla dispersione, il lavoro di Nikla recupera il valore del processo, della materia e dell’interiorità, restituendo all’arte la sua funzione più antica e necessaria: quella di dare forma a ciò che, altrimenti, resterebbe inascoltato.

